RIFORMA FISCALE, LAVORI IN CORSO
Lavori in corso nel cantiere della Riforma fiscale. In arrivo il via libero da parte delle Commissioni Finanze di Camera e Senato a una proposta unitaria che fissa le linee della riforma. Un atto di indirizzo sul quale, secondo il percorso a tappe del Recovery Fund concordato con la Commissione europea, il Governo Draghi dovrà “impiantare” entro il 31 luglio una legge delega che ridisegnerà il sistema tributario italiano. Pochi sono, per ora, i punti fermi. Uno riguarda la cancellazione dell‘IRAP, l’imposta regionale sulle attività produttive introdotta negli Anni ’90, che sarà inglobata nell’IRES, imposta sul reddito delle società. L’IRAP si trasformerebbe in un incremento dell’aliquota IRES, con benefici in termini di semplificazione nella determinazione di un solo imponibile. Verrebbe così abrogata un’imposta tanto contestata che colpisce inopinatamente i fattori della produzione (costo del lavoro), tassando le imprese in perdita. In materia di reddito d’impresa, si ipotizza il ritorno (semplificato) dell’IRI, l’imposta introdotta dal governo Renzi a fine 2016 e mai entrata in vigore, perché congelata da Gentiloni l’anno dopo e abrogata dal Conte-1 in quello successivo. Un altro punto della riforma su cui sembrano convergere le posizioni politiche riguarda la possibilità di rateizzare anche il versamento della seconda rata dell’acconto delle imposte sui redditi, con differimento rateale fino a metà del mese di giugno dell’anno successivo. Ancora da definire il riordino della tassazione patrimoniale con intervento sul catasto e sulla tassa di successione, il regime forfettario con la flat tax per le partite Iva: un grosso nodo politico da sciogliere. Il fisco è terreno politicamente minato… Ogni partito ha il suo orticello elettorale da curare con bandierine da posizionare. Un’ampia convergenza invece si registra sulla riforma dell’Irpef, nata con la riforma tributaria del 1973 come imposta generale sui redditi ma progressivamente svuotata con la eliminazione dalla sua base imponibile di cespiti e redditi vari tassati con imposte sostitutive (proporzionali), con aliquote diverse tra loro. Oggi l’Irpef è ormai quasi esclusivamente un’imposta sui redditi da lavoro dipendente e assimilati che costituiscono l’84% dell’imponibile, generando oltre l’80% dell’intero gettito tributario. Tutti d’accordo per una profonda revisione del meccanismo delle aliquote che gravano in particolare sui redditi del ceto medio dipendente. Una necessità per ridare potere d’acquisto e competitività alla classe media italiana che negli ultimi anni è stata quella più colpita dalla pressione fiscale. Le forze politiche concordano sulla necessità di alleggerire la pressione fiscale tagliando il prelievo per circa 7 milioni di contribuenti che popolano la terza fascia di reddito, quelli con reddito compreso tra i 28mila e i 55mila euro lordi attraverso la riduzione della terza aliquota Irpef del 38%. La struttura della futura Irpef dovrebbe prevedere tre sole aliquote rispetto alle cinque attuali con la modifica della dinamica delle aliquote marginali al fine di ridurre il prelievo medio effettivo. In discussione inoltre il minimo esente, una sorta di “no tax area” corrispondente a una soglia di reddito esclusa da tassazione, il minimo per la sopravvivenza. Nel capitolo complesso degli interventi per la riforma dell’Irpef entra anche la razionalizzazione delle “tax expenditure” (detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta, aliquote ridotte) per raggiungere tre obiettivi: ridurre la numerosità delle spese fiscali, semplificazione del sistema, reperire risorse per la riduzione del terzo scaglione Irpef. Significativo il dato che emerge dalla giungla degli “sconti fiscali”: quelli legati alle deduzioni (abitazione principale e oneri deducibili) valgono circa 35,5 miliardi di euro, quelli legati alle detrazioni ammontano a 70 miliardi di euro (in crescita le spese per recupero edilizio e mobili). Un totale di 105,5 miliardi di euro. Un fisco più semplice dovrebbe fare piazza pulita di questi bonus che...
