FORMAZIONE E OCCUPAZIONE GIOVANILE IN EUROPA
Quali sono i valori dei giovani europei, i loro comportamenti, le loro aspettative rispetto ai grandi mutamenti economici e politici del Vecchio Continente ? Sviluppare un discorso sulla condizione giovanile in Europa è molto difficile, perché il «pianeta giovani » appare una realtà assai variegata e differenziata. La frammentazione e le specificità di molte situazioni non possono essere ricomposte unitariamente per una lettura e una interpretazione lineare del fenomeno. I diversi aspetti sociali collegati alla condizione giovanile in Europa non si manifestano nello stesso modo nei singoli Paesi : essi dipendono dallo stadio dello sviluppo economico e dai fattori storici e sociologici peculiari alle singoli nazioni. L’Europa infatti è un conglomerato di culture che rifiutano di essere livellate dalle leggi dell’economia e della politica monetaria. Alla base di tutto c’è una considerazione fondamentale : i comportamenti dei giovani sono riconducibili alla crisi del sistema sociale e politico, al processo di crescente complessità della societa’ e in particolare allo sviluppo tecnologico che brucia velocemente culture ed esperienze di lavoro in un clima di esasperata competitività. La condizione giovanile nel Vecchio Continente sta subendo in questi anni un forte cambiamento. Il faticoso precesso di ricostruzione di una nuova identità socio-politica dovrà disegnare lo scenario europeo del Ventunesimo secolo per riconsegnare ai giovani il ruolo centrale di « soggetto sociale » in un’ Europa unita, proiettata verso un futuro di progresso e benessere. Il nodo centrale rimane quello occupazionale. La disoccupazione costituisce in Europa il problema di fondo rapportato al basso tasso di sviluppo dell’economia europea e, più in generale, allo scenario internazionale. Per i giovani l’Europa rappresenta un laboratorio, un cantiere di opportunità per nuovi orizzonti di studio, di apprendimento e di lavoro. E l’inclusione del «programma gioventù» all’interno delle politiche comunitarie mira ad avvicinare l’Europa ai giovani ed aiutarli a scoprire una dimensione nuova di essere oggi europei, ma soprattutto mira a favorire un loro felice approccio con il mondo del lavoro. Investire in istruzione, formazione e apprendimento permanente di qualità è essenziale. Il legame tra il valore professionale della forza lavoro e il livello occupazionale è indiscutibile, come dimostrato dai dati Eurostat. La strada è ancora lunga. Vi è ancora un’eccessiva distanza tra la scuola e l’impresa : due mondi che parlano linguaggi diversi e che invece devono cominciare a dialogare per dare una risposta comune alla questione giovanile. A Bruxelles si avverte chiara la necessità di dover rivitalizzare profondamente i due canali fondamentali della istruzione e della formazione, la prima intesa in termini di aggregazione dei vari progetti didattico-educativi nazionali, la seconda quale completamento naturale del percorso scolastico. L’Europa ha infatti bisogno, con la flessibilità del mercato, di una forza lavoro dinamica in grado di essere rapidamente assorbita dalle nuove realtà produttive, per rispondere alle sfide della globalizzazione economica. Scuola e mercato del lavoro non sempre si sono incrociati sulla strada della crescita dei singoli Paesi dell’Unione anche a causa di scelte di politica interna non certamente lungimiranti. E per una inversione di marcia sul fronte occupazionale, l’Unione europea ha in corso una profonda revisione dei processi legati al lavoro giovanile nella considerazione di fondo che il processo formativo e occupazionale ruota attorno ai concetti di mobilità, interscambi culturali, borse di studio. Il tutto in un’ottica di superamento della vecchia concezione di “una formazione scolastica iniziale e di un lavoro utile per tutta la vita”. E’ questa la grande sfida dell’Europa del Terzo Millennio per i giovani europei alla quale il Lionismo, nel perseguire i suoi principi fondanti, non dovrà far mancare il proprio contributo nel segno della solidarietà e dell’amicizia fra i popoli....
