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LE CRITICITA’ DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO

Posted by on Giu 26, 2024 in Uncategorized | Commenti disabilitati su LE CRITICITA’ DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO

LE CRITICITA’ DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO

Autonomia differenziata ovvero il viaggio nel camaleontismo politico. Smaltita la sbornia del Ministro Calderoli (“Mi tremano le gambe”) e, sul fronte opposto, assorbite le invettive della segretaria del Pd Elly Schlein (“Brandelli d’Italia”) e dell’ex premier Giuseppe Conte (“Italia spaccata col favore delle tenebre”), è forse opportuno rimettere a posto i tasselli di un complicato puzzle. Quello del percorso legislativo che, partito dal disegno secessionista dello storico leader della Lega Umberto Bossi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, ha tagliato il primo significativo traguardo con la riforma del Titolo V della Costituzione varata dal Governo presieduto da Giuliano Amato con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3, per fermare il secessionismo del Carroccio. Sovvertendo i tradizionali rapporti fra Stato centrale ed enti periferici, con l’art. 116 si prevede che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario “condizioni particolari di autonomia” in materie determinate (c.d. “regionalismo differenziato”). Una norma costituzionale caduta nel dimenticatoio parlamentare per 22 anni e rilanciata per la sua attuazione dal Ddl Calderoli. In un clima di proficua collaborazione istituzionale fra i partiti si sarebbe plaudito al dialogo bipartisan: la sinistra chiama, la destra risponde. Realtà ben diversa: scontro in Parlamento, muro contro muro. L’approvazione definitiva alla Camera, con una indegna gazzarra da periferia, ha riproposto i limiti di una politica fortemente in debito con la coerenza e l’onestà intellettuale. Un clamoroso cortocircuito per cui la Lega, nel 2001 fiera avversaria della riforma costituzionale del Governo Amato, allora bollata come una “truffa”, oggi ne celebra con enfasi l’attuazione con la legge Calderoli; mentre la sinistra, autrice nel 2001 del nuovo Titolo V che ha introdotto l’autonomia differenziata, oggi, colpita da amnesia totale, denuncia in tutte le piazze lo “Spaccaitalia”, programmando, in attesa di un eventuale referendum abrogativo, manifestazioni di protesta anche in quella stessa Emilia-Romagna, la Regione di Elly Schlein, che ha chiesto due volte l’attuazione dell’autonomia con legge quadro. Misteri (o misfatti?) della politica nostrana. Se questa è la premessa, facile immaginare il lungo e difficile iter procedurale che attende il progetto di attuazione del Titolo V sull’autonomia. Il Governo, in via prioritaria prima della “devoluzione” delle competenze, entro 24 mesi dalla entrata in vigore della legge, dovrà emanare uno o più decreti legislativi per determinare i 237 Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), in 15 diverse aree, stabiliti dal Comitato governativo Clep, presieduto dal giurista Sabino Cassese, tra cui istruzione, ambiente, sicurezza sul lavoro, porti e aeroporti civili, reti di trasporto e navigazione, tutela della salute, comunicazione, energia e beni culturali. I Lep rappresentano gli standard minimi di servizio necessari per garantire “diritti sociali e civili” tutelati dalla Costituzione, fondamentali per assicurare un trattamento uniforme a livello nazionale. Strettamente collegato ai Lep c’è il capitolo più controverso, quello relativo alla fiscalità, cioè al trasferimento delle risorse finanziarie alle Regioni che ricevono le nuove funzioni, e quindi il gettito fiscale generato sul territorio, da integrare per molte Regioni. Si farà riferimento al “fabbisogno standard” che esprime le reali necessità finanziarie per garantire servizi ai cittadini sulla base delle varie caratteristiche territoriali. Nel testo della legge si stabilisce che nessuno aggravio ci sarà per le finanze pubbliche, il costo dell’autonomia sarà a costo zero. Non dovrà gravare sul fragile bilancio dello Stato, caduto sotto esame della Commissione europea a seguito della procedura per deficit eccessivo: una “correzione dei conti” di circa 10-12 miliardi l’anno per i prossimi sette anni, in aggiunta ai rilevanti costi delle misure approvate nel 2023. Non ci potrà essere spazio per coprire anche quelli generati dai Lep per l’autonomia differenziata (circa 80 miliardi di euro). L’incognita della...

