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MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA

Posted by on Mag 21, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA

MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA

Significative coincidenze della storia che fanno riflettere, presagi di nuovi scenari digovernance globale. Mentre a Pechino si svolgeva il vertice fra il presidente degli StatiUniti Donald Trump e il presidente della Cina Xi Jimping, le due superpotenze che stannomettendo in difficoltà l’Europa, nello stesso giorno Mario Draghi, ad Aquisgrana, inoccasione della consegna del premio europeo Carlo Magno, ha strigliato forte l’Europa: “ilmondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più, dal 1949 perla prima volta siamo davvero soli”. Parole segnate da forti preoccupazioni sul futurodell’Europa rapportate al tema della crescita economica e della sicurezza. Inquietudini giàespresse in più occasioni dall’ex Presidente della Bce, fin dal suo rapporto sullacompetitività del 2024 e aggiornate con la mappa dei pericoli che incombono. Tra questi,l’evidente distanza che separa le due sponde dell’Atlantico, la minaccia dell’invasivitàcinese sui mercati mondiali, in particolare su quelli europei dopo la guerra dei dazi diTrump, e l’ostilità bellica della Russia. Un vaso di coccio tra tre vasi di ferro.Molte le sfide che si aprono sullo scacchiere mondiale, tra queste prende un rilievocrescente quella della difesa, un tema trascurato da anni e oggi in forte fase di ripresa conpericolosi cambiamenti già in corso. Entro la fine di questo decennio, la sola Germaniaspenderà in armamenti, approssimativamente, quanto la Russia dello zar Putin spendeper la sua economia di guerra. Queste considerazioni inducono Draghi ad aggiornare lestime sulle necessità finanziarie dell’Europa: da 800 miliardi di euro a 1200 miliardi di eurol’anno la spesa strategica aggiuntiva con gli impegni in materia di difesa. Obiettivo di fondo“dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”, per raggiungere ilquale l’Ue, secondo Draghi, deve muoversi lungo quattro direttrici: “finanziare latransizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitalee sostenere le società che invecchiano”. Lo deve fare senza più l’ombrello americanochiuso da Trump con uno schiaffo alla storia, partendo dalla soluzione di tre vulnerabilità:l’esposizione alla domanda esterna, frutto della incapacità di costruire un mercato internoper i 450 milioni di abitanti dell’Unione sufficientemente ampio (“il commercio nell’areaeuro in percentuale del pil è pari al 55%”), la dipendenza energetica (“dipendiamodall’America per il 60% delle nostre importazioni di gas naturale liquefatto”), il ritardotecnologico, certamente il punto più grave, con l’intelligenza artificiale che rappresenta lasfida più urgente da affrontare.Le decisioni che l’Europa deve prendere “non possono più essere contenute dentro ilquadro istituzionale che abbiamo ereditato”. Va costruito dalle fondamenta un nuovoassetto. Per Draghi l’Europa a 27 spesso non riesce a decidere, perché tutto viene diluitoda procedure e compromessi, servono meno lacci e lacciuoli e “più capacità di decisionepolitica”. La risposta a questa miopia istituzionale sta in un forte cambiamento: “permettereai Paesi che vogliono avanzare di farlo per creare cooperazioni che diano risultati rapidi econcreti”. E’ l’idea di un “federalismo pragmatico”: non l’utopia degli Stati Uniti d’Europa,non una riforma dei Trattati che richiederebbe anni di negoziati e l’unanimità dei 27, nonun’unione di intenti su ogni singola riforma che paralizzano l’Europa, ma qualcosa di piùfunzionale rispetto ai problemi contemporanei. Gli europei devono imparare a esercitare ilpotere insieme se vogliono preservare i propri valori, perché un’Europa politicamente unitanon può che rappresentare un ostacolo al vassallaggio politico-militare in cui il nostrocontinente si è trovato nei confronti degli Usa a partire dal 1945. Mario Draghi, dopo il famoso “Whatever it takes” pronunciato a Londra nel 2012 a difesadell’euro, ha consegnato ad Aquisgrana all’Unione europea un’altra frase storica: “Alonetogether”, “soli insieme”. Una dichiarazione programmatica per salvare l’Ue nella partitapiù difficile della sua esistenza, un accorato appello per rilanciare attraverso una profondatrasformazione politica il progetto di un’Europa finalmente padrona del proprio destino,libera da padrini e...