Read MoreLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
Una pagina di storia che ha cambiato l’Europa e gli equilibri mondiali – A venticinque anni dalla storica data della demolizione, sono ancora forti le divisioni socio-economiche nell’Unione europea – Il ruolo della Germania nel processo di integrazione economica e politica – Quando una data segna la storia! 9 novembre 1989: dopo oltre 28 anni cade il Muro di Berlino che dal 13 agosto 1961 aveva di fatto tagliato in due non solo una città, ma un Paese, un popolo, un Continente. E’ stato il simbolo della divisione del mondo in due blocchi politici e militari contrapposti: quello americano della Nato e quello sovietico del Patto di Varsavia. Per l’opinione pubblica mondiale fu uno shock, accettato colpevolmente dalle cancellerie occidentali per “salvaguardare la stabilità dei due blocchi in Europa”. Solo dopo, quando le conseguenze inumane della brutale divisione della Germania diventarono sempre più evidenti nella loro drammaticità, si registrarono le prime reazioni. Famosa è rimasta la visita a Berlino del Presidente americano Kennedy durante la quale pronunciò in lingua tedesca, davanti a migliaia di cittadini berlinesi, la storica frase: “Ich bin ein Berlinen”, “Anche io sono un abitante di Berlino”. Drammatico è stato il contributo di sangue a questa follia: centinaia i cittadini dell’Est in fuga verso la libertà uccisi dal fuoco dei soldati di frontiera della Germania comunista, lungo i 112 Km della “striscia della morte”, di cui 43 erano quelli separavano la Berlino Est della Rdt dalla Berlino Ovest. Altri annegarono nelle fredde acque del fiume Sprea che tagliava gli sbarramenti. Soltanto il 9 novembre 1989, in pieno clima di perestrojka propiziata da Michail Gorbaciov, il muro si sgretolava sotto l’assalto di migliaia di persone, a picconate veniva demolito l’odiato regime comunista. Con la caduta del Muro venne restituita la libertà e la dignità a milioni di persone. Le nazioni del blocco comunista tornarono alla democrazia! Era la “rivoluzione di velluto” preludio della riunificazione tedesca del 3 ottobre 1990. Un’operazione fortemente osteggiata dall’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher e, inizialmente, dal presidente francese Mitterand per i quali le ombre del passato non erano ancora fugate. Una Germania unita, un “gigante egemone” al centro dell’Europa faceva nuovamente paura! Prevalse la realpolitik: diffidenze e timori si dissolsero dinanzi al disegno della moneta unica in corso d’opera. Ma “da che parte è caduto il Muro?” si è chiesto il quotidiano tedesco Der Spiegel. La Germania economicamente è ancora divisa. Il processo di ripresa economica dell’est è molto lento. Netto il divario tra gettiti fiscali (937 euro pro capite a est, il doppio a ovest) e tasso di disoccupazione: 13% nel 2013 a est contro il 6% dell’ovest! Il Pil pro capite nella ex Rdt è fermo da anni al 66% del livello della parte occidentale. Pur fra evidenti contrasti, la Germania ha celebrato i 25 anni dalla caduta del Muro. Grandi festeggiamenti a Berlino ai piedi della Porta di Brandeburgo. Ottomila ballons lungo la tragica “frontiera” del passato per rievocare una pagina di storia che cambiò profondamente l’Europa e gli equilibri mondiali. Ma dopo quello di Berlino devono ora cadere i Muri dell’Europa! I muri delle divisioni economiche e sociali all’interno dell’Ue. L’unificazione della Germania ha portato tante opportunità, ha rimosso tanti ostacoli sulla strada del superamento dei blocchi politici del Vecchio Continente, ma ha anche aperto la strada, sul piano finanziario, all’ egemonia tedesca. La moneta unica fa favorito l’economia più grande ed efficiente. Quella di uno Stato che sulle ceneri del suo dramma ha costruito con determinazione il suo riscatto storico, ma che con il suo pragmatismo sembra aver smarrito il principio...
