Significative coincidenze della storia che fanno riflettere, presagi di nuovi scenari di
governance globale. Mentre a Pechino si svolgeva il vertice fra il presidente degli Stati
Uniti Donald Trump e il presidente della Cina Xi Jimping, le due superpotenze che stanno
mettendo in difficoltà l’Europa, nello stesso giorno Mario Draghi, ad Aquisgrana, in
occasione della consegna del premio europeo Carlo Magno, ha strigliato forte l’Europa: “il
mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più, dal 1949 per
la prima volta siamo davvero soli”. Parole segnate da forti preoccupazioni sul futuro
dell’Europa rapportate al tema della crescita economica e della sicurezza. Inquietudini già
espresse in più occasioni dall’ex Presidente della Bce, fin dal suo rapporto sulla
competitività del 2024 e aggiornate con la mappa dei pericoli che incombono. Tra questi,
l’evidente distanza che separa le due sponde dell’Atlantico, la minaccia dell’invasività
cinese sui mercati mondiali, in particolare su quelli europei dopo la guerra dei dazi di
Trump, e l’ostilità bellica della Russia. Un vaso di coccio tra tre vasi di ferro.
Molte le sfide che si aprono sullo scacchiere mondiale, tra queste prende un rilievo
crescente quella della difesa, un tema trascurato da anni e oggi in forte fase di ripresa con
pericolosi cambiamenti già in corso. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania
spenderà in armamenti, approssimativamente, quanto la Russia dello zar Putin spende
per la sua economia di guerra. Queste considerazioni inducono Draghi ad aggiornare le
stime sulle necessità finanziarie dell’Europa: da 800 miliardi di euro a 1200 miliardi di euro
l’anno la spesa strategica aggiuntiva con gli impegni in materia di difesa. Obiettivo di fondo
“dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”, per raggiungere il
quale l’Ue, secondo Draghi, deve muoversi lungo quattro direttrici: “finanziare la
transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale
e sostenere le società che invecchiano”. Lo deve fare senza più l’ombrello americano
chiuso da Trump con uno schiaffo alla storia, partendo dalla soluzione di tre vulnerabilità:
l’esposizione alla domanda esterna, frutto della incapacità di costruire un mercato interno
per i 450 milioni di abitanti dell’Unione sufficientemente ampio (“il commercio nell’area
euro in percentuale del pil è pari al 55%”), la dipendenza energetica (“dipendiamo
dall’America per il 60% delle nostre importazioni di gas naturale liquefatto”), il ritardo
tecnologico, certamente il punto più grave, con l’intelligenza artificiale che rappresenta la
sfida più urgente da affrontare.
Le decisioni che l’Europa deve prendere “non possono più essere contenute dentro il
quadro istituzionale che abbiamo ereditato”. Va costruito dalle fondamenta un nuovo
assetto. Per Draghi l’Europa a 27 spesso non riesce a decidere, perché tutto viene diluito
da procedure e compromessi, servono meno lacci e lacciuoli e “più capacità di decisione
politica”. La risposta a questa miopia istituzionale sta in un forte cambiamento: “permettere
ai Paesi che vogliono avanzare di farlo per creare cooperazioni che diano risultati rapidi e
concreti”. E’ l’idea di un “federalismo pragmatico”: non l’utopia degli Stati Uniti d’Europa,
non una riforma dei Trattati che richiederebbe anni di negoziati e l’unanimità dei 27, non
un’unione di intenti su ogni singola riforma che paralizzano l’Europa, ma qualcosa di più
funzionale rispetto ai problemi contemporanei. Gli europei devono imparare a esercitare il
potere insieme se vogliono preservare i propri valori, perché un’Europa politicamente unita
non può che rappresentare un ostacolo al vassallaggio politico-militare in cui il nostro
continente si è trovato nei confronti degli Usa a partire dal 1945.
Mario Draghi, dopo il famoso “Whatever it takes” pronunciato a Londra nel 2012 a difesa
dell’euro, ha consegnato ad Aquisgrana all’Unione europea un’altra frase storica: “Alone
together”, “soli insieme”. Una dichiarazione programmatica per salvare l’Ue nella partita
più difficile della sua esistenza, un accorato appello per rilanciare attraverso una profonda
trasformazione politica il progetto di un’Europa finalmente padrona del proprio destino,
libera da padrini e padroni.



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