Read MoreROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, IL NUOVO CONDONO FISCALE
Con il decreto “Sostegni 2021” è partita l’operazione di pulizia del “magazzino fiscale”: cancellazione automatica dei debiti fino a 5mila euro (comprensivi di capitale, interessi e sanzioni) risultanti dalle cartelle di pagamento emesse tra il 2000 e il 2010. La rottamazione riguarderà soltanto i contribuenti con reddito imponibile 2019 non superiore a 30mila euro. Fuori dal raggio d’azione dello stralcio restano le multe stradali, i pagamenti di danni erariali e i debiti per il recupero di aiuti di Stato. Un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze definirà le modalità e le date dell’annullamento dei debiti e del relativo “discarico” amministrativo con la conseguente scomparsa dagli archivi della ex Equitalia di 16 milioni di ruoli esattoriali. Una sanatoria dal costo per i conti pubblici di oltre 666 milioni di euro. Ci risiamo. Un mini condono fiscale che per il sottosegretario dell’Economia, il leghista Claudio Durigon, “è solo il primo passo”, dicendosi certo che alle Camere “si possa trovare la maggioranza per migliorare il provvedimento”. Si mira cioè a far passare l’ipotesi originaria presente nelle bozze del decreto: stralcio generalizzato fino al 2015, senza limite di reddito. Con un colpo di spugna mandare in fumo 61 milioni di cartelle con un impatto fortemente negativo sul bilancio pubblico. L’addio ai vecchi debiti ha innestato forti polemiche nel dibattito politico. Lapidario il giudizio del premier Draghi: “E’ chiaro che sulle cartelle lo Stato non ha funzionato, uno Stato che ha permesso l’accumulo di milioni e milioni di cartelle per lunghi anni senza successo nella riscossione”. La via d’uscita? La pax fiscale. Un nuovo condono per ripartire e far funzionare meglio la struttura. L’inefficienza dello Stato al servizio dei furbetti. Vecchia storia in un Paese che ha praticato una lunga serie di condoni, concordati, scudi, rottamazioni, voluntary disclosure. Una creatività normativa altrove sconosciuta. Se le discriminazioni sociali sono sempre detestabili, ancora di più lo è quella che divide i cittadini fra chi paga le tasse e chi le tasse le evade, o non le paga. Non è solo un problema di giustizia sociale e di rispetto delle regole democratiche. Al di là delle bandierine di partito sventolate al vento per catturare facili consensi elettorali con il supporto di prediche pelose, il deficit pubblico non sparisce se si prendono comode scorciatoie per sottrarsi a un preciso dovere civico richiesto per contribuire a finanziare l’istruzione, la sicurezza, la sanità, il welfare e tanto altro. L’invocata crisi economica causata dalla pandemia non sia un pretesto per un indistinto regalo. Non si capisce perché dei ristori e dei sostegni debbano beneficiare anche gli evasori e non soltanto chi, realmente, è stato danneggiato dal virus, chi rischia il fallimento della propria attività e con essa il proprio futuro. E sono i cittadini onesti ad essere costretti a farsi carico del mancato introito da parte dell’Erario. Secondo i dati sull’evasione forniti di recente dal Direttore dell’Agenzia delle Entrare Ruffini ci sarebbero 987 miliardi di euro da riscuotere, una cifra che supera del 25% il complesso delle entrate per il 2020. I contribuenti con debiti residui da riscuotere sono circa 17,9 milioni, di cui 3 milioni di persone giuridiche mentre i restanti 14,9 milioni rappresentati da persone fisiche. Un numero impressionante: contribuenti tutti deceduti o, se ancora in vita, falliti, nullatenenti o colpiti dal Covid-19? Un problema di queste dimensioni evidenzia lo stato di crisi profonda in cui versa il sistema fiscale italiano. Non solo il più esoso in Europa (43,05% nel 2020), rapportato alla scarsa qualità dei servizi pubblici, ma anche il più sperequato a causa di un’evasione fiscale pari al doppio della media dell’Eurozona. Un sistema fiscale...