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QUALE EUROPA? LE INCERTEZZE DEL VOTO

Posted by on Giu 3, 2024 in Uncategorized | Commenti disabilitati su QUALE EUROPA? LE INCERTEZZE DEL VOTO

QUALE EUROPA? LE INCERTEZZE DEL VOTO

A pochi giorni dal voto per l’Europarlamento, una domanda è d’obbligo: quale Europa uscirà dalle urne?Risposta difficile al termine di una campagna elettorale segnata da nomi e contrasti sulle liste e povera diprogrammi e contenuti. Scarsa l’informazione dei partiti sulla dimensione europea della consultazioneelettorale, una informazione involuta su un provincialismo dialettico, una querelle strapaesana al servizio di una misera caccia al voto, dissimulata da candidati-civetta. Non un test politico-economico sull’Europa del futuro ma, banalmente, un sondaggio elettorale per la verifica dei rapporti di forza fra i vari partiti. Sullo sfondo di riciclaggi, trasformismi politici e di un marketing elettorale borderline (in terra magiara), non stupisce che a contendersi il consenso siano finiti candidati “impresentabili” per l’Antimafia e candidati sprovvisti di un’adeguata statura politico-culturale necessaria per affrontare non una trasferta turistica (pagata) in Alsazia, a Strasburgo, ma un compito di grande responsabilità, come quello parlamentare europeo. All’Europarlamento non ci sono seggi per “turisti per caso”, ma per soggetti responsabili, capaci di visione, quella necessaria per operare per le generazioni future con progetti di grande respiro, nel segno dello storico Manifesto di Ventotene.Da anni l’Europa non riesce a fare alcun passo decisivo per diventare una entità sovranazionale con una politica estera comune, una difesa comune, una fiscalità comune, per potersi cioè relazionare sullo scenario geopolitico mondiale con una propria identità. Sempre più latitante la “politica visionaria” dei Padri fondatori per la mancanza nei Paesi dell’Unione di leadership adeguate: immobilismo e scarsa coscienza europea. Accantonata, a volte calpestata, la memoria storica e culturale del Vecchio Continente, la costruzione di un’Europa unita, la sua integrazione, è scivolata nelle pastoie burocratiche, invischiandosi nei cavilli dei regolamenti comunitari. Lo “spazio di libertà, di giustizia e di pace”, alto richiamo ideale, si concretizza attraverso una reale appartenenza e cioè su un principio di cittadinanza basato su un progetto politico.La prossima legislatura europea, la decima, dovrà farsi carico di un’agenda complessa in cui si incroceranno non solo interessi nazionali diversi, ma anche idee diverse sui programmi che dividono i partiti all’interno di ogni singolo Paese. Molte e impegnative le sfide che l’Unione europea sarà chiamata ad affrontare nei prossimi cinque anni, sul tappeto dossier complicati, compromessi faticosi da negoziare: transizione ecologica e digitale, patto per la migrazione, rapporto con Cina e Usa. L’Europa dovrà decidere se fare quel salto di coesione necessario ad affrontare il nuovo contesto internazionale che la vede oggi esposta su più fronti. Ed è difficile pensare a una politica estera e di sicurezza comune senza una condivisione degli strumenti economici collegati a investimenti in aree di importanza strategica per l’Unione per “un cambiamento radicale”, come proposto da Mario Draghi nel suo recente rapporto sul futuro della competitività europea.In questo complesso quadro programmatico sarà importante rafforzare il ruolo del Parlamento europeoche, pur non avendo il potere di iniziativa legislativa come i Parlamenti nazionali, dai Trattati di Roma del1957 ha visto crescere i suoi poteri nella procedura legislativa ordinaria: l’80% degli atti legislativi richiede il concorso paritetico di Parlamento e Consiglio. Ma è tenuto ancora ai margini delle politiche strategiche dei governi nazionali, quelle tradizionalmente vicine al cuore delle sovranità nazionali, le cui decisioni vengono prese esclusivamente dal Consiglio europeo (dei capi di governo nazionali). Così prevedono i Trattati che hanno creato una Unione europea con due motori, uno sovranazionale e l’altro intergovernativo. L’assetto istituzionale dell’attuale Unione è non solo eccessivamente complesso, provocando spesso paralisi decisionali, ma è in parte anche obsoleto dopo oltre settant’anni di vita in un mondo molto cambiato dalla metà del secolo scorso. Ritrovare dunque lo spirito originario e ritornare al respiro di una nuova fase costituente con la revisione dei...

