IL SEMESTRE ITALIANO DI PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DELL’UE: LA CRESCITA PER IL FUTURO DELL’EUROPA
“Se l’Europa accetterà di dare un futuro alle sue ambizioni, sarà bello sfidare l’avvenire insieme”. E’ l’appello lanciato dal premier Matteo Renzi a Strasburgo, al Parlamento europeo, in occasione del discorso di apertura del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione. E’ partita così la sfida per rilanciare una immagine diversa dell’Europa: non più quella della stanchezza e della noia che appare da un selfie , ma quella di un nuovo Rinascimento legato al protagonismo economico europeo, perché “senza crescita l’Europa non ha futuro”. Un’Europa che deve fare “uno scatto in avanti” , superare gli egoismi nazionali e recuperare la sua anima, i suoi valori, l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori, per dare una risposta all’euroscetticismo uscito dalle urne, alle ultime elezioni europee, con una diffusa richiesta di cambiamento. La strada è tracciata: “coraggio ed orgoglio” per riavvicinare le istituzioni europee ai cittadini e risolvere i problemi della lunga crisi finanziaria ed economica. Puntare su una politica economica espansiva che possa evitare che dalla recessione si passi alla deflazione. Crescita e sviluppo sono le parole d’ordine del semestre italiano. Dalla sua, Renzi ha l’apertura del Consiglio europeo. Un’apertura importante arrivata dall’ultimo vertice dei Capi di Stato e di governo della Ue che fa presumere una larga convergenza sull’agenda dei lavori annunciata da Roma per i prossimi sei mesi di guida europea. Una più ragionevole ed equilibrata applicazione del Patto di stabilità che, rigore tedesco e olandese a parte, troverà ampi consensi al Parlamento di Strasburgo. L’Italia farà del rilancio dell’economia europea il suo principale obiettivo per realizzare il quale occorre unità politica e integrazione a tutti i livelli per disegnare un’altra Europa, più coesa, più solidale, capace di coniugare rigore e crescita. Da tempo l’ Europa, priva di una sua precisa identità, vive una profonda crisi istituzionale esasperatasi nel quinquennio di euro-crisi. Commissione e Consiglio Ue si sono progressivamente indeboliti fino a ritrovarsi di fatto agli ordini dei Governi nazionali e del metodo intergovernativo che muovono sempre più l’Unione a scapito del metodo comunitario. Si tratta ora di “ri-orientare” insieme il cammino europeo per fronteggiare una pericolosa disgregazione (Regno Unito), con il rischio di riportare indietro le lancette della storia, nel ricordo dei tragici lutti e distruzioni del passato. Sono ben delineati gli elementi centrali del “Programma di presidenza italiana” : flessibilità nei vincoli di bilancio (per i cofinanziamenti legati ai fondi strutturali) in cambio di riforme rivolte allo sviluppo e all’occupazione, investimenti a supporto della ripresa (con l’auspicabile ricorso agli eurobond), sviluppo di una comune politica migratoria a livello europeo (potenziare mezzi e risorse), lotta alla disoccupazione giovanile. Con 26 milioni di disoccupati in Europa, la creazione di posti di lavoro è un fattore chiave per riconquistare il sostegno dei cittadini al processo di integrazione europea. L’Europa ha bisogno di riforme e di innovazione per la crescita. Una risposta europea efficace alla crisi economica e finanziaria che deve tener conto in primis dell’importanza dell’economia reale e poter contare su solidi settori manifatturiero e dei servizi. Migliorare la competitività industriale sarà una delle attività prioritarie della Presidenza italiana. “Il settore industriale europeo, comprese le piccole e medie imprese, è un fattore importante per la crescita, la produzione, l’occupazione, l’innovazione e le esportazioni”. Un’Europa dunque più vicina ai bisogni dei cittadini, alle aspettative di crescita solidale e a uno sviluppo sostenibile all’interno di “uno spazio di democrazia, diritti e libertà” che presuppone il buon funzionamento delle istituzioni europee, una governance efficace. Malgrado sia emersa negli ultimi anni una certa disillusione per la moneta unica, rimane intatto, secondo il documento programmatico della Presidenza italiana, il potenziale dell’Unione economica e monetaria (UEM)...
