IL REBUS DEL NUOVO PATTO DI STABILITA’
Alle battute finali il difficile accordo sulla riforma del Patto di stabilità. Si decidono in settimana con un Ecofin straordinario (in videoconferenza) le future regole di bilancio dei Paesi Ue. Una vicenda tormentata che sta segnando fortemente i rapporti fra i 27 Stati membri dell’Unione europea. Ai ministri finanziari il compito gravoso di trovare una intesa sulla bozza di riforma proposta il 26 aprile scorso dalla Commissione europea con l’obiettivo di evitare che la riduzione del debito pubblico nei Paesi porti a una contrazione degli investimenti e della crescita. E’ un negoziato molto importante: dalla definizione delle nuove regole dipenderà infatti quanto e come i vari Stati potranno spendere in funzione di debito e deficit di bilancio. Obiettivo del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi fissati con il Trattato di Maastricht del 1992, era quello di garantire la disciplina di bilancio degli Stati dell’Ue per evitare disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi e contribuire così alla stabilità monetaria. Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascuno Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno. A distanza di oltre vent’anni da quando nel 2002 Romano Prodi, allora Presidente della Commissione europea, definì “stupido” il Patto di stabilità varato nel 1997, la Commissione della Presidente Ursula von der Leyen, dopo la sospensione nel marzo 2020 a causa della crisi economica scatenata dalla pandemia con l’attivazione della clausola di salvaguardia, propone per il ripristino del Patto dal primo gennaio 2024 una riforma delle regole di bilancio dell’Ue. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica sostenibile e duratura dell’economia fondata sulla stabilità finanziaria. Per scongiurare il rischio autolesionistico di un ritorno al passato con i vincoli e le ferree misure dell’ortodossia rigorista, con un Patto realisticamente inapplicabile, la proposta di riforma della Commissione europea prevede una riduzione concordata del debito per i Paesi più indebitati e la possibilità di percorsi di recupero più graduali in caso di riforme. Attraverso nuove regole, adattabili alle esigenze dei singoli Paesi, si vuole quindi evitare che la riduzione forzata del debito, priva di flessibilità, porti a una contrazione degli investimenti e della crescita. La riforma del Patto (da negoziare con il Parlamento europeo) punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno alla riduzione del debito pubblico. Ogni Stato membro sarà chiamato a preparare piani di aggiustamento credibili e conformi a un nuovo quadro comune europeo basati sulla spesa pubblica netta, nei quali dovranno definirsi gli obiettivi di bilancio, le misure per affrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari. Questi Piani, concordati con la Commissione Ue, della durata di quattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire un aggiustamento annuo di bilancio dello 0,5% del Pil, fino a che il deficit non andrà sotto il 3%, oltre ad assicurare la sostenibilità del debito attraverso un percorso in discesa in modo stabile per almeno dieci anni. La novità sostanziale del nuovo Patto disegnato a Bruxelles sta dunque nel fatto che non saranno più previste regole fisse valide per tutti gli Stati membri. Sul debito la proposta di riforma prevede la cancellazione della contestatissima regola precedente relativa al taglio del debito di un ventesimo all’anno per i Paesi fuori dai parametri nel rapporto debito/