PREMIERATO, LAVORI IN CORSO
Premierato, è arrivato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato il primo sì alla riforma che introduce l’elezione “a suffragio universale e diretto” del premier che potrà essere eletto per non più di due mandati consecutivi e potrà proporre al Capo dello Stato la nomina e la revoca dei ministri. Fra luci e ombre, una importante accelerazione del complesso iter della riforma costituzionale voluta dalla maggioranza per “consegnare la sovranità nelle mani del popolo”, liberando gli elettori dal giogo delle scelte di palazzo. Stabilità, credibilità, visione del futuro sono i principi ispiratori del “cuore della riforma” per disegnare orizzonti istituzionali diversi e garantire la governabilità. E’ storica l’instabilità politica in Italia. Governi brevi, alcuni brevissimi, altri di minoranza, monocolore, deboli sin dalla nascita. In 77 anni di storia repubblicana si sono susseguiti a Palazzo Chigi ben 68 esecutivi. Per oltre dieci anni, ovvero da Mario Monti in poi, nessun governo ha mai avuto un Presidente del Consiglio espressione di una indicazione elettorale da parte dei cittadini, sempre più in fuga dai seggi elettorali per il voto. Un record negativo in Europa. Molte le cause di questa “fragilità” istituzionale, fra le quali la possibilità per i parlamentari, eletti senza vincolo di mandato, di cambiare casacca durante la legislatura favorendo anomali rimpasti governativi. Sono circa quarant’anni che si parla di modifica della forma di governo: dalla Commissione bicamerale del 1997 del governo di Massimo D’Alema alla proposta di riforma del 2006 del centrodestra di Silvio Berlusconi, a quella del 2020 dell’ex premier Matteo Renzi, ma ogni progetto si è arenato nelle sabbie mobili delle polemiche fra i partiti. Le modifiche degli articoli 88, 92 e 94 della Carta costituzionale contenute nel ddl Meloni-Casellati dovrebbero tendere proprio a formare esecutivi stabili e duraturi. Oltre alla elezione diretta popolare del Presidente del Consiglio, in carica per 5 anni, la riforma del premierato prevede la “costituzionalizzazione” di un premio di maggioranza su base nazionale tale da garantire in ambedue le Camere una maggioranza dei seggi alle liste e ai candidati collegati al Presidente del Consiglio, nel rispetto del principio di rappresentatività. Alla futura legge elettorale restano demandate le modalità di elezione del premier nonchè quelle relative all’assegnazione del premio. In caso di dimissioni volontarie del premier, incarico a un altro parlamentare della stessa maggioranza per attuare i medesimi impegni programmatici e indirizzo politico o scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica su richiesta del premier. In caso invece di revoca della fiducia al Presidente del Consiglio eletto, mediante mozione motivata, il Capo dello Stato procederà motu proprio allo scioglimento del Parlamento. Stop quindi alla stagione dei ribaltoni e dei Governi tecnici con premier e ministri di nomina extraparlamentare. La riforma del premierato comporterebbe una evoluzione del sistema parlamentare, di cui conserva il rapporto fiduciario, correggendo lo strabismo istituzionale collegato ai governi decentrati, regioni e comuni, per i quali c’è l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, Governatore e Sindaco. A questo tipo di premierato sono state già mosse diverse critiche: la prima e più rilevante è quella di ridurre il Presidente della Repubblica a un ruolo di semplice “cerimoniere e passacarte” con funzioni notarili, con meno margini di intervento in caso di crisi. Le sue prerogative sarebbero mantenute solo formalmente, mentre di fatto verrebbe svuotato il suo ruolo più importante, quello di “arbitro” delle crisi di governo. Dall’altro lato, il Presidente del Consiglio, eletto direttamente dal popolo, diventerebbe il vero dominus del sistema, potendo causare lo scioglimento automatico delle Camere con le proprie dimissioni. Si tratta quindi di riequilibrare il “cuore della riforma” per preservare i poteri del Presidente della Repubblica che resta...