Read MoreLA CRISI ECONOMICA E MONETARIA DELL’EUROPA
“Unione di bilancio” per fermare il contagio dei debiti – “Regola aurea” del pareggio – Il problema del rilancio dell’economia – Lo “strappo” della Gran Bretagna A venti anni da Maastricht, punto di partenza del progetto della moneta unica, l’Europa è divisa come allora, senza una governance politica, senza una bussola. Un’ Unione basata su una moneta comune ma con sovranità multiple. E questa fragilità istituzionale ha segnato l’ultimo vertice europeo di Bruxelles: sul tappeto la crisi del debito che da tempo scuote la zona euro. Una crisi che parte da lontano, proprio da Maastricht, da quel Trattato firmato nella cittadina olandese che, a supporto di una moneta unica, non ha previsto una unica gestione del bilancio pubblico dei Paesi dell’eurozona. Politica monetaria e politica di bilancio sono legate a doppio filo: una finanza pubblica che accumuli deficit e debiti ingenera sfiducia, “infetta” la moneta, favorisce l’inflazione. La moneta unica può funzionare solo se anche il Paese è unico, se decisioni comuni presiedono sia alla gestione della moneta che alla gestione dei bilanci pubblici. Nell’area dell’euro c’è una sola moneta e 17 politiche di bilancio non coordinate fra loro! La grande recessione economica ha fatto aumentare i deficit pubblici e ha messo a nudo il problema della moneta unica, orfana di una comune politica di bilancio espressione di una Unione politica con un’ azione di governo autonoma rispetto ai singoli Stati. Meno sovranità e più comunità, dunque! In tale prospettiva, il Consiglio europeo di dicembre avrebbe dovuto ridisegnare l’assetto istituzionale fissato a Maastricht e recepito dal Trattato di Riforma di Lisbona del 2007. Ma, nonostante la gravità della crisi sempre più invasiva, ancora una volta è prevalsa la politica degli interessi nazionali, con una lettura miope della storia. Nessuna riforma dei Trattati, fortemente auspicata dai mercati, ma, a causa dell’opposizione della Gran Bretagna, un accordo intergovernativo fra i Paesi dell’Ue. E’ nata l’ “Europa a due velocità” per fare ordine nella finanza pubblica europea. Sono state definite una serie di misure per rafforzare la disciplina di bilancio, migliorare l’integrazione economica, potenziare gli aiuti finanziari generati per la crisi del debito. E’ andata in scena da parte della … perfida Albione la politica del ricatto. Per accettare la riforma dei Trattati Londra, a difesa della City, ha chiesto l’unanimità per tutte le decisioni relative ai servizi finanziari, punto dolens dell’Ue. Una condizione inaccettabile. Tuttavia, lo “strappo” con la Gran Bretagna potrebbe rivelarsi un’occasione per rinvigorire la coesione tra i Paesi della moneta unica. Il processo di unificazione politica dell’Europa si è liberato forse di un fardello pesante che più volte ha impedito di volare verso gli Stati Uniti d’Europa…. Con l’obiettivo di rassicurare i mercati sulla solidità della zona euro è stato varato il “patto fiscale europeo” con la “regola aurea” del pareggio di bilancio da inscrivere nelle Costituzioni nazionali e la previsione di sanzioni in caso di deficit superiore al 3%. Un salto di qualità nel monitoraggio dei conti pubblici e nel controllo reciproco fra i Paesi della zona euro. Resta l’amaro in bocca per un patto intergovernativo e non comunitario. Non è il trasferimento di sovranità dalla periferia al centro che la Germania avrebbe voluto per meglio controllare, attraverso istituzioni sovranazionali, le politiche dei singoli Stati membri, ma è pur sempre, attraverso la convergenza di bilancio, un passo in avanti verso il ”fiscal compact”, la fiscalità compatta auspicata dal Presidente della Bce, Mario Draghi. Un patto economico per i Paesi dell’area euro per “imbrigliare” tutti i suoi membri in una disciplina ferrea su risanamento dei...