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AUTONOMIA DIFFERENZIATA, REBUS ISTITUZIONALE  

Posted by on Mag 8, 2024 in Uncategorized | Commenti disabilitati su AUTONOMIA DIFFERENZIATA, REBUS ISTITUZIONALE  

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, REBUS ISTITUZIONALE  

Autonomia regionale differenziata, atto finale? Dopo il via libera del Senato e un tormentato passaggio in Commissione Affari Costituzionali della Camera, il disegno di legge Calderoli è approdato in Aula a Montecitorio per la discussione generale, ed è subito bagarre. Le prime avvisaglie di uno scontro politico su un tema fortemente divisivo. In dieci articoli il progetto di attuazione del Titolo V della Costituzione, in particolare dell’art. 116, che prevede che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario “condizioni particolari di autonomia”. Sono venti le materie oggi di legislazione concorrente, cioè di comune competenza di Stato e Regioni (sicurezza del lavoro, salute, alimentazione, governo del territorio, infrastrutture, trasporti ed energia, finanza pubblica, ordinamento sportivo, professioni, protezione civile, beni culturali, ecc.), che potranno passare integralmente all’ente regionale. E potrebbero essere decentrate anche altre tre materie oggi gestite solo dallo Stato (giustizia di pace, istruzione, tutela dell’ambiente e dei beni culturali). In discussione è la redistribuzione dei poteri, grazie a una diversa allocazione delle risorse pubbliche verso quelle Regioni che ne faranno richiesta, concordando con il Governo la “devoluzione” di competenze e risorse. Il capitolo più controverso è quello relativo alla fiscalità, cioè il trasferimento di mezzi finanziari alle Regioni che ricevono le nuove funzioni, e quindi la parte del gettito fiscale generato sul territorio che ogni Regione potrà trattenere. Per superare gli effetti distorsivi della “spesa storica” collegata al costo annuale del servizio reso (un meccanismo vantaggioso per gli enti con elevata spesa e risorse fiscali proprie, rispetto a quelli con limitata capacità fiscale), l’ultima versione del “regionalismo differenziato” introduce un nuovo indicatore: il “fabbisogno standard” che esprime le reali necessità finanziarie dell’ente locale per garantire servizi ai cittadini sulla base delle varie caratteristiche territoriali e della composizione sociodemografica della popolazione residente. E’ il costo del servizio differenziato per Regione che ha bisogno, in via preliminare, della determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) per le materie riferibili ai diritti civili e sociali dei cittadini, prescritti dalla Legge di bilancio 2023,per garantire i serviziminimi equamente su tutto il territorio nazionale.“Conoscere per deliberare”, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi. E sono 237 i Lep stabiliti in 15 materie dal Comitato (Clep) istituito dal Governo, presieduto dall’accademico, giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese (nella foto), per tracciare un quadro unitario e completo finalizzato a evitare squilibri economici fra le Regioni attraverso misure perequative, nel rispetto del principio costituzionale di solidarietà sociale ed economica. Molto dipenderà dai finanziamenti che lo Stato potrà mettere a disposizione per far convergere le prestazioni, oggi molto diversificate, verso lo stesso livello. E’ probabile infatti che emergano dei vincoli finanziari alla copertura completa dei fabbisogni legati ai costi standard dei livelli essenziali delle prestazioni laddove non coperti dalla capacità fiscale regionale. Ma, come ha ribadito Sabino Cassese nella recente lectio magistralis tenuta ad Atripalda (Avellino), sua città di origine, in occasione della “Cittadinanza onoraria” conferitagli dall’Amministrazione comunale, “l’ultimo miglio dell’autonomia regionale differenziata dipende da un’amministrazione che funzioni bene, perché i divari amministrativi in Italia purtroppo ci sono e non li possiamo risolvere in poco tempo con i Lep la cui erogazione di servizi richiede all’amministrazione che governa il territorio cultura amministrativa per una efficace capacità di spesa con una classe dirigente adeguata.”   Al centro del dibattito politico il problema di sempre: migliore efficienza dei servizi e partecipazione al controllo della spesa o strumento di sperequazione socio-economica e divisione tra Regioni? I nodi problematici ancora da sciogliere riguardano, in particolare, la ricaduta sul servizio sanitario e sul sistema scolastico, la frammentazione delle politiche pubbliche nazionali (servizi e infrastrutture logistiche), il rischio di cristallizzazioni delle disuguaglianze, la...