Read MoreIL FUTURO DELL’ EUROPA
A tre mesi dal voto di giugno, le elezioni europee sono avvolte in una cortina di incertezze, fra timori e speranze per quello che sarà il futuro Parlamento europeo in un mutato contesto geopolitico. Il voto del 6-9 giugno segnerà fortemente la storia dell’Unione, i cittadini europei avranno la possibilità di far sentire la propria voce su questioni fondamentali che qualificheranno l’attività parlamentare dei vari gruppi politici: il sostegno all’Ucraina, i problemi climatici, l’allargamento dell’Unione, la riforma dei Trattati (revisione del diritto di veto, bilancio e debito comune, difesa europea). Un voto per fare uscire l’Europa dal porto delle nebbie di fronte all’ascesa di estremismi e populismi, non solo di destra, che potrebbero cancellare il lungo (e faticoso) cammino comunitario fin qui percorso. Sullo sfondo il diffuso malessere riconducibile alle disuguaglianze crescenti, alla precarietà del lavoro, ai problemi della sicurezza e del welfare, al surplus di burocrazia di Bruxelles. Un malessere che affonda le sue radici nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia, nelle difficoltà dei giovani sul mercato del lavoro. Ed è in questo spazio di insofferenza sociale, dalla Francia alla Germania, dall’Ungheria alla Polonia, all’Italia, che i movimenti nazional-populisti si alimentano, azzerando di fatto quella solidarietà che nel Vecchio Continente aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui, con lo storico Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, era stato disegnato il sogno di una nuova Europa. Ma questa Europa non fa più sognare, alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi di identità nazionali. Si sta sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori e con esso la stessa coscienza europea. Si pagano i tanti compromessi al ribasso di un’Europa intergovernativa priva di un vero governo capace di rispondere alle attese dei cittadini. Il problema di fondo resta infatti la crisi di fiducia degli europei nei confronti di Bruxelles e della politica comunitaria lontana dai bisogni della gente, soprattutto nei processi decisionali relativi ai temi di impatto diretto sulla vita di ogni giorno, come la recente protesta degli agricoltori ha dimostrato. E’ la politica dei Palazzi, delle Banche, della finanza internazionale! L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante. Prima che scivoli nell’oblio, l’Europa deve valorizzare la propria identità culturale, rilanciare politiche economiche espansive e di crescita, recuperare, in un momento di grandi tensioni sullo scacchiere internazionale, la centralità politica del suo ruolo in termini di efficacia d’azione. Un salto di qualità per fronteggiare i guasti della globalizzazione, fermare gli egoismi nazionali, cancellare la miopia politica di chi, avendo perso ogni memoria storica, dimentica i lutti e le distruzioni dei nazionalismi del XX secolo.uale Nessun Paese europeo può garantire, da solo, l’effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle antiche sovranità, agli antichi nazionalismi potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità. La vera sfida attuale è “evitare che il presente uccida il futuro”! E’ in gioco la sostenibilità del sistema europeo. La centralità delle istituzioni comunitarie nel processo decisionale è fondamentale, ma la sua realizzazione sarà assicurata solo se gli Stati membri saranno in grado di esprimere una ritrovata coesione. Ognuno dovrà fare la sua parte per l’Europa del futuro, un’Europa “unita nella diversità”. La sovranità europea condivisa e l’interdipendenza delle politiche, economiche e sociali, devono costituire i criteri primari di una governance responsabile e competente, presupposto di ogni progetto unitario di una equilibrata integrazione politica. “L’obiettivo non è conservare...
Read MoreIL CONCORDATO DELLA DISCORDIA
A un mese dalla sua approvazione da parte del Consiglio dei ministri, il concordato preventivo biennale continua a tenere banco nel dibattito politico. Luci e ombre sul nuovo strumento di compliance dell’Amministrazione finanziaria, una delle novità più controverse del progetto di riforma fiscale del Governo. Un provvedimento dagli esiti incerti legato a un meccanismo (opzionale) per la tassazione di lavoratori autonomi e piccole imprese che fa molto discutere, su versanti opposti, le forze politiche. Restano molte criticità sull’approccio complessivo di questo strumento normativo. Per 4,5 milioni di partite Iva (che applicano gli ISA e con debiti erariali sotto la soglia di 5mila euro) è arrivato un “patto” con il Fisco: per due anni potranno vedersi congelato il blocco della base imponibile e sospesoogni accertamento se accetteranno la “proposta vincolante” di pagamento delle imposte nei due anni successivi elaborata dall’Agenzia delle Entrate. I titolari di partita IVA che aderiranno al concordato preventivo biennale sapranno quindi in anticipo le imposte dovute per il 2024 e il 2025. L’intesa, di natura volontaria, prevede che l’Agenzia delle Entrate proponga al contribuente una quantificazione della base imponibile delle imposte sul reddito (Irpef o Ires) e sul valore della produzione (Irap). Un accordo preventivo fra fisco e contribuenti con la quantificazione di una somma predefinita a titolo d’imposta da versare a prescindere dal reddito effettivo. Un concordato sull’imponibile da tassare che mira a rendere “collaborativo e di fiducia”, e meno litigioso, un rapporto da sempre segnato da reciproca diffidenza. Per ambo i soggetti in campo una scommessa: il Fisco punta sul concordato per recuperare nuovo gettito (una ipotesi di incasso di 760,5 milioni di euro) per completare le fasi successive della riforma fiscale, il contribuente attende una “proposta congrua e non una caccia alle streghe” per il recupero di equità, chiarezza e trasparenza. Ma, senza un formale contraddittorio (come da più parti era stato richiesto), il software dell’Agenzia delle Entrate sarà in grado di formulare una proposta coerente e accettabile rispetto alla situazione reale