Read MoreIL CASHBACK, LA NUOVA FRONTIERA DEL FISCO
Una scommessa da cinque miliardi. E’ la posta in palio prevista dalla Finanziaria 2020 per stanare l’evasione fiscale attraverso un maggiore utilizzo di pagamenti elettronici (“cashback”). Un premio in danaro a favore dei soggetti privati che effettuano acquisti di beni e servizi, compresi i pagamenti relativi ai rifornimenti di benzina, al bollo e all’assicurazione auto. Sono esclusi gli acquisti online, quelli destinati alle attività imprenditoriali/professionali, i pagamenti con domiciliazione bancaria, le ricariche telefoniche effettuate presso sportelli ATM. Dopo la fase natalizia di rodaggio, la macchina del cosiddetto “rimborso di Stato” gira a pieno regime. Fino al 30 giugno 2022 è previsto un rimborso percentuale per ogni pagamento digitale pari al 10%, senza un importo minimo di spesa (un caffè vale come una lavatrice). La quantificazione del rimborso è determinata sul valore complessivo delle transazioni effettuate nel semestre, almeno cinquanta per un importo complessivo non superiore a € 1500. Sarà quindi possibile ottenere un rimborso massimo di € 150 per singolo semestre, fino a € 300 l’anno. Un rimborso speciale di € 1500 (“super cashback”) è previsto a favore dei primi 100 mila soggetti che totalizzano, in un semestre, il maggior numero di transazioni con la “moneta elettronica”. I rimborsi del cashback (esentasse) avverranno entro 60 giorni dalla fine del singolo semestre con accredito sul conto bancario/postale comunicato all’atto dell’iscrizione. Nonostante la procedura complessa e macchinosa per aderire al cashback, gli iscritti al programma hanno superato quota 7,5 milioni. Gli esercenti abilitati, in possesso di dispositivi di accettazione dei pagamenti come il POS, sfiorano quota 12 milioni. Numeri importanti, lontani comunque dalle stime previsionali, di un’operazione per la quale il governo ha stanziato 4,75 miliardi di euro nel biennio 2021-2022, cui vanno aggiunti ulteriori risorse per la “lotteria degli scontrini”, al via dall’1 febbraio. Basteranno questi premi a convertire l’italica gente a un uso diffuso di carte di credito e di bancomat nella strategia di contrasto all’evasione fiscale? Molte le incognite per un buco annuale di 110 miliardi di euro con la forte incidenza dell’Iva di circa 35 miliardi (siamo i “primi” in Europa). A consuntivo andranno valutati i reali benefici in termini di maggiore gettito tributario e recupero di evasione per l’Erario. Una partita dal risultato incerto, legato a prassi consolidate. In materia di lotta all’evasione, si studiano con interesse le azioni messe in campo in alcuni Paesi, il Portogallo in particolare, dove un meccanismo simile ha dato risultati molto positivi, riducendo in modo significativo il “tax gap” dell’Iva, la differenza fra imposta incassata e quella dovuta in un regime di perfetto adempimento. Il presupposto per ottenere buoni risultati certamente è stata la semplicità di accesso al sistema rispetto all’Italia che ha scelto una strada meno lineare con l’app IO, Spid/Carta d’identità elettronica e issuer convenzionati. Ma al di là dell’obiettivo di fondo legato alla emersione del sommerso, l’utilizzo dei pagamenti elettronici, secondo un recente studio di Bankitalia, nel precario contesto economico segnato dalla pandemia, supportando gli acquisti online, favorirebbe i consumi contenendo la caduta del Pil. “Un’economia con pagamenti molto digitalizzati è molto più resiliente a choc esterni di un’economia troppo basata sul contante.” Sull’uso incentivato della moneta elettronica c’è comunque da registrare una lettera della Banca centrale europea con la quale vengono mossi rilievi critici al governo italiano per “aver privilegiato uno strumento di pagamento rispetto ad altri senza averne verificata preventivamente la legittimità a livello europeo.” Chiaro il principio della Bce in materia di moneta: ”Gli Stati dell’Eurozona non possono adottare politiche e regolamentazioni monetarie per perseguire altri fini interni.” Qualunque disincentivo o limitazione nazionale ai pagamenti in contanti deve essere conforme al diritto dell’Ue. Sulla...