Read MoreTRITON: LA NUOVA MISSIONE EUROPEA NEL MEDITERRANEO
Pattugliamento dei confini marittimi dell’Ue per l’emergenza migranti – Clandestinità e legalità. A un anno dalla tragedia di Lampedusa dove persero la vita 366 persone, il 1° novembre ha preso il via la nuova missione europea nel Mediterraneo: “Triton”. E’ il risultato dell’accordo tra l’Italia e Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne, con sede in Polonia. Si è aperto così un nuovo capitolo per fronteggiare sul piano umanitario le conseguenze drammatiche dell’instabilità politica e dei sanguinosi conflitti civili in Africa: i viaggi della speranza sulle carrette del mare di tanti disperati in fuga dalla violenza e dalla fame verso una vita degna di essere vissuta. E’ la (tardiva!) risposta dell’Europa all’operazione italiana “Mare nostrum” che, in dodici mesi, è riuscita a trarre in salvo circa 100 mila persone e ad arrestare più di 500 scafisti. L’operazione Triton, è stato chiarito a Bruxelles, non è propriamente un’operazione di soccorso e non sostituirà gli sforzi italiani di Mare Nostrum, come avrebbe voluto il Governo italiano. Presidierà le frontiere europee nel Mediterraneo, “area Schengen”, con operatività decisamente ridotta rispetto a “Mare nostrum” che ha cessato ogni attività il 31 ottobre. Nonostante i limiti e le incertezze, “Triton” è un segnale importante, se rapportato alle lentezze e alle carenze della politica europea in materia di immigrazione e asilo. Il suo successo dipenderà non solo dalle risorse messe a disposizione degli Stati membri. E’ importante che la legislazione comunitaria in materia diventi la cornice di supporto all’operazione. Da questo punto di vista, il rispetto degli Accordi di Dublino, mirati a individuare rapidamente lo Stato membro competente per l’esame della domanda d’asilo, potrebbe rappresentare il primo importante contributo per un’azione efficace. E’ però auspicabile arrivare a una responsabilità condivisa: oggi ci sono sei Paesi che accolgono il 75% dei rifugiati (Germania, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Italia e Belgio). Il decollo dell’operazione non è stato facile. Si è partiti con un budget mensile stimato pari a 2,9 milioni di euro per tutto il 2014, a fronte dei 9,5 milioni spesi dall’Italia con Mare nostrum. “Triton” schiererà ogni mese due navi d’altura, due navi di pattuglia costiera, due motovedette, due aerei e un elicottero. Otto i Paesi fornitori di equipaggiamento tecnico e personale: Finlandia, Spagna, Portogallo, Islanda, Olanda, Spagna, Francia e Malta. Ancora più ridotta la pattuglia di quelli impegnati finanziariamente nell’operazione: Francia, Spagna e Germania. Un futuro, dunque, sul piano operativo tutto ancora da disegnare. “Triton”, comunque, non sarà la soluzione al problema migratorio nel Mediterraneo. Un problema che presenta inquietanti risvolti correlati alla legalità e cioè alla immigrazione irregolare. Il tema della sicurezza è da tempo nell’occhio del ciclone con controlli non sempre efficaci. Dell’immigrato si perde spesso ogni traccia. Cresce nell’opinione pubblica europea l’intolleranza verso flussi migratori privi di una necessaria regolamentazione in entrata, tale da rafforzare la lotta alla clandestinità e ai mercanti di morte che alimentano questo mercato. Secondo Europol, sono in aumento i clandestini che girano indisturbati per il territorio dell’Unione e che, in assenza di condizioni di vita accettabili, finiscono nella rete della malavita con tutti i fenomeni a essa collegati: microcriminalità, sfruttamento e prostituzione, traffico di armi e droga. Per neutralizzare gli effetti di una immigrazione selvaggia, si attende da anni un intervento legislativo a livello comunitario per assicurare canali più sicuri e legali per l’accesso dei rifugiati alla protezione. Una risposta umanitaria da conciliarsi con la sicurezza internazionale, il quadro economico-occupazionale e i valori storici dell’Unione europea. Arriverà con il semestre dell’UE a guida italiana? (Ott....