Read MoreINTERVISTA ALL’ECONOMISTA ALBERTO QUADRIO CURZIO
EUROPA: ANDARE OLTRE LA CRISI! La politica economica e monetaria dell’ Ue – La road map per il futuro: crescita e occupazione L’Europa, questa Europa non fa più sognare! Il “modello europeo” è da tempo avvolto in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni. Un modello che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi d’identità nazionali. L’Europa della malinconia! Alle radici del disagio c’è in sostanza l’impotenza della politica economica dell’Unione, la mancanza cioè di una reale governance economica e monetaria. L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme sia un autentico collante. Emerge chiara l’incapacità delle istituzioni europee nell’affrontare i problemi economici, sociali e politici di dimensione europea e globale. Ne parliamo con l’economista Alberto Quadrio Curzio, Professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, socio dell’Accademia dei Lincei, editorialista de Il Sole 24 Ore. – L’attuale crisi finanziaria ed economica ha messo in evidenza le anomalie della governance istituzionale dell’ Unione monetaria. Una pericolosa asimmetria fra politica monetaria e politica economica. Quale scenario è auspicabile affinchè l’euro non collassi? La BCE si è trovata in una situazione molto difficile che l’ha costretta a svolgere delle funzioni di supplenza non previste dai suoi statuti e tuttavia necessarie per l’emergenza. Tuttavia è necessario procedere oltre. La costruzione istituzionale dell’Unione europea deve arrivare a disporre dell’intera panoplia degli strumenti di Governo dell’economia: di bilancio, dei redditi, delle strutture materiali e immateriali. Una moneta solida e una politica monetaria efficace, anche perché attuata da una banca centrale autonoma nel perseguire una missione precisa, danno stabilità; prevengono e dissipano incertezze. Lo stiamo sperimentando – La recessione economica in atto con la caduta dei livelli occupazionali sta causando in Europa un crescente antieuropiesmo. L’euro e l’Europa rischiano di diventare la bandiera dei risentimenti, dei disagi sociali, del populismo, della facile demagogia. Quando si esce da questa crisi? Una situazione di crisi che si avvia al sesto anno configura di gran lunga la peggiore crisi del dopoguerra che nata nella finanza (americana)si è poi traslata in quella europea(sui titoli di stato)diventando anche crisi economica ed infine sociale. Le istituzioni europee che funzionavano bene in condizioni di normalità hanno cominciato a traballare ed i mass media invece di assumere un atteggiamento costruttivo e propositivo hanno alimentato i risentimenti. Così i paesi del nord hanno accusato quelli del sud di malagestio e quelli del sud hanno ribattuto accusando quelli del nord di egoismo. Il tutto ha fatto crescere l’euroscetticismo e addirittura l’anti europeismo. – In particolare, come risponde a chi, anche in Italia, auspica l’uscita dall’euro e un ritorno alla sovranità monetaria? Quale prezzo pagheremmo con il ritorno alle sovranità nazionali? L’uscita dell’Italia (come di qualsiasi altro Paese dell’UEM) dall’euro sarebbe molto dannosa. Sebbene i costi si potrebbero stimare solo dopo che l’evento si è verificato, i danni sarebbero altissimi in quanto si bloccherebbero tutte le relazioni commerciali, industriali e finanziarie del nostro Paese con il resto dell’Europa e questo inevitabilmente avrebbe ripercussioni sull’economia reale: crescita minore, aumento della disoccupazione e via discorrendo. Il tutto condito di controlli sui movimenti dei capitali e alla fine anche di protezionismo. L’illusione di recuperare sovranità e con questa gradi di libertà porterebbe esattamente all’opposto con minore libertà economica ed anche con minore benessere per tutti. – Secondo l’ex Cancelliere Schmidt “la Grande Germania sta perdendo il senso della storia, del suo riscatto europeo e della solidarietà con i partner”? Gli ha fatto eco il Premio Nobel Stiglitz: “Basta austerity, per l’Europa è come i salassi medievali!”. E’ lecito chiedersi quale Europa per il futuro: quella equilibrata e solidale delle...