Read MoreANNO NUOVO, FISCO NUOVO IN ARRIVO?
Fisco, un anno difficile quello che si è appena chiuso per contribuenti, consulenti e amministrazione finanziaria. Un rapporto tributario fortemente segnato dalla pioggia di provvedimenti governativi adottati per fronteggiare la crisi economica causata dalla pandemia. Un susseguirsi di bonus fiscali, contributi e proroghe di scadenze attuate senza preavviso e con astrusi criteri di spettanza del beneficio che hanno generato incertezze fra gli operatori economici e stress negli studi professionali. Agevolazioni concesse in odore di assistenzialismo non sempre di facile fruizione perché condizionate da norme complicate, sovrapposte, a volte incoerenti, pubblicate a distanza di poco tempo l’una dall’altra. In primis le agevolazioni per la casa con il superbonus 110%: una normativa complessa e articolata che, per le sue tante criticità, ha suscitato non poche riserve. Il coronavirus con la eccezionalità dei suoi effetti ha messo a nudo la debolezza strutturale del sistema Paese intrappolato nei lacci e lacciuoli di un’asfissiante burocrazia e in un federalismo reso zoppo da una rattoppata modifica del Titolo V della Costituzione che ha prodotto un groviglio di norme e regolamenti, attribuzioni e competenze tra Stato centrale e autonomie locali, non sempre chiare e univoche. “Regole incomprensibili, basta con la giungla delle tasse”, ha dichiarato in una recente intervista Ernesto Maria Ruffini, Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Una denuncia precisa in direzione di una riforma fiscale strutturale, radicale e complessiva, rispetto al caotico sistema fiscale in vigore per semplificare e velocizzare le procedure amministrative. Per rimuovere cioè anacronistiche bardature e fastidiose incombenze. Il Governo è intenzionato a riportare al centro della propria azione il tema della riforma fiscale, un tema non più prorogabile per una modernizzazione del sistema in termini di equità con conseguente redistribuzione del carico impositivo tra i diversi tipi di contribuente e tra le diverse imposte. Un ruolo centrale della riforma va attribuito in via prioritaria alla semplificazione, iniziando dallo sfoltimento dei diversi regimi e dalla razionalizzazione delle “tax expenditures” (detrazioni fiscali). La miriade esistente di “misure sottrattive” o agevolative, ulteriormente implementate al tempo del Covid, rappresentano una zavorra sul piano gestionale i cui benefici andrebbero rapportati con quello che deriverebbe da un abbassamento delle aliquote fiscali. In tale ottica si inserisce anche il problema della fiscalità basata su incentivi settoriali che, se soddisfa strategie elettorali, impedisce ogni intervento sul taglio del prelievo generale con riduzione degli effetti distorsivi della tassazione. Un significativo contributo al miglioramento del controverso rapporto fisco-contribuente, al contrasto all’evasione, al recupero di un primato del legislatore sulla prassi e sulla giurisprudenza deriva proprio da una precisa legislazione di principio sulle procedure di accertamento, di riscossione, di rimborso, su quelle sanzionatorie, oltre che da una diversa organizzazione degli organi della giurisdizione tributaria. “Passare dalla semplificazione alla semplicità”, ha ammonito Enrico De Mita, docente emerito di Diritto tributario alla Cattolica di Milano. L’ordinamento tributario non può continuare ad essere caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio a causa delle ragioni di gettito e degli “scostamenti” di bilancio. Un appello per un’attività legislativa meno caotica, più seria e responsabile. Il nostro Paese ha il non invidiabile record della onerosità degli adempimenti fiscali con una bassa incidenza sulla lotta all’evasione. L’assenza di una pur minima visione strategica e della reale capacità di governare l’ordinamento tributario genera grande confusione con palesi contraddizioni sul piano normativo. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare di leggi e leggine che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione, ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Una violazione dell’insegnamento di Ezio Vanoni, il padre della omonima riforma tributaria degli Anni Cinquanta,...