Read MoreL’ANNO HORRIBILIS DELLA MONETA UNICA
La politica monetaria della BCE e i suoi riflessi nell’eurozona L’anno che sta per terminare verrà ricordato per gli effetti che la crisi del debito sovrano europeo ha avuto sull’euro e per il significativo indebolimento dell’economia europea. Ma sarà ricordato anche per le risposte date a questa sfida dalla Banca Centrale Europea, dai governi nazionali e dall’Unione europea. Un impegno corale per salvare la moneta unica dai rischi di un rovinoso default. L’artificiale tranquillità dei mercati antecedente la crisi aveva permesso in Europa, per lungo tempo, politiche economiche sbagliate o semplicemente incoraggiato l’inazione in paesi che avevano profondo bisogno di consolidamento di bilancio e di riforme strutturali. Con l’esplodere della crisi le debolezze di questi paesi sono presto emerse facendo allontanare gli investitori e aumentare gli spread sovrani. Nell’area dell’euro il denaro è circolato sempre meno a causa della diffidenza fra banche di paesi diversi alimentata dal dubbio sulla sopravvivenza dell’euro. I governi dei paesi più deboli hanno risposto con politiche di consolidamento di bilancio aggravando però le prospettive di crescita dell’economia. Il che ha riproposto il problema di sempre circa la strada da seguire per ridurre il deficit e il debito con le minori conseguenze negative sul prodotto interno dei paesi. La recessione in atto ha indicato in modo univoco la soluzione: riduzione della spesa corrente e non aumento indiscriminato delle tasse! Per ….dare ossigeno a una stagnante economia a nulla son serviti i tagli dei tassi d’interesse operati dalla BCE. Nessun beneficio per imprese e famiglie a conferma che nel sistema dell’euro si è verificata una grave frammentazione del mercato finanziario unico. I costi del finanziamento bancario sono ancora molto diversi nei vari paesi: l’accesso al mercato interbancario dell’eurozona è stato di fatto precluso a numerose banche europee con ricadute negative sui singoli mercati interni. Questa frammentazione ha causato una “polverizzazione” della politica monetaria unica. Per questo motivo, i paesi più esposti alla crisi di fiducia non hanno beneficiato dei bassi tassi di interesse e questa interruzione della trasmissione della politica monetaria europea ha messo a repentaglio la capacita della stessa BCE di assicurare la stabilità dei prezzi e di governare la moneta unica. In questo clima di incertezza è maturata la decisione di intervenire sul mercato secondario dei titoli di Stato. La Banca centrale è diventata “agente” del Fondo salva Stati per l’acquisto dei bond dei Paesi sotto speculazione: uno scudo anti-spread fortemente contestato dai “falchi del Nord”, Finlandia e Olanda. Chiaro l’intento di Francoforte: fugare i timori sul futuro dell’euro e creare un meccanismo di sostegno credibile in grado di scongiurare scenari catastrofici e ripristinare la trasmissione della politica monetaria. E’ stato fatto il primo passo in direzione di una reale integrazione. Le speculazioni dei mercati legate ai debiti sovrani di alcuni Paesi dell’Eurozona hanno messo a nudo i limiti strutturali del sistema europeo: un sistema monetario comune privo di un unico quadro economico, fiscale, di bilancio, e soprattutto politico. Alla base della crisi c’è “una moneta sintetica” prodotta dall’alchimia dei trattati europei, orfana di un’ Unione politica con un’ azione di governo autonoma rispetto ai singoli Stati. Nell’area dell’euro c’è una sola moneta e 17 politiche di bilancio non coordinate fra loro! Uno scenario in cui alcune migliaia di speculatori finanziari, americani ed europei, e qualche agenzia di rating hanno preso in ostaggio i governi in Europa. La sfida attuale è “evitare che il presente uccida il futuro”! Occorre presto definire una road map dell’integrazione politica, partendo dall’unione bancaria (o finanziaria) perché va spezzato il legame perverso fra la debolezza degli Stati sovrani e quella dei sistemi bancari che è al centro della...
