IL GRANDE REBUS DEI CONTI PUBBLICI
Un quadro tendenziale e non programmatico delle dinamiche dei conti pubblici, la zavorra del debito appesantito dagli “effetti devastanti” del Superbonus (ministro Giorgetti), le proteste e i dubbi dell’opposizione sulla reale situazione della finanza pubblica: sono gli aspetti controversi del Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Governo. Nel corso degli ultimi decenni i documenti programmatici hanno assunto sempre di più un ruolo chiave nella definizione ed esposizione delle linee guida di politica economica del Paese. In una economia caratterizzata da continui e rapidi cambiamenti, anche geopolitici, essi svolgono una delicata e importante funzione informativa a livello nazionale, comunitario e internazionale, in grado di rendere pienamente visibili le politiche di governo. Il Def è il principale strumento della programmazione economico-finanziaria che racchiude la strategia del governo per l’anno in corso e per i tre anni successivi, i suoi obiettivi programmatici macroeconomici e di finanza pubblica, gli interventi da realizzare in linea con gli andamenti dell’economia. Con il Def vengono stabilite le linee guida di bilancio, in primis il saldo della pubblica amministrazione, che rappresentano paletti invalicabili delle decisioni successive. L’approvazione parlamentare gli conferisce il valore di un vincolo giuridico. Come già successo in passato, anche quest’anno la presentazione del Def sta facendo discutere. In particolare, il documento varato dal governo ha suscitato riserve e polemiche per le stime sull’andamento dei conti pubblici rappresentate soltanto in base al cosiddetto “quadro tendenziale”, e cioè a legislazione vigente, in assenza di qualsiasi nuova misura da parte dell’esecutivo, e non in base al “quadro programmatico” con specifica indicazione delle scelte economiche del governo, con gli obiettivi che s’intendono raggiungere nel breve periodo. Un Def “leggero” privo di un’agenda programmatica di riferimento, secondo i partiti dell’opposizione, metterebbe a rischio la credibilità del Paese di fronte ai mercati finanziari, la fiducia in un governo incapace di darsi un Piano economico per i prossimi anni. Qualcuno ha parlato di “incapacità governativa”, di “truffa contabile del ministro Giorgetti” (Marco Turco, M5S). Tutto è chiarito nella nota governativa di presentazione del Def: “Il Documento è stato predisposto nel rispetto delle regole del Patto di stabilità e crescita, tenendo comunque conto della transizione in corso verso la nuova governance economica europea” con le nuove regole di debito e deficit. Nessuna reazione negativa da parte delle agenzie di rating: spread stabile, rendimento dei titoli di Stato invariato. Il Governo “rinvia la definizione degli obiettivi programmatici alla presentazione in settembre del Piano strutturale di bilancio a medio termine”, sperando in una più benevola lettura del deficit da parte della nuova Commissione Ue. Proprio sul versante del deficit, il fattore che ha reso particolarmente difficile le previsioni del governo sono stati il Superbonus e i bonus edilizi ereditati dal passato che, pur incidendo sulla crescita e sul Pil in modo decisivo all’1%, hanno causato una revisione al rialzo del deficit nel 2022 (8,6%) e 2023 (7,2%). Il conto finale è arrivato a 219 miliardi di euro (sei volte di più rispetto alle previsioni iniziali di spesa), dei quali 160 relativi al Superbonus. Da compensare nei prossimi anni restano 163 miliardi di crediti, ossia circa 40 miliardi l’anno, due punti di Pil, che rischiano di essere “incompatibili” con le disponibilità di cassa e l’obiettivo di contenere il deficit che, rapportato al Pil, per il 2024 resta confermato al 4,3% e al 3,7% per il 2025. Conseguente la ricaduta sul debito che l’anno prossimo, pur in presenza di un aumento stimato del Pil dell’1,2%, sfonderà quota 3mila miliardi di euro, arrivando per la precisione a 3.109, per poi salire ulteriormente a oltre 3.200 miliardi nel 2026 e a 3.300 nel 2027. Un rapporto...