Read MoreDOPO LA CRISI DI CIPRO, QUALE IL FUTURO DELL’EURO?
La crisi di Cipro ha messo a nudo i limiti del sistema monetario con una moneta unica priva di un comune quadro economico, fiscale e di bilancio – Le responsabilità politiche di Bruxelles e il ruolo della Bce nella vigilanza bancaria. “La bancarotta di Cipro e la sua uscita dall’euro, con imprevedibili conseguenze per l’Eurozona, è stata fortunatamente evitata. Ma abbiamo corso seri rischi….” Ha così commentato sulle colonne del Sole 24 ore l’economista Alberto Quadrio Curzio la crisi cipriota e il relativo salvataggio dell’Ue. Procedere a un indiscriminato prelievo forzoso su tutti i depositi presso le banche di Nicosia avrebbe generato una fuga dei capitali dai Paesi traballanti, ponendo le basi di una sfiducia che alla lunga avrebbe potuto dissanguare l’Europa. Un effetto domino disastroso. Una crisi che ha messo impietosamente a nudo i limiti strutturali del sistema monetario europeo privo di un comune quadro economico, fiscale e di bilancio. Un sistema all’interno del quale la crisi del debito sovrano si salda pericolosamente con quella degli istituti di credito che ne detengono i titoli. Tarda a concretizzarsi la nuova governance rafforzata dell’euro, il rilancio della sua coesione e credibilità. Resta inspiegabile come Cipro, noto Paese off-shore da sempre, porto di approdo di capitali di provenienza illegale, sia stato ammesso il 1° gennaio 2008 alla Eurozona senza un preventivo monitoraggio dei suoi asset finanziari. Il caos cipriota sconta cioè l’inefficienza e i ritardi di una seria politica economica europea: per finanziare un’economia minuscola (0,2% del Pil totale) l’Europa brucia la sicurezza delle sue garanzie sui depositi bancari, la certezza del diritto , tradisce la fiducia dei suoi risparmiatori, sacrifica la libera circolazione dei movimenti di capitali ma non trova ancora la forza di mettere fuori legge dal mercato unico la concorrenza nella corsa al risparmio altrui attraverso i differenziali di tassazione e rendimenti! Misteri di Bruxelles… Incompetenza al potere, improvvisazione diffusa! Politici disattenti e tecnici … allo sbaraglio stanno trasformando l’Europa in un “gioco perverso”. La colpa evidentemente non è dell’idea di Europa e di chi, da Altiero Spinelli a Robert Schuman, ha sognato un’ Unione dei popoli. La comune casa europea resta un progetto di rilevante portata storica per il futuro del Vecchio Continente. Non è in discussione l’integrazione politica dell’Europa, ma come essa debba essere realizzata per tacitare un becero antieuropeismo. A livello europeo è stata da tempo imboccata la strada sbagliata, quella di un metodo intergovernativo inefficace. Da questa impasse si esce spingendo in avanti la costruzione dell’Europa sul piano finanziario e fiscale, nella prospettiva dell’unità politica. In una Unione con adeguata capacità fiscale, il livello sovranazionale ha le risorse per stimolare le economie degli Stati membri soffocate dalle misure di austerità che essi devono adottare per contenere i propri debiti. In un’Unione politicamente integrata le decisioni sono dell’Unione, non degli Stati più forti al suo interno (Germania avvisata!). La crisi di Cipro, con il rischio di una deriva monetaria, ha dimostrato quanto sia necessaria un’unione bancaria con la supervisione da parte della Bce di Francoforte e con un meccanismo accentrato di risoluzione delle crisi. Una maggiore integrazione finanziaria è essenziale per rendere più forte l’Europa e più stabile l’euro, soprattutto ora che la frammentazione dei mercati sta portando a una divergenza nei costi di raccolta delle banche. La vigilanza unica, sotto l’egida della Bce, può aiutare a risolvere due problemi di fondo: spezzare il legame perverso fra debito sovrano e crisi delle banche (sarà il Fondo salva-Stati a ricapitalizzare direttamente gli Istituti in difficoltà) e rimuovere l’ipoteca della politica sulla supervisione delle banche (MPS docet!). Ma il disegno di un’unione bancaria è tuttora ostaggio degli...