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ADDIO AL PATTO DI STABILITA’ STUPIDO

Posted by on Mag 2, 2024 in Uncategorized | Commenti disabilitati su ADDIO AL PATTO DI STABILITA’ STUPIDO

ADDIO AL PATTO DI STABILITA’ STUPIDO

Addio al “Patto di stupidità”. A distanza di oltre vent’anni da quando nel 2002 Romano Prodi, alloraPresidente della Commissione europea, definì “stupido” il Patto di stabilità varato nel 1997,l’Europarlamento di Strasburgo, dopo un lungo e acceso negoziato tra i Paesi membri, ha approvato lariforma del Patto di stabilità e crescita per la governance economica dell’Europa del futuro. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica fondata sulla stabilità finanziaria.Obiettivo del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i “parametri” fissati con ilTrattato di Maastricht del 1992, era quello di garantire la disciplina di bilancio degli Stati dell’Ue per evitare disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi e contribuire così alla stabilità monetaria. Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascuno Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno per non mettere a rischio la tenuta monetaria dell’Ue. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva attivato la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica fino al 2023 per sostenere l’economia durante la crisi. Espansività della spesa secondo i canoni Keynesiani.Per scongiurare il rischio autolesionistico di un ritorno al passato con le ferree misure dell’ortodossiarigorista, e quindi con un Patto realisticamente inapplicabile, la riforma del Patto prevede una riduzioneconcordata del debito per i Paesi più indebitati e la possibilità di percorsi di recupero più graduali in caso di riforme e investimenti. Sarà la Commissione Ue a “tracciare la traiettoria di riferimento” specifica persingolo Paese entro il 21 giugno con gli obiettivi di aggiustamento dei conti pubblici a medio terminepreparatori ai piani pluriennali di spesa (fiscali e strutturali), finalizzati a garantire la riduzione del debito olivelli prudenti. La riforma del Patto punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno allariduzione del debito pubblico. Ogni Stato membro sarà chiamato a preparare piani di spesa sostenibili econformi al nuovo quadro comune europeo basati sulla spesa primaria al netto degli interessi (perinvestimenti e sovvenzioni Pnrr), nei quali dovranno definirsi gli obiettivi di bilancio, le misure peraffrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari. Questi Piani, della durata diquattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire il rientro del debito pubblico con una riduzionemedia annua dell’1% del rapporto debito/Pil per i Paesi con rapporto superiore al 90% (Italia e Francia),dello 0,5% per gli altri Paesi con indebitamento compreso fra il 60 e il 90% del Pil: un vincolo menorestrittivo di quello attuale di 1/20 all’anno.“La riforma, ha dichiarato il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, intende semplificare la governanceeconomica, sviluppare la responsabilità nazionale, rafforzando l’applicazione delle norme all’interno di unquadro comune trasparente.” Attraverso nuove regole, adattabili alle esigenze dei singoli Paesi, si vuoleevitare che la riduzione forzata del debito, priva di flessibilità, porti a una contrazione degli investimenti edella crescita, mettendo a rischio il modello sociale e la sicurezza del continente. Si volta pagina per unPatto più…intelligente, nel segno di una responsabile politica di bilancio.Cosa cambia per l’Italia? L’entusiasmo italiano è scarso, come dimostra, per opposte ragioni di partito,alcune palesemente contraddittorie, l’astensione quasi corale all’Europarlamento (con il “no” di M5S).“Abbiamo unito la politica...

