IL PATTO FRA FISCO E CONTRIBUENTI
Si volta pagina nel rapporto fra Fisco e contribuenti. E’ entrato in vigore il Dlgs 219/2023 contenente modifiche allo Statuto dei diritti del contribuente varato nel 2000 per l’attuazione dei “principi di democraticità e trasparenza”. Con l’intento di realizzare un riequilibrio fra le due parti in causa, furono disciplinati gli istituti di tutela dei cittadini nei confronti degli Uffici tributari attraverso il riconoscimento di una lunga serie di diritti: dalla conoscenza degli atti, alla chiarezza e alla loro motivazione, dalla tutela della buona fede all’interpello, alle garanzie in caso di verifica. Diritti tutelati e difesi dal Garante del contribuente, organo di mediazione istituito presso ogni Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate. Ma lo Statuto non ha avuto vita facile, un patto molte volte dimenticato, violato dal Parlamento, dai vari Governi , dalla pubblica amministrazione. Un “amore impossibile” quello fra Fisco e contribuente! Diffidenza ma soprattutto incomunicabilità alla base di un rapporto che è andato nel tempo sempre più deteriorandosi. E’ rimasto purtroppo inascoltato l’appello lanciato da Ezio Vanoni, storico Ministro delle finanze, per un “ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. La mancanza di certezza della legge tributaria intesa come prevedibilità delle conseguenze giuridiche e fiscali è divenuta ormai una costante, alimentando una deleteria conflittualità. Da una parte il Legislatore fiscale costretto a rincorrere l’evoluzione dei rapporti economici per individuare i presupposti di nuova ricchezza e quindi nuovo imponibile da sottoporre a tassazione, dall’altra parte il contribuente (evasori a parte) vittima sacrificale di un caos legislativo che non facilita certo l’interpretazione e la corretta applicazione della normativa. Una frantumazione della legislazione tributaria, un proliferare di leggi, decreti, circolari e pareri che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio di ogni principio di diritto! Tanti segnali a conferma che l’ordinamento tributario italiano è sempre più caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio per ragioni di gettito che condiziona ogni corretta azione di accertamento in termini di equità, efficienza e trasparenza. Molte prescrizioni dello Statuto sono rimaste semplici enunciazioni di principio, senza alcun effetto giuridico. La più eclatante di sempre quella relativa al divieto di retroattività della normativa fiscale regolarmente violato più volte, oltre alle tante norme tributarie emanate in deroga ai principi dello Statuto, soprattutto in materia di proroga dei controlli. Una vera beffa del diritto e della sua certezza. Dopo oltre venti anni si corre ora ai ripari. Nell’ambito del Decreto attuativo della Riforma fiscale allo Statuto del 2000 viene riconosciuta maggiore valenza legislativa: le sue disposizioni “si conformano alle norme della Costituzione rilevanti in materia tributaria, ai principi dell’ordinamento dell’Unione europea e alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo” le quali costituiscono, adesso, i principi generali dell’ordinamento tributario, criteri di interpretazione della legislazione tributaria e si applicano a tutti i soggetti del rapporto tributario. Tra le novità più importanti spicca la disposizione che introduce il contraddittorio generalizzato: tutti gli atti autonomamente impugnabili dinanzi agli organi della giurisdizione tributaria devono essere preceduti, a pena di annullabilità, da un contraddittorio informato ed effettivo con il contribuente. I provvedimenti dell’Amministrazione finanziaria devono essere motivati con l’indicazione specifica dei presupposti, dei mezzi di prova, oltre che delle ragioni giuridiche su cui si fonda la decisione. Sul versante dell’accertamento viene sancita la inutilizzabilità degli elementi di prova raccolti oltre i termini di permanenza presso la sede del contribuente soggetto a verifica. L’accertamento dovrà essere unico per ciascuna imposta e per ciascun anno, venendo così a cessare il contestato strumento dell’accertamento parziale “a singhiozzo”. Verrà espressamente definita l’annullabilità e la nullità degli atti impositivi del Fisco e come eccepirle, pomo della discordia...
Read MoreMES, IL FLOP DI FINE ANNO
Consegnato alla storia il 2023. Un anno che, a livello comunitario, si è chiuso con non poche contraddizioni politiche e convulsioni economiche in particolare, che hanno segnato i rapporti fra i 27 Stati membri dell’Unione europea. Prima la forte onda d’urto della stretta monetaria voluta dalla Bce, poi la tormentata riforma del Patto di stabilità con le future regolare di bilancio dei Paesi Ue, infine la kafkiana vicenda del Mes, il fondo salva-Stati, chiusa senza botti finali, ma con un clamoroso flop per la mancata ratifica dell’Italia, con maggioranza e opposizione parlamentare spaccate al loro interno. Il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (Mes) è la “cassaforte” dell’Eurozona, l’embrione di un Fondo monetario europeo, istituito nel 2012 per dare sostegno ai singoli Stati in caso di crisi finanziaria e di rischio default attraverso prestiti economici, acquisti di titoli di Stato. Organizzazione intergovernativa, con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori (i ministri di Ecofin) e da un Consiglio di Amministrazione. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per potenziare la coesione dell’Eurozona e tutelarne la stabilità finanziaria. La riforma ridisegna l’azione del Mes con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate con programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes in Grecia. Rafforzare cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. La ristrutturazione del debito pubblico (tagli alla spesa, privatizzazioni, liberalizzazioni, fisco) è richiesta soltanto in condizioni estreme (“condizionalità rafforzate”), quando il Paese è sul baratro del fallimento, mentre non è una precondizione per aderire agli aiuti del Mes quando il Paese, con parametri deficit-debito in linea, non ha perso l’accesso ai mercati finanziari. Le proposte di modifica al Trattato, dopo un “accordo politico preliminare” nel giugno 2019, sono state approvate dall’Eurogruppo nel gennaio 2021. La riforma intendeva inoltre attribuire al Mes un paracadute finanziario (“backstop”) per il fondo salva-banche Srf, il fondo unico di risoluzione bancaria alimentato dalle banche stesse, qualora, in casi estremi, fossero finite le risorse a disposizione per completare il recupero delle banche in difficoltà. E’ uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria nel processo d’integrazione economica e finanziaria dell’Eurozona: la garanzia europea sui depositi nelle banche che tuttora grava sui sistemi nazionali. Una rete, quella del Mes, dunque da usare sia in caso di crisi dei debiti sovrani, sia in caso di crisi sistemiche bancarie, nell’ottica della “mutualizzazione” del rischio e di una maggiore trasparenza dell’ordinamento monetario. Per l’Italia il Mes è stata una storia infinita. Una diatriba fra Roma e Bruxelles che per anni ha animato il dibattito politico e le interlocuzioni comunitarie. E’ stato il primo governo Conte (M5S e Lega) a respingere inizialmente l’approvazione. Il Conte II (M5S e PD), nel giugno 2019, raggiunse un accordo politico preliminare sulle proposte di modifica al Trattato che, grazie anche alla generosità del Recovery fund, si concretizzò nel voto a favore nell’Eurogruppo del gennaio 2021. Con Mario Draghi alla guida di Palazzo Chigi la strada per la ratifica parlamentare sembrava ormai in discesa, ma nella sua variegata compagine governativa non fu mai trovata una comune linea d’azione. E così la patata bollente della ratifica del Mes è finita nelle mani del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, con i problemi e le riserve del passato. Intorno alla riforma dell’ex fondo salva Stati, al quale l’Italia ha contribuito con un capitale sottoscritto di 125 mld di euro, si è nel tempo materializzato un reticolo di questioni legate tutte alla governance europea, prima...
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