Read MoreMES, CROCE E DELIZIA DELLA POLITICA EUROPEA
Giorni inquieti nei palazzi romani della politica. Da settimane il Meccanismo europeo di stabilità (MES), il cosiddetto “fondo salva Stati”, monopolizza il dibattito politico e alimenta lo scontro fra i partiti, e nella stessa maggioranza di governo. Il Mes è la “cassaforte” dell’Eurozona, istituito nel 2012 per dare sostegno ai Paesi in caso di crisi finanziaria e di rischio default previa l’attuazione di un piano di riforme strutturali della finanza pubblica “sorvegliato” dalla “Troika” (Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale). Hanno finora beneficiato del programma di aiuti Grecia, Spagna, Cipro, Portogallo e Irlanda. Con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori costituito dai ministri dell’economia dell’Eurozona e da un Consiglio di Amministrazione. Come osservatori, ne fanno parte anche il Commissario Ue agli Affari economici e il Presidente della Bce. L’Italia è il terzo maggiore socio del Mes (17,8%), dopo Germania e Francia, con 14 mld di capitale versato e 125 mld di capitale sottoscritto su un totale di circa 700 mld. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per rafforzare la coesione dell’Eurozona nell’affrontare le crisi e a tutelarne la stabilità finanziaria. Una ipotesi che in Italia ha dato il via a un profondo dibattito per le “condizioni di accesso” alle linee di credito giudicate particolarmente rigide: non essere in procedura d’infrazione, rapporto deficit/Pil inferiore al 3% da almeno due anni, rapporto debito/Pil inferiore al 60% (o con una sua riduzione di almeno 1/20 negli ultimi due anni). Per i dieci Paesi della zona euro (Italia compresa) fuori dai parametri di Maastricht l’obbligo di sottoscrivere un gravoso “memorandum”, un dettagliato accordo di riforme impopolari, non ultima la “ristrutturazione del debito sovrano”, con i conseguenti rovinosi effetti sui risparmiatori privati che hanno investito nei titoli di Stato. Una “calamità immensa” che generebbe distruzione di risparmio, fallimento di banche (detengono il 70% del debito pubblico) con ripercussione sui correntisti per effetto del “bail in”, crisi economica, disoccupazione di massa e un generale impoverimento sociale. Le proposte di modifica al Trattato, in discussione in sede europea dal dicembre 2018 sulle quali i Paesi membri prima di accantonarle a seguito della crisi Covid avevano trovato un “accordo politico preliminare” nel giugno 2019, sono state approvate dall’Eurogruppo nella recente seduta del 30 novembre. I ministri dell’economia della zona euro hanno dato l’ok definitivo alla riforma del Trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del Mes, con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate, con i programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes. L’intento della riforma è rafforzare e semplificare l’uso degli strumenti a disposizione del Mes prima del ripescaggio di un Paese, cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. Nel testo di riforma modificato è stato eliminato il contestatissimo “memorandum” (le cosiddette “condizionalità”), quello passato alla storia per aver imposto alla Grecia condizioni rigidissime, sostituendolo con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. La riforma votata dall’Eurogruppo attribuisce al Mes una funzione di garanzia, un paracadute finanziario (“backstop”) al fondo salva-banche Srf, il fondo unico di risoluzione bancaria alimentato dalle banche stesse, qualora, in casi estremi, dovessero finire le risorse a disposizione per completare il recupero delle banche in difficoltà. E’ uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria fortemente voluto dall’Italia. Entrerà in vigore prima del previsto, cioè nel 2022 invece del 2024. Una misura per rendere il settore bancario più resistente alle crisi contro gli attacchi della speculazione e quindi in grado di...