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FESTA DELL’EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE

Posted by on Mag 10, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su FESTA DELL’EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE

FESTA DELL’EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE

Parigi 9 Maggio 1950: Robert Schuman legge alla stampa, convocata al Quay d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri, questa dichiarazione: “La pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza iniziative all’altezza dei pericoli che ci minacciano. Mettendo insieme talune produzioni base saranno realizzate le prime fondamenta di una Federazione europea”. L’invito di Schuman si concretizzò con la istituzione della CECA, Comunità economica del carbone e dell’acciaio tra Francia, Germania, Italia e Paesi del Benelux per gestire in accordo queste due materie prime. Vinti e vincitori della seconda guerra mondiale uniti attraverso la cooperazione economica per  un comune percorso di pace e di progresso. L’alba di una nuova Europa. Simbolicamente, la CECA rappresenta il primo mattone nella costruzione della “comune casa europea” a cui hanno fatto seguito i Trattati Roma e quello di Maastricht. Nel ricordo di quello storico evento, il 9 maggio di ogni anno, negli Stati dell’Unione europea si celebra la “Festa dell’Europa”. Ma nell’attuale contesto comunitario sempre più segnato da un crescente euroscetticismo è difficile festeggiare e immaginare il futuro politico-istituzionale dell’Unione europea. L’Europa non fa più sognare. Il “modello europeo” è da tempo avvolto in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni economiche e politiche, acuite dalla crisi energetica. Un modello che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure. Un’Europa intergovernativa, spesso litigiosa, senza una identità politica e priva di un governo capace di rispondere con politiche adeguate alle attese e ai bisogni dei cittadini. Un’opera incompiuta: l’architettura europea è rimasta a metà, con una moneta unica e una politica monetaria nell’eurozona a cui non corrisponde una unione bancaria, fiscale e soprattutto una unione politica. Manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante per poter parlare al mondo intero con una sola voce. Un’Europa che ha smarrito l’originario spirito unitario dei Padri fondatori con le sue spinte federaliste soppiantato da pulsioni nazionaliste. Un antieuropeismo alimentato dalla sordità dell’establishment al diffuso disagio sociale con Governi nazionali divisi, intenti a difendere anacronistiche rendite di posizione o a inseguire disegni egemonici. Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’ Unione. Ma pur incompiuta, l’Europa ha assicurato decenni di pace, ha distribuito stabilità economica e monetaria a imprese e cittadini, libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, tassi d’interesse ridotti, scambi culturali. Per superare ogni squilibrio socio-economico e trovare la via di un futuro sostenibile e innovativo non basta l’unità delle monete e delle banche centrali. Deve nascere un’Europa dei cittadini che nutra dei suoi valori un progetto forte e condiviso. Rinverdire il pensiero di Altiero Spinelli, il “visionario” autore del Manifesto di Ventotene: ”Le grandi trasformazioni socio-economiche non possono essere governate efficacemente dagli Stati nazionali, richiedono una scala europea di decisione, investimento e coordinamento. Laddove le politiche restano prevalentemente nazionali emergono costi di inefficienza, perdita di scala e minore capacità di competere con economie più avanzate.”  E’ l’Europa della “sovranità condivisa”, l’unica opzione storica per scacciare le suggestioni nazionaliste che alimentano un antieuropeismo funzionale alle mire egemoniche di chi, violando i vincoli della legalità internazionale e della pacifica cooperazione, intende costruire un diverso ordine mondiale fondato sulla prevaricazione. Una deriva politica inaccettabile che porterebbe indietro nel tempo le lancette della storia, nel segno di lutti e distruzioni. Più Europa per una equilibrata integrazione politica ed economica....

