LE CRITICITA’ DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO
Autonomia differenziata ovvero il viaggio nel camaleontismo politico. Smaltita la sbornia del Ministro Calderoli (“Mi tremano le gambe”) e, sul fronte opposto, assorbite le invettive della segretaria del Pd Elly Schlein (“Brandelli d’Italia”) e dell’ex premier Giuseppe Conte (“Italia spaccata col favore delle tenebre”), è forse opportuno rimettere a posto i tasselli di un complicato puzzle. Quello del percorso legislativo che, partito dal disegno secessionista dello storico leader della Lega Umberto Bossi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, ha tagliato il primo significativo traguardo con la riforma del Titolo V della Costituzione varata dal Governo presieduto da Giuliano Amato con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3, per fermare il secessionismo del Carroccio. Sovvertendo i tradizionali rapporti fra Stato centrale ed enti periferici, con l’art. 116 si prevede che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario “condizioni particolari di autonomia” in materie determinate (c.d. “regionalismo differenziato”). Una norma costituzionale caduta nel dimenticatoio parlamentare per 22 anni e rilanciata per la sua attuazione dal Ddl Calderoli. In un clima di proficua collaborazione istituzionale fra i partiti si sarebbe plaudito al dialogo bipartisan: la sinistra chiama, la destra risponde. Realtà ben diversa: scontro in Parlamento, muro contro muro. L’approvazione definitiva alla Camera, con una indegna gazzarra da periferia, ha riproposto i limiti di una politica fortemente in debito con la coerenza e l’onestà intellettuale. Un clamoroso cortocircuito per cui la Lega, nel 2001 fiera avversaria della riforma costituzionale del Governo Amato, allora bollata come una “truffa”, oggi ne celebra con enfasi l’attuazione con la legge Calderoli; mentre la sinistra, autrice nel 2001 del nuovo Titolo V che ha introdotto l’autonomia differenziata, oggi, colpita da amnesia totale, denuncia in tutte le piazze lo “Spaccaitalia”, programmando, in attesa di un eventuale referendum abrogativo, manifestazioni di protesta anche in quella stessa Emilia-Romagna, la Regione di Elly Schlein, che ha chiesto due volte l’attuazione dell’autonomia con legge quadro. Misteri (o misfatti?) della politica nostrana. Se questa è la premessa, facile immaginare il lungo e difficile iter procedurale che attende il progetto di attuazione del Titolo V sull’autonomia. Il Governo, in via prioritaria prima della “devoluzione” delle competenze, entro 24 mesi dalla entrata in vigore della legge, dovrà emanare uno o più decreti legislativi per determinare i 237 Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), in 15 diverse aree, stabiliti dal Comitato governativo Clep, presieduto dal giurista Sabino Cassese, tra cui istruzione, ambiente, sicurezza sul lavoro, porti e aeroporti civili, reti di trasporto e navigazione, tutela della salute, comunicazione, energia e beni culturali. I Lep rappresentano gli standard minimi di servizio necessari per garantire “diritti sociali e civili” tutelati dalla Costituzione, fondamentali per assicurare un trattamento uniforme a livello nazionale. Strettamente collegato ai Lep c’è il capitolo più controverso, quello relativo alla fiscalità, cioè al trasferimento delle risorse finanziarie alle Regioni che ricevono le nuove funzioni, e quindi il gettito fiscale generato sul territorio, da integrare per molte Regioni. Si farà riferimento al “fabbisogno standard” che esprime le reali necessità finanziarie per garantire servizi ai cittadini sulla base delle varie caratteristiche territoriali. Nel testo della legge si stabilisce che nessuno aggravio ci sarà per le finanze pubbliche, il costo dell’autonomia sarà a costo zero. Non dovrà gravare sul fragile bilancio dello Stato, caduto sotto esame della Commissione europea a seguito della procedura per deficit eccessivo: una “correzione dei conti” di circa 10-12 miliardi l’anno per i prossimi sette anni, in aggiunta ai rilevanti costi delle misure approvate nel 2023. Non ci potrà essere spazio per coprire anche quelli generati dai Lep per l’autonomia differenziata (circa 80 miliardi di euro). L’incognita della...
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