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IL GRANDE REBUS DEI CONTI PUBBLICI 

Posted by on Apr 19, 2024 in Uncategorized | Commenti disabilitati su IL GRANDE REBUS DEI CONTI PUBBLICI 

IL GRANDE REBUS DEI CONTI PUBBLICI 

 Un quadro tendenziale e non programmatico delle dinamiche dei conti pubblici, la zavorra del debito appesantito dagli “effetti devastanti” del Superbonus (ministro Giorgetti), le proteste e i dubbi dell’opposizione sulla reale situazione della finanza pubblica: sono gli aspetti controversi del Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Governo. Nel corso degli ultimi decenni i documenti programmatici hanno assunto sempre di più un ruolo chiave nella definizione ed esposizione delle linee guida di politica economica del Paese. In una economia caratterizzata da continui e rapidi cambiamenti, anche geopolitici, essi svolgono una delicata e importante funzione informativa a livello nazionale, comunitario e internazionale, in grado di rendere pienamente visibili le politiche di governo. Il Def è il principale strumento della programmazione economico-finanziaria che racchiude la strategia del governo per l’anno in corso e per i tre anni successivi, i suoi obiettivi programmatici macroeconomici e di finanza pubblica, gli interventi da realizzare in linea con gli andamenti dell’economia. Con il Def vengono stabilite le linee guida di bilancio, in primis il saldo della pubblica amministrazione, che rappresentano paletti invalicabili delle decisioni successive. L’approvazione parlamentare gli conferisce il valore di un vincolo giuridico. Come già successo in passato, anche quest’anno la presentazione del Def sta facendo discutere. In particolare, il documento varato dal governo ha suscitato riserve e polemiche per le stime sull’andamento dei conti pubblici rappresentate soltanto in base al cosiddetto “quadro tendenziale”, e cioè a legislazione vigente, in assenza di qualsiasi nuova misura da parte dell’esecutivo, e non in base al “quadro programmatico” con specifica indicazione delle scelte economiche del governo, con gli obiettivi che s’intendono raggiungere nel breve periodo. Un Def “leggero” privo di un’agenda programmatica di riferimento, secondo i partiti dell’opposizione, metterebbe a rischio la credibilità del Paese di fronte ai mercati finanziari, la fiducia in un governo incapace di darsi un Piano economico per i prossimi anni. Qualcuno ha parlato di “incapacità governativa”, di “truffa contabile del ministro Giorgetti” (Marco Turco, M5S). Tutto è chiarito nella nota governativa di presentazione del Def: “Il Documento è stato predisposto nel rispetto delle regole del Patto di stabilità e crescita, tenendo comunque conto della transizione in corso verso la nuova governance economica europea” con le nuove regole di debito e deficit. Nessuna reazione negativa da parte delle agenzie di rating: spread stabile, rendimento dei titoli di Stato invariato. Il Governo “rinvia la definizione degli obiettivi programmatici alla presentazione in settembre del Piano strutturale di bilancio a medio termine”, sperando in una più benevola lettura del deficit da parte della nuova Commissione Ue. Proprio sul versante del deficit, il fattore che ha reso particolarmente difficile le previsioni del governo sono stati il Superbonus e i bonus edilizi ereditati dal passato che, pur incidendo sulla crescita e sul Pil in modo decisivo all’1%, hanno causato una revisione al rialzo del deficit nel 2022 (8,6%) e 2023 (7,2%). Il conto finale è arrivato a 219 miliardi di euro (sei volte di più rispetto alle previsioni iniziali di spesa), dei quali 160 relativi al Superbonus. Da compensare nei prossimi anni restano 163 miliardi di crediti, ossia circa 40 miliardi l’anno, due punti di Pil, che rischiano di essere “incompatibili” con le disponibilità di cassa e l’obiettivo di contenere il deficit che, rapportato al Pil, per il 2024 resta confermato al 4,3% e al 3,7% per il 2025. Conseguente la ricaduta sul debito che l’anno prossimo, pur in presenza di un aumento stimato del Pil dell’1,2%, sfonderà quota 3mila miliardi di euro, arrivando per la precisione a 3.109, per poi salire ulteriormente a oltre 3.200 miliardi nel 2026 e a 3.300 nel 2027. Un rapporto...

