L’UOVO DI PASQUA DELLA CASA BIANCA
Tempo di Pasqua. Tempo di colomba, simbolo di pace, di riconciliazione. Tempo di uova pasquali, segno di speranza, di rinascita. E un uovo di Pasqua, con sorpresa, è stato quello che, simbolicamente, è stato aperto a Washington, nello Studio Ovale della Casa Bianca, in occasione dell’incontro tra il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump per rilanciare il dialogo sui dazi tra Italia, Ue e Stati Uniti e rafforzare le relazioni commerciali rese difficili dopo il “Liberation Day”. Molte le nubi della vigilia. Una vigilia carica di tensione con botta e risposta tra Ue e Usa con toni per niente concilianti. Una situazione fortemente critica per le bellicose dichiarazioni americane a favore di una politica protezionistica: l’Europa che propone un accordo ma minaccia ritorsioni con la web tax, gli Usa che fanno muro, alternando annunci, rettifiche e smentite. “Un momento difficile”, commenta la Premier prima della partenza. La partita in gioco è doppia: c’è l’Italia e la bilancia commerciale da difendere (67 miliardi di euro), c’è l’Europa e Meloni che, con il beneplacito di Ursula von der Leyen, si pone come “pontiere” tra le due sponde dell’Oceano. “L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più, con gli Stati Uniti c’è una relazione complicata”, ha dichiarato la Presidente della Commissione europea. Da Bruxelles quindi particolare attenzione per la missione americana di Giorgia Meloni: “ogni canale di dialogo aperto con gli Usa viene visto in modo positivo”. Nelle parole della Premier il filo conduttore della missione: “servono concretezza, pragmatismo e lucidità”. Un faccia a faccia con Trump che si annunciava difficile, non privo di insidie per i dossier in discussione, a difesa dell’interesse nazionale all’interno della cornice europea, e per la imprevedibilità del padrone di casa. Giorgia Meloni è il primo Capo di governo europeo a incontrare il Presidente degli Stati Uniti dopo la tempestosa dichiarazione del 2 aprile che tanto subbuglio ha creato nei mercati finanziari di tutto il mondo. Dall’esito dell’incontro un test per la Premier in termini di autorevolezza internazionale ma anche per Trump, per interpretarne le prossime mosse. E il viaggio istituzionale a Washington di Meloni, anche se non ha portato a risultati immediati, ed era prevedibile, è stato utile sul piano diplomatico per accantonare le schermaglie e riavvicinare le due sponde dell’Atlantico. Un bilancio positivo: toni distesi, sorrisi e abbracci, dichiarazioni concilianti, “un confronto leale e costruttivo”. Fiducia per un futuro accordo Usa e Ue per porre fine alla guerra commerciale e recuperare le relazioni transatlantiche nell’intento di arrivare a tariffe doganali “zero a zero” e a quella grande area di libero scambio vagheggiata dalla Premier. Nonostante qualche nota stonata (Ucraina), un importante riconoscimento politico da parte di Trump per l’Italia, “uno dei nostri più stretti alleati, non solo in Europa”. Un rapporto destinato a rafforzarsi con la visita del tycoon a Roma a seguito dell’invito di Giorgia Meloni, “great person”, una persona eccezionale, per un eventuale incontro con i vertici Ue. Obiettivo geostrategico: convincere Bruxelles a raffreddare i rapporti con la Cina e tenerla lontana dal Vecchio Continente. Rapportata ai volumi di produzione la Cina ha superato gli Stati Uniti di oltre un quarto nel 2024, produce il 54% dell’acciaio mondiale (contro il 4,5% degli Usa), quasi un terzo della manifattura mondiale (contro il 15% degli Usa) e il 90% delle terre rare lavorate. Il suo potere politico globale è prossimo a quello americano. Per Usa e Ue, dunque, una comune necessità di puntare su un Occidente unito e forte con una lungimirante visione strategica. Un’autarchia rispetto al resto del mondo è follia. La guerra commerciale globale non è...