Read MoreGLI EUROBOND PER IL FUTURO EUROPEO
La necessità di finanze pubbliche coese e controllate per gestire i debiti sovrani. La grande recessione e la crisi da debiti sovrani hanno reso sempre più evidente come in Europa ci sia bisogno di una gestione molto più coesa e controllata delle finanze pubbliche a supporto della gestione monetaria comune. Si pagano oggi le conseguenze di scelte poco coraggiose operate in passato con l’arrivo dell’euro sui mercati. Il progetto dell’Unione monetaria europea (Uem) proponeva una grande zona di stabilità in difesa degli interessi europei, in un quadro internazionale caratterizzato da cambi fluttuanti. Gli undici Paesi iniziali dell’Eurozona mentre furono abbastanza audaci a lanciarsi nell’avventura della moneta unica, rinunciando a una grossa fetta di sovranità nazionale, non “osarono” rinunciare anche alla sovranità del bilancio, e quindi all’idea stessa di Stato-nazione. Il forte indebitamento di tanti Paesi, con Grecia e Portogallo a rischio default, e l’assenza di ogni coordinamento comunitario, ha messo a nudo la fragilità del sistema finanziario europeo, pericolosamente esposto a manovre speculative. E l’idea di poter uscire dalla crisi dei debiti sovrani solo con la modesta crescita attuale dell’Eurozona è una pura illusione. Si è aperto negli ultimi mesi un dibattito a più voci per studiare uno schema di stabilizzazione del debito pubblico in Europa. Triplice l’obiettivo: rafforzare la solidarietà della zona euro, sterilizzare la crisi del debito, tenere a bada la speculazione. Il discorso gira attorno alla emissione di titoli del debito pubblico a livello europeo (nella proposta originaria di Jacques Delors finalizzati a finanziare gli investimenti pubblici) per consolidare la moneta unica e offrire , a costi ridotti, risorse ai Paesi in difficoltà. Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio sulle pagine del Sole 24 Ore, in piena buriana agostana, hanno proposto il varo del Ffe, Fondo finanziario europeo, che emetta Eub, gli EuroUnionBond. Il Ffe dovrebbe avere un capitale proprio conferito dagli Stati membri dell’Unione monetaria in proporzione alle quote nel capitale della Banca centrale di Francoforte. Sarà costituito dalle riserve auree dei Paesi, da obbligazioni e azioni di società pubbliche stimate a valori reali. Con mille miliardi di euro di capitale il Ffe potrebbe fare un’emissione da 3 mila miliardi con durata decennale. Per far scendere dall’attuale 85 al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di Stato dei Paesi Uem. I rimanenti 700 miliardi dovrebbero andare a investimenti per far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti. Non sono in discussione i benefici dell’eurobond per mantenere a livelli ragionevoli gli interessi richiesti dal mercato sui debiti sovrani della zona euro. “I finanziatori, ha osservato Giuliano Amato, sono messi di fronte non al solo (e debole) Stato debitore, ma a tutta l’eurozona e proprio per questo il livello di rischio che affrontano non è tale da esigere remunerazioni da capogiro”. Gli interessi cioè si abbassano e lo Stato debitore non rischia di diventare insolvibile a causa degli interessi che si cumulano a suo carico. In termini politici si arriva al suggello della moneta unica che ha bisogno di uno scudo davanti ai mercati ai quali non può essere consentito di colpire con azioni speculative. Tutti sono però consapevoli che la proposta degli Eub non deve far passare in secondo piano l’esigenza fondamentale che i diversi Paesi e in particolare quelli più indebitati debbano in primis ridurre i loro debiti, con politiche fiscali rigorose. Proprio per questa ragione, il Ffe, accollandosi una parte significativa del debito pubblico dell’Eurozona, dovrebbe poter avere un ruolo di “sorveglianza” sui processi di ristrutturazione dei debiti sovrani più delicati. Ciò implicherebbe una parziale rinuncia di sovranità da parte dei Paesi...