del contribuente? Intelligenza artificiale al servizio del Fisco… nella lotta all’evasione. Come sarà “istruita”, e da chi? Non sarà un’operazione facile. La scelta di allargare il perimetro del concordato alle partite Iva con le pagelle fiscali peggiori, e cioè con gli indici sintetici di affidabilità con punteggio inferiore all’8, ha suscitato non poche riserve. Secondo alcuni osservatori, è una legittimazione dell’evasione fiscale, una sorta di condono mascherato. Un premio a quei contribuenti con punteggio ISA basso che, avendo finora nascosto al Fisco parte rilevante di reddito, folgorati sulla via di Damasco, si convertono alla fedeltà fiscale accettando una vantaggiosa base imponibile. Per il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, ispiratore della Riforma fiscale, l’obiettivo è al contrario quello di contrastare l’evasione e fare emergere reddito sottratto alla tassazione, in considerazione che, a causa della “carente capacità operativa” dell’Agenzia delle Entrate, “al momento in media solo il 5% delle partite IVA soggette agli ISA riceve un controllo del Fisco”. Oggi in Italia, ha ricordato Maurizio Leo, ci sono quasi 1,3 milioni di autonomi fuori dalla flat tax al 15% e 453.429 società di persone che evadono il 69,2 per cento dei redditi per 32,4 miliardi di euro e 674.551 società di capitali che evadono il 23,8 per cento per 8,98 miliardi di euro. Oltre un milione sono le partite IVA che dichiarano, secondo le rielaborazioni di Sogei, un reddito annuo inferiore a 15mila euro. Una situazione fortemente critica per l’Erario, difficile da rimuovere se non attraverso misure di tax compliance in linea con la effettività della capacità contributiva e con l’attuale contesto economico. Una strada già percorsa in passato, l’ultima volta nel 2003, con...
Read MoreIL PATTO FRA FISCO E CONTRIBUENTI
Si volta pagina nel rapporto fra Fisco e contribuenti. E’ entrato in vigore il Dlgs 219/2023 contenente modifiche allo Statuto dei diritti del contribuente varato nel 2000 per l’attuazione dei “principi di democraticità e trasparenza”. Con l’intento di realizzare un riequilibrio fra le due parti in causa, furono disciplinati gli istituti di tutela dei cittadini nei confronti degli Uffici tributari attraverso il riconoscimento di una lunga serie di diritti: dalla conoscenza degli atti, alla chiarezza e alla loro motivazione, dalla tutela della buona fede all’interpello, alle garanzie in caso di verifica. Diritti tutelati e difesi dal Garante del contribuente, organo di mediazione istituito presso ogni Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate. Ma lo Statuto non ha avuto vita facile, un patto molte volte dimenticato, violato dal Parlamento, dai vari Governi , dalla pubblica amministrazione. Un “amore impossibile” quello fra Fisco e contribuente! Diffidenza ma soprattutto incomunicabilità alla base di un rapporto che è andato nel tempo sempre più deteriorandosi. E’ rimasto purtroppo inascoltato l’appello lanciato da Ezio Vanoni, storico Ministro delle finanze, per un “ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. La mancanza di certezza della legge tributaria intesa come prevedibilità delle conseguenze giuridiche e fiscali è divenuta ormai una costante, alimentando una deleteria conflittualità. Da una parte il Legislatore fiscale costretto a rincorrere l’evoluzione dei rapporti economici per individuare i presupposti di nuova ricchezza e quindi nuovo imponibile da sottoporre a tassazione, dall’altra parte il contribuente (evasori a parte) vittima sacrificale di un caos legislativo che non facilita certo l’interpretazione e la corretta applicazione della normativa. Una frantumazione della legislazione tributaria, un proliferare di leggi, decreti, circolari e pareri che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio di ogni principio di diritto! Tanti segnali a conferma che l’ordinamento tributario italiano è sempre più caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio per ragioni di gettito che condiziona ogni corretta azione di accertamento in termini di equità, efficienza e trasparenza. Molte prescrizioni dello Statuto sono rimaste semplici enunciazioni di principio, senza alcun effetto giuridico. La più eclatante di sempre quella relativa al divieto di retroattività della normativa fiscale regolarmente violato più volte, oltre alle tante norme tributarie emanate in deroga ai principi dello Statuto, soprattutto in materia di proroga dei controlli. Una vera beffa del diritto e della sua certezza. Dopo oltre venti anni si corre ora ai ripari. Nell’ambito del Decreto attuativo della Riforma fiscale allo Statuto del 2000 viene riconosciuta maggiore valenza legislativa: le sue disposizioni “si conformano alle norme della Costituzione rilevanti in materia tributaria, ai principi dell’ordinamento dell’Unione europea e alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo” le quali costituiscono, adesso, i principi generali dell’ordinamento tributario, criteri di interpretazione della legislazione tributaria e si applicano a tutti i soggetti del rapporto tributario. Tra le novità più importanti spicca la disposizione che introduce il contraddittorio generalizzato: tutti gli atti autonomamente impugnabili dinanzi agli organi della giurisdizione tributaria devono essere preceduti, a pena di annullabilità, da un contraddittorio informato ed effettivo con il contribuente. I provvedimenti dell’Amministrazione finanziaria devono essere motivati con l’indicazione specifica dei presupposti, dei mezzi di prova, oltre che delle ragioni giuridiche su cui si fonda la decisione. Sul versante dell’accertamento viene sancita la inutilizzabilità degli elementi di prova raccolti oltre i termini di permanenza presso la sede del contribuente soggetto a verifica. L’accertamento dovrà essere unico per ciascuna imposta e per ciascun anno, venendo così a cessare il contestato strumento dell’accertamento parziale “a singhiozzo”. Verrà espressamente definita l’annullabilità e la nullità degli atti impositivi del Fisco e come eccepirle, pomo della discordia...