Read MoreBASTA RITARDI NEI PAGAMENTI
Direttiva della Commissione europea per ridurre i tempi di regolamentazione – Entro il 16 marzo 2013 dovrà essere recepita nella Legislazione nazionale – Una vera rivoluzione nelle transazioni. L’Europa in soccorso delle imprese. La Commissione europea ha lanciato la “Campagna contro i ritardi di pagamento” che si svolgerà nei 27 Paesi dell’Unione da ottobre 2012 fino a dicembre 2013. L’obiettivo: far conoscere alle imprese, in particolare a quelle medio-piccole, e alle amministrazioni pubbliche i nuovi diritti riconosciuti ai creditori dalla direttiva 2011/7/UE. Una vera rivoluzione nelle transazioni commerciali. In pratica, il provvedimento, che dovrà essere recepito dai Paesi membri nelle rispettive legislazioni nazionali entro il 16 marzo 2013, stabilisce che la Pubblica Amministrazione dovrà pagare i suoi fornitori entro 30 giorni, con limitate eccezioni fino a 60 giorni (settore sanitario), pena interessi di mora dell’8%! La direttiva riguarda anche i pagamenti tra imprese private che, salvo diverse pattuizioni fra le parti, devono avvenire entro 60 giorni. Chiara la motivazione di fondo della direttiva: dare ossigeno alle asfittiche casse delle imprese e accendere il motore della produttività, riducendo i tempi di attesa dei pagamenti e il conseguente rischio di fallimento delle imprese. In tutta l’Unione europea i fornitori sono pagati in ritardo con effetti gravi e dannosi! Si perdono posti di lavoro, si esce dal mercato, peggiora la crisi. Una prassi che costa non poco in termini di liquidità finanziaria, con ricaduta sui costi di gestione e sulla stessa competitività. Pagare in ritardo significa creare ostacoli alla libera circolazione di merci e servizi nel mercato unico alterando la concorrenza. Gli oneri amministrativi e finanziari che ne derivano intralciano il commercio transfrontaliero. Le PMI e il settore artigiano sono i più vulnerabili, i primi a chiudere i…battenti. Particolarmente eloquente il rapporto fra gli operatori commerciali e la P.A. Finlandia 24, Germania 36, Francia 65, Portogallo 139, Spagna 160, Grecia 174, Italia 180. Nessun riferimento allo spread! I numeri indicano i giorni che in media la Pubblica Amministrazione impiega in Europa per pagare i propri fornitori. Emblematica la situazione del Belpaese. In tempi in cui il dibattito politico ruota attorno all’austerity, al taglio delle spese, alla lotta all’evasione può apparire paradossale ricordare che lo Stato è il primo a essere fortemente moroso con i suoi fornitori, un debitore di lungo termine! L’indebitamento commerciale della Pubblica amministrazione in Italia a fine 2011, secondo le ultime stime della Banca d’Italia, ammonta a circa 80 miliardi, pari cioè al 5% del PIL! Una situazione abnorme. Qualsiasi politica seria per uscire dalla crisi e rilanciare la competitività delle nostre imprese deve partire, prima di tutto, proprio dall’eliminazione di questa stortura economica. La Commissione europea sta fornendo alle imprese gli strumenti necessari per…voltare pagina. Attraverso la “campagna contro i ritardi di pagamento” intende promuovere un’azione di sensibilizzazione su un fenomeno che sta minando alla base il corretto funzionamento del mercato. Gli eventi in programma (giornate d’informazione, convegni, tavole rotonde, interventi sugli organi di stampa), con la partecipazione di operatori e relatori comunitari, offriranno un’occasione di scambio delle migliori pratiche e aiuteranno le imprese ad affrontare i problemi. La Campagna europea si rivolge in primis alle organizzazioni che rappresentano le PMI, ai responsabili politici nazionali o regionali, alle camere di commercio, alle associazioni di categoria, alle autorità giudiziarie per far conoscere in concreto una direttiva che conferisce nuovi e importanti diritti alle imprese europee nelle transazioni commerciali. Certezza dei pagamenti, riduzione dei costi di gestione, maggiore trasparenza nella competitività. Un atto di civiltà giuridica che uniforma le regole di mercato in Europa a tutela soprattutto delle medie e piccole imprese. Una risposta ai troppi silenzi del Legislatore nazionale!...