Read MoreL’ EURO E’ IN CRISI? Unione politica dell’ Ue e Governo economico per il futuro della moneta unica
L’Unione monetaria può essere sicura solo se si arriva all’Unione politica. Non ci sono scorciatoie. E’ questo il messaggio che arriva dalle turbolenze dei mercati che stanno mettendo a dura prova la tenuta di Eurolandia. A essere in crisi non è l’euro! Ha dietro un mercato di circa 450 milioni di persone, economie che nonostante le tante difficoltà del momento rimangono forti. In questi dodici anni, come ha commentato sul Corriere Mario Monti, l’euro non manifesta nessuno dei due sintomi di debolezza di una moneta. “E stabile in termini di beni e servizi (bassa inflazione) ed è stabile (qualcuno direbbe, anzi, troppo forte) in termini di cambio con il dollaro.” Gli attacchi speculativi che stanno creando gravi tensioni in Europa non sono contro l’euro, ma si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi dell’eurozona che sono gravati da alto debito pubblico con il timore di un pericoloso effetto domino. Il problema dell’euro consiste nell’essere una moneta senza un governo, senza uno Stato, senza una banca capace di garantire un intervento illimitato in caso di difficoltà. Una banderuola al vento. E’ il difetto di origine, l’anomalia di un’Europa unita sotto il segno della moneta, con la Banca centrale europea, unica istituzione federale, senza il sostegno di una vera politica economica comune e un coordinamento delle politiche fiscali e previdenziali. Manca cioè un Governo dell’economia europea espressione di una governance politica unitaria. Una situazione di grande volatilità che rischia di polverizzare il lungo e faticoso processo di integrazione monetaria del Vecchio Continente. Il futuro della moneta unica e quindi dell’economia dell’area euro richiede una soluzione europea soprattutto in termini politici. Negli ultimi mesi la scarsa chiarezza delle istituzioni comunitarie ha costretto la Bce a supplire al ruolo guida della politica economica, come dimostra la lettera per suggerire le riforme inviata al Governo italiano. La strada per disinnescare la crisi del debito sovrano e ridare fiducia a mercati e risparmiatori passa dunque attraverso un rilancio della costruzione politica dell’Europa. Una strada però che si presenta non facile a causa dei soliti particolarismi nazionali e delle resistenze franco-tedesche. L’unità dell’Europa era più facile da difendere per i nostri predecessori: c’erano l’esperienza della guerra e la divisione del continente, la Guerra Fredda. Il loro superamento attraverso l’integrazione comunitaria era una motivazione forte per volere l’Europa. Questo oggi non c’è più. L’Europa per i giovani di oggi, ma anche per la generazione precedente, è un fatto scontato, una normalità che non si può più motivare con il passato. Oggi abbiamo bisogno di costruire un argomento in favore dell’Europa, che non sia più emotivo ma razionale: quali sono il suo ruolo e il suo compito in un mondo globalizzato? A quali condizioni? E’ questo il quadro storico-politico entro il quale la classe politica europea dovrà muoversi per trovare nuovi equilibri, nuovi stimoli per disegnare, in concreto, il futuro dell’Europa partendo dall’euro e quindi dal sistema economico-monetario che rappresenta: o ci si salva insieme o si precipita tutti, uno dopo l’altro. La salvezza dell’euro dipende anche dall’unità nazionale e dalla coesione politica e sociale che i Paesi europei sapranno dimostrare per una sfida che riguarda tutti. Più cooperazione, più integrazione! Il problema di fondo dunque è quello politico: rivedere in primis il Trattato di Lisbona, frutto di un compromesso dopo la mancata ratifica della Costituzione nei referendum francese e olandese. Maggiori poteri alla Commissione europea e soprattutto un ruolo più pregnante per la Bce il cui obiettivo non è più solo il mantenimento della stabilità dei prezzi ma anche la tenuta del sistema economico-finanziario e il sostegno alla crescita. Tra gli obiettivi prioritari della Banca...
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