Read MorePREMIERATO, LAVORI IN CORSO
Premierato, è arrivato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato il primo sì alla riforma che introduce l’elezione “a suffragio universale e diretto” del premier che potrà essere eletto per non più di due mandati consecutivi e potrà proporre al Capo dello Stato la nomina e la revoca dei ministri. Fra luci e ombre, una importante accelerazione del complesso iter della riforma costituzionale voluta dalla maggioranza per “consegnare la sovranità nelle mani del popolo”, liberando gli elettori dal giogo delle scelte di palazzo. Stabilità, credibilità, visione del futuro sono i principi ispiratori del “cuore della riforma” per disegnare orizzonti istituzionali diversi e garantire la governabilità. E’ storica l’instabilità politica in Italia. Governi brevi, alcuni brevissimi, altri di minoranza, monocolore, deboli sin dalla nascita. In 77 anni di storia repubblicana si sono susseguiti a Palazzo Chigi ben 68 esecutivi. Per oltre dieci anni, ovvero da Mario Monti in poi, nessun governo ha mai avuto un Presidente del Consiglio espressione di una indicazione elettorale da parte dei cittadini, sempre più in fuga dai seggi elettorali per il voto. Un record negativo in Europa. Molte le cause di questa “fragilità” istituzionale, fra le quali la possibilità per i parlamentari, eletti senza vincolo di mandato, di cambiare casacca durante la legislatura favorendo anomali rimpasti governativi. Sono circa quarant’anni che si parla di modifica della forma di governo: dalla Commissione bicamerale del 1997 del governo di Massimo D’Alema alla proposta di riforma del 2006 del centrodestra di Silvio Berlusconi, a quella del 2020 dell’ex premier Matteo Renzi, ma ogni progetto si è arenato nelle sabbie mobili delle polemiche fra i partiti. Le modifiche degli articoli 88, 92 e 94 della Carta costituzionale contenute nel ddl Meloni-Casellati dovrebbero tendere proprio a formare esecutivi stabili e duraturi. Oltre alla elezione diretta popolare del Presidente del Consiglio, in carica per 5 anni, la riforma del premierato prevede la “costituzionalizzazione” di un premio di maggioranza su base nazionale tale da garantire in ambedue le Camere una maggioranza dei seggi alle liste e ai candidati collegati al Presidente del Consiglio, nel rispetto del principio di rappresentatività. Alla futura legge elettorale restano demandate le modalità di elezione del premier nonchè quelle relative all’assegnazione del premio. In caso di dimissioni volontarie del premier, incarico a un altro parlamentare della stessa maggioranza per attuare i medesimi impegni programmatici e indirizzo politico o scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica su richiesta del premier. In caso invece di revoca della fiducia al Presidente del Consiglio eletto, mediante mozione motivata, il Capo dello Stato procederà motu proprio allo scioglimento del Parlamento. Stop quindi alla stagione dei ribaltoni e dei Governi tecnici con premier e ministri di nomina extraparlamentare. La riforma del premierato comporterebbe una evoluzione del sistema parlamentare, di cui conserva il rapporto fiduciario, correggendo lo strabismo istituzionale collegato ai governi decentrati, regioni e comuni, per i quali c’è l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, Governatore e Sindaco. A questo tipo di premierato sono state già mosse diverse critiche: la prima e più rilevante è quella di ridurre il Presidente della Repubblica a un ruolo di semplice “cerimoniere e passacarte” con funzioni notarili, con meno margini di intervento in caso di crisi. Le sue prerogative sarebbero mantenute solo formalmente, mentre di fatto verrebbe svuotato il suo ruolo più importante, quello di “arbitro” delle crisi di governo. Dall’altro lato, il Presidente del Consiglio, eletto direttamente dal popolo, diventerebbe il vero dominus del sistema, potendo causare lo scioglimento automatico delle Camere con le proprie dimissioni. Si tratta quindi di riequilibrare il “cuore della riforma” per preservare i poteri del Presidente della Repubblica che resta...
Read More



Commenti recenti