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PAESE  IMPOVERITO,  LA FOTOGRAFIA  DEL  FISCO

Posted by on Lug 11, 2019 in Uncategorized | Commenti disabilitati su PAESE  IMPOVERITO,  LA FOTOGRAFIA  DEL  FISCO

PAESE  IMPOVERITO,  LA FOTOGRAFIA  DEL  FISCO

Scadenze fiscali alle porte, redditi da dichiarare, imposte da versare. Ma quale Italia si è presentata al Fisco nel 2018? Dal Dipartimento delle Finanze del Mef è arrivata una fotografia in bianco e nero di redditi e ricchezza degli italiani. Un Paese impoverito, con un dato allarmante: 13 milioni di contribuenti non pagano l’Irpef perché il reddito imponibile risulta sotto la soglia di esenzione. Il reddito complessivo è in calo di oltre 5 miliardi di euro (-0,6%). Una diminuzione dell’1,3% dell’imponibile Irpef causata dalla criticità economica di alcuni settori produttivi e dai bassi livelli pensionistici: il 70 % delle pensioni (12,6 milioni di assegni Inps) non supera le mille euro mensili! Solo il 5,3% dei contribuenti ha dichiarato più di 50 mila euro, versando il 39,2% dell’Irpef totale. Da 100 mila a 200 mila euro di reddito ci sono quasi 428 mila soggetti (l’1,4% della platea complessiva) che versano il 13% di tutta l’Irpef. Oltre i 300 mila euro di reddito si collocano poco più di 38 mila “paperoni” che versano il 6% dell’imposta personale. Sono stati 41,2 milioni i contribuenti che hanno presentato nel 2018 la dichiarazione dei redditi con un incremento dello 0,83% rispetto agli anni scorsi. Fortemente diversificato il reddito medio dichiarato per singola categoria: il più elevato è quello dei lavoratori autonomi che è pari a 43.510 euro (con un incremento del 4,2% rispetto al 2016), seguito da quello degli imprenditori individuali che ammonta a 22.110 euro (con un incremento reale del 3,8% rispetto al 2016). Lavoratori dipendenti e pensionati si attestano rispettivamente a 20.650 euro (-0,6%) e a 17.430 euro (+1,5%). Il reddito medio da partecipazione in società di persone e assimilate risulta pari a 18.380 euro. Significativo il dato che emerge dalle “tax expenditures”: le deduzioni (abitazione principale e oneri deducibili) valgono circa 35,5 miliardi di euro; le detrazioni ammontano a 70 miliardi di euro (in crescita le spese per recupero edilizio e mobili). Un totale di 105,5 miliardi di euro. Su base geografica, il reddito medio più alto risulta  in Lombardia (24.720 euro), seguita da Emilia Romagna e Trentino Alto Adige. Il più basso è in Basilicata, Molise e Calabria (14.120 euro). Il reddito complessivo dichiarato per l’anno 2018 dai contribuenti italiani è stato di circa 838 miliardi di euro per un valore medio di 20.670 euro. A fronte di un’imposta netta totale dichiarata pari a 157,5 miliardi di euro, particolarmente interessante il dato statistico sull’imposta media: è stata pari a 5.140 euro e ha riguardato il 75% dei contribuenti (30,7 milioni di soggetti). Rispetto a dieci anni fa il reddito medio reale risulta in flessione del 3%!  Una mole notevole di numeri per situazioni reddituali diverse generate da un macchinoso sistema tributario che attende l’intervento del Legislatore per una semplificazione amministrativa. Una chimera! L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 13/E dello scorso 31 maggio, ha diramato la “Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche per l’anno d’imposta 2018”: 385 pagine! Siamo alla follia! Contribuente: cittadino o suddito? Al di là delle analisi statistiche è arrivato il momento di rendersi conto che, con un’economia in stagnazione, il re è nudo! A bando promesse e proclami, si metta finalmente mano a una seria (e sostenibile!) riforma tributaria che possa trainare la ripresa economica nel segno della certezza, della semplificazione e della equità della tassazione. Il resto è misero teatrino di...

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