Read MoreMES, IL FLOP DI FINE ANNO
Consegnato alla storia il 2023. Un anno che, a livello comunitario, si è chiuso con non poche contraddizioni politiche e convulsioni economiche in particolare, che hanno segnato i rapporti fra i 27 Stati membri dell’Unione europea. Prima la forte onda d’urto della stretta monetaria voluta dalla Bce, poi la tormentata riforma del Patto di stabilità con le future regolare di bilancio dei Paesi Ue, infine la kafkiana vicenda del Mes, il fondo salva-Stati, chiusa senza botti finali, ma con un clamoroso flop per la mancata ratifica dell’Italia, con maggioranza e opposizione parlamentare spaccate al loro interno. Il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (Mes) è la “cassaforte” dell’Eurozona, l’embrione di un Fondo monetario europeo, istituito nel 2012 per dare sostegno ai singoli Stati in caso di crisi finanziaria e di rischio default attraverso prestiti economici, acquisti di titoli di Stato. Organizzazione intergovernativa, con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori (i ministri di Ecofin) e da un Consiglio di Amministrazione. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per potenziare la coesione dell’Eurozona e tutelarne la stabilità finanziaria. La riforma ridisegna l’azione del Mes con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate con programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes in Grecia. Rafforzare cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. La ristrutturazione del debito pubblico (tagli alla spesa, privatizzazioni, liberalizzazioni, fisco) è richiesta soltanto in condizioni estreme (“condizionalità rafforzate”), quando il Paese è sul baratro del fallimento, mentre non è una precondizione per aderire agli aiuti del Mes quando il Paese, con parametri deficit-debito in linea, non ha perso l’accesso ai mercati finanziari. Le proposte di modifica al Trattato, dopo un “accordo politico preliminare” nel giugno 2019, sono state approvate dall’Eurogruppo nel gennaio 2021. La riforma intendeva inoltre attribuire al Mes un paracadute finanziario (“backstop”) per il fondo salva-banche Srf, il fondo unico di risoluzione bancaria alimentato dalle banche stesse, qualora, in casi estremi, fossero finite le risorse a disposizione per completare il recupero delle banche in difficoltà. E’ uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria nel processo d’integrazione economica e finanziaria dell’Eurozona: la garanzia europea sui depositi nelle banche che tuttora grava sui sistemi nazionali. Una rete, quella del Mes, dunque da usare sia in caso di crisi dei debiti sovrani, sia in caso di crisi sistemiche bancarie, nell’ottica della “mutualizzazione” del rischio e di una maggiore trasparenza dell’ordinamento monetario. Per l’Italia il Mes è stata una storia infinita. Una diatriba fra Roma e Bruxelles che per anni ha animato il dibattito politico e le interlocuzioni comunitarie. E’ stato il primo governo Conte (M5S e Lega) a respingere inizialmente l’approvazione. Il Conte II (M5S e PD), nel giugno 2019, raggiunse un accordo politico preliminare sulle proposte di modifica al Trattato che, grazie anche alla generosità del Recovery fund, si concretizzò nel voto a favore nell’Eurogruppo del gennaio 2021. Con Mario Draghi alla guida di Palazzo Chigi la strada per la ratifica parlamentare sembrava ormai in discesa, ma nella sua variegata compagine governativa non fu mai trovata una comune linea d’azione. E così la patata bollente della ratifica del Mes è finita nelle mani del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, con i problemi e le riserve del passato. Intorno alla riforma dell’ex fondo salva Stati, al quale l’Italia ha contribuito con un capitale sottoscritto di 125 mld di euro, si è nel tempo materializzato un reticolo di questioni legate tutte alla governance europea, prima...
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