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IL  PATTO  DELLA  DISCORDIA

Posted by on Mag 1, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su IL  PATTO  DELLA  DISCORDIA

IL  PATTO  DELLA  DISCORDIA

 Patto di stabilità e crescita (PSC), ovvero il “patto della discordia” nuovamente nell’occhio del ciclone. L’Italia, per aver superato per un soffio la soglia del rapporto deficit/Pil rimarrà anche nel 2026 sorvegliato speciale” in Europa. Bastano cioè 0,1 punti di Pil per cambiare la politica di bilancio e perfino il lessico dello scontro politico. Secondo i dati notificati da Istat, e certificati anche da Eurostat, l’Italia ha chiuso il 2025 con rapporto deficit/Pil al 3,1%: un valore molto lontano dall’8,1% del 2022, ma ancora sopra il limite del 3% fissato dal Patto di stabilità per uscire dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo e guadagnare maggiori spazi di manovra nella politica economica.Con la riforma della governance economica europea, operativa dal 30 aprile 2024, il sistema è cambiato rispetto alla originaria formulazione del Patto, definito “stupido” da Romano Prodi nel 2020, allora Presidente della Commissione europea. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica fondata sulla stabilità finanziaria. Sotto esame a Bruxelles i parametri di riferimento sui conti pubblici: deficit di bilancio oltre il 3% del Pil e debito oltre il 60% del Pil. Il cuore del controllo non è più soltanto il saldo nominale, ma anche il percorso della spesa netta, cioè una misura della spesa pubblica depurata da alcune componenti, come gli interessi.A rendere peculiare il caso italiano, oltre a una crescita minima e a un impatto impalmabile del Pnrr, è stato il lascito contabile dei crediti edilizi del Governo Conte, in particolare quelli legati al superbonus pari a 8,4 miliardi di euro che hanno inciso sul risultato finale del 2025 e quindi sulla mancata uscita anticipata dalla procedura. Sarebbero bastati appena 600 milioni di euro di disavanzo in meno (lo 0,03% del Pil), spostando qualche spesa da dicembre al nuovo anno, per arrotondare il saldo 2025 del deficit al 3% ed evitare un altro anno di limitazioni. Invece non è successo, sollevando un inquietante senso di incredulità per gli errori di valutazione di Via XX Settembre. Restare dentro la procedura significa avere i conti sotto osservazione rafforzata e affrontare ogni decisione di finanza pubblica con un margine più stretto. Il Governo deve spiegare le proprie misure, trasmettere aggiornamenti periodici e dimostrare che il “sentiero di risanamento” concordato viene rispettato. Questo può incidere sulla costruzione della legge di bilancio, sulla credibilità internazionale e, indirettamente, sulla percezione dei mercati finanziari. In caso di mancato rispetto degli obblighi, sono previste sanzioni pecuniarie con ammende che arrivano fino allo 0,05% del Pil dell’anno precedente, da versare ogni sei mesi fina a quando non venga riconosciuta una effettiva azione di risanamento.Con un elevato debito pubblico, salito al 137,1% del Pil, il più alto in Europa dopo la Grecia, nel pieno di una crisi energetica, il Governo deve fare i conti per la prossima manovra economica, preceduta in questi giorni dal Documento di finanza pubblica (Dfp) che è di fatto la cornice entro la quale l’esecutivo si muoverà per disegnare la prossima Legge di bilancio. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, auspicando maggiore flessibilità a livello europeo con la sospensione del Patto, non esclude lo scostamento solitario di bilancio dai vincoli di spesa per arginare il caro-carburanti: “Inutile curare le ferite gravi con l’aspirina del rigore, la priorità è salvare il tessuto sociale dal rischio recessione”. La “sacralità” del Patto di stabilità non può costare la distruzione dell’economia. Le regole fiscali europee sembrano essere scritte per un’epoca di pace e stabilità...

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