Read MoreINTERVISTA ALL’ECONOMISTA ALBERTO QUADRIO CURZIO
EUROPA: ANDARE OLTRE LA CRISI! La politica economica e monetaria dell’ Ue – La road map per il futuro: crescita e occupazione L’Europa, questa Europa non fa più sognare! Il “modello europeo” è da tempo avvolto in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni. Un modello che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi d’identità nazionali. L’Europa della malinconia! Alle radici del disagio c’è in sostanza l’impotenza della politica economica dell’Unione, la mancanza cioè di una reale governance economica e monetaria. L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme sia un autentico collante. Emerge chiara l’incapacità delle istituzioni europee nell’affrontare i problemi economici, sociali e politici di dimensione europea e globale. Ne parliamo con l’economista Alberto Quadrio Curzio, Professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, socio dell’Accademia dei Lincei, editorialista de Il Sole 24 Ore. – L’attuale crisi finanziaria ed economica ha messo in evidenza le anomalie della governance istituzionale dell’ Unione monetaria. Una pericolosa asimmetria fra politica monetaria e politica economica. Quale scenario è auspicabile affinchè l’euro non collassi? La BCE si è trovata in una situazione molto difficile che l’ha costretta a svolgere delle funzioni di supplenza non previste dai suoi statuti e tuttavia necessarie per l’emergenza. Tuttavia è necessario procedere oltre. La costruzione istituzionale dell’Unione europea deve arrivare a disporre dell’intera panoplia degli strumenti di Governo dell’economia: di bilancio, dei redditi, delle strutture materiali e immateriali. Una moneta solida e una politica monetaria efficace, anche perché attuata da una banca centrale autonoma nel perseguire una missione precisa, danno stabilità; prevengono e dissipano incertezze. Lo stiamo sperimentando – La recessione economica in atto con la caduta dei livelli occupazionali sta causando in Europa un crescente antieuropiesmo. L’euro e l’Europa rischiano di diventare la bandiera dei risentimenti, dei disagi sociali, del populismo, della facile demagogia. Quando si esce da questa crisi? Una situazione di crisi che si avvia al sesto anno configura di gran lunga la peggiore crisi del dopoguerra che nata nella finanza (americana)si è poi traslata in quella europea(sui titoli di stato)diventando anche crisi economica ed infine sociale. Le istituzioni europee che funzionavano bene in condizioni di normalità hanno cominciato a traballare ed i mass media invece di assumere un atteggiamento costruttivo e propositivo hanno alimentato i risentimenti. Così i paesi del nord hanno accusato quelli del sud di malagestio e quelli del sud hanno ribattuto accusando quelli del nord di egoismo. Il tutto ha fatto crescere l’euroscetticismo e addirittura l’anti europeismo. – In particolare, come risponde a chi, anche in Italia, auspica l’uscita dall’euro e un ritorno alla sovranità monetaria? Quale prezzo pagheremmo con il ritorno alle sovranità nazionali? L’uscita dell’Italia (come di qualsiasi altro Paese dell’UEM) dall’euro sarebbe molto dannosa. Sebbene i costi si potrebbero stimare solo dopo che l’evento si è verificato, i danni sarebbero altissimi in quanto si bloccherebbero tutte le relazioni commerciali, industriali e finanziarie del nostro Paese con il resto dell’Europa e questo inevitabilmente avrebbe ripercussioni sull’economia reale: crescita minore, aumento della disoccupazione e via discorrendo. Il tutto condito di controlli sui movimenti dei capitali e alla fine anche di protezionismo. L’illusione di recuperare sovranità e con questa gradi di libertà porterebbe esattamente all’opposto con minore libertà economica ed anche con minore benessere per tutti. – Secondo l’ex Cancelliere Schmidt “la Grande Germania sta perdendo il senso della storia, del suo riscatto europeo e della solidarietà con i partner”? Gli ha fatto eco il Premio Nobel Stiglitz: “Basta austerity, per l’Europa è come i salassi medievali!”. E’ lecito chiedersi quale Europa per il futuro: quella equilibrata e solidale delle...
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