Read MoreI TANTI MILIARDI PERSI DAL FISCO
Davvero impietosi i numeri della riscossione. Sono più di 22 milioni i contribuenti con una o più cartelle di pagamento per imposte e tasse non pagate, per un valore complessivo al 31 gennaio 2025 di 1.279,8 miliardi di euro. Scoppia il “magazzino” fiscale dei ruoli in carico all’Agenzia delle entrate-Riscossione. Il velo si è alzato in occasione dell’audizione alla VI commissione Finanze e Tesoro del Senato del direttore Vincenzo Carbone, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla gestione della riscossione e dell’esame parlamentare attualmente in corso del disegno di legge sulla rottamazione quinquies dei carichi fiscali. L’operazione verità ha consegnato una fotografia a tinte fosche del carico contabile dei ruoli affidati all’Agenzia: l’84% di natura erariale, ossia proveniente da Agenzie fiscali (Agenzia delle entrate, Dogane e Monopoli, Demanio) o da Amministrazioni statali (Ministeri, Prefetture, ecc.), il 12 % da Inps e Inail, il 2% dai Comuni (tributi locali), il restante 2% da altre tipologie di enti impositori (Regioni, Casse di previdenza, Camere di Commercio, Ordini professionali). Variegata la platea dei debitori, molti i seriali. I contribuenti con debiti residui da riscuotere sono 22,3 milioni, di cui circa 3,5 milioni persone giuridiche (società, fondazioni, enti, associazioni), e i restanti 18,8 milioni persone fisiche, di cui 2,9 milioni con un’attività economica soggetta a IVA (artigiani, commercianti, liberi professionisti). Le dolenti note, ha rilevato il direttore Carbone, sono connesse alla recuperabilità dei crediti. Del grosso stock di ruoli di pagamento in magazzino solo il 44,6%, cioè circa 570 miliardi di euro, hanno ancora qualche “aspettativa di riscossione”. Altri 541,36 miliardi, cioè il 42,3%, volatilizzati. Sono persi, perché crediti relativi a persone decedute, società cancellate dal registro delle imprese, soggetti con procedura concorsuale chiusa o contribuenti nullatenenti, e quindi senza beni aggredibili. C’è infine una fascia residua (il 13,1% del totale, pari a circa 167 miliardi) con incerto “profilo di riscuotibilità”. Un rebus da risolvere prima che il sistema vada in default. L’84,3% dei singoli crediti è relativo a persone fisiche (dipendenti e pensionati), mentre è pari al 13% la quota attribuibile a soggetti Iva (persone giuridiche, autonomi e liberi professionisti) che risultano debitori del 64,4% del debito complessivo, pari a 824,19 miliardi di euro. In definitiva, le persone fisiche senza attività economiche rappresentano quasi tre quarti dei crediti in carica all’Agenzie delle Entrate ma poco meno di un quarto del valore complessivo dei ruoli di pagamento. Interessante l’articolazione del magazzino emersa nel corso dell’audizione in Senato: la maggior parte dei singoli crediti (221 milioni, pari al 75,9% delle cartelle non pagate) si riferisce alla fascia fino a 1000 euro, per un totale di circa 59 miliardi di euro. Sul fronte opposto, i crediti sopra i 500.000 euro di valore unitario (circa 290 mila, pari allo 0,1%) rappresentano quasi la metà del totale delle somme da riscuotere. La percentuale di debiti finiti in cavalleria cresce inevitabilmente con il passar del tempo. E il conto sarebbe stato ancor più alto se, come calcolato dal dipartimento Finanze, 326 miliardi non fossero stati cancellati in autotutela e altri 111,2 non fossero sfumati in stralci e nelle quattro rottamazioni, di cui 20 con il governo Renzi, 9 con il governo Gentiloni, 29 con il governo Conte e 53 con il governo Meloni. Con i continui colpi di spugna, sono stati condonati oltre 100 miliardi di euro, una somma che equivale a quattro manovre di bilancio di media dimensione. Una storia, quella del debito verso il Fisco, che non conosce latitudini: da Nord a Sud, da Bolzano a Ragusa, il non pagare cresce ovunque, con un vigore rapportato alla geografia economica nazionale. Lombardia, Lazio e Campania raccolgono da sole il...
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