Read MoreI CONTI PUBBLICI AL TEMPO DEL COVID
Conti pubblici sotto assedio. Con il decreto legge Ristori il Governo ha stanziato altri 5,4 miliardi di euro per indennizzi, bonus una tantum e contributi a fondo perduto per i settori più colpiti dall’ultimo DPCM del 25 ottobre. Una vasta platea di beneficiari: 462 mila imprese fra ristoranti, bar, pizzerie, partite iva, gestori di palestre, piscine e sale giochi, discoteche, lavoratori stagionali e dello spettacolo, ecc. Nuove misure deliberate a sostegno di attività commerciali e di servizio in forte sofferenza per le restrizioni da Covid. Una pandemia i cui effetti sanitari impattano sempre più su quelli economici con inevitabili riflessi sulla finanza pubblica. La situazione è critica non solo per ciò che riguarda l’impennata di contagi e di ricoveri ma anche per la tenuta dei conti pubblici la cui credibilità rischia di andare in deficit in una generale cornice di incertezza e crescente preoccupazione. Quest’anno il debito pubblico (160% del Pil) supererà di 194 miliardi il livello di fine 2019. A fine agosto, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, aveva sfiorato i 2.579 miliardi di euro, nuovo massimo storico. Non proprio l’ideale per un Paese che per il suo elevato livello di debito pubblico resta sempre un sorvegliato speciale in Europa e sui mercati: chi negozia titoli pubblici italiani, in presenza di conti pubblici fuori controllo, corre il rischio di gravi perdite. Sui conti pesano i provvedimenti di emergenza varati finora dal Governo per arginare la crisi da coronavirus. Per il 2020 l’economia registrerà una brusca frenata, un balzo indietro di 23 anni: il Pil potrebbe arrivare fino a -11%, con un calo degli occupati previsto di oltre 410 mila unità. Per il prossimo anno, un quadro economico-finanziario condizionato da previsioni legate all’andamento della seconda ondata della pandemia che rendono labile la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) posta a base del disegno di Legge di Bilancio 2021 approvato di recente dal Governo. Tante cifre stanziate di qua e di là, ma non sempre collegate a obiettivi chiari, a strumenti adeguati, a politiche organizzative. Qualsiasi esercizio di previsione macroeconomica per gli equilibri di finanza pubblica ha un elevato rischio di produrre cifre scritte sul ghiaccio. Insicuro è anche l’effetto espansivo o di contrasto alla recessione di quanto speso finora. Si naviga a vista. In questo contesto di elevata precarietà dovuta agli effetti economici e sociali della pandemia la lettura della Legge di bilancio 2021 risulta non facile. Una manovra finanziaria di 40 miliardi di euro, di cui più della metà (22 miliardi) coperti con maggior deficit, dopo che nel 2020 l’indebitamento è cresciuto già di 100 miliardi. Una manovra tutta in chiave anti-Covid e di espansione per fronteggiare la drammatica emergenza che da mesi ormai stringe nella morsa non solo l’Italia, ma tutta Europa. Ecco perché sono saltati tutti i parametri dei vincoli di bilancio: agli Stati, in deroga al Patto di stabilità, viene concesso di mettere in campo nuove risorse e misure per aiutare i propri cittadini, contrastare le disuguaglianze sociali, sostenere le imprese e l’occupazione e più in generale il tessuto socio-economico. La Legge di Bilancio 2021 contiene “importanti provvedimenti che rappresentano la prosecuzione delle misure intraprese sinora per proteggere la salute dei cittadini, il sistema produttivo e garantire la stabilità economica del Paese”, ha dichiarato il Ministro dell’Economia Gualtieri. Obiettivo ambizioso in presenza di un deficit di bilancio mai visto prima in tempo di pace. Nel 2009 il deficit dello Stato superò il 5 per cento del Pil. Nel 1995, scampato il collasso della finanza pubblica grazie ai governi Amato, Ciampi e Dini, il deficit raggiunse comunque il 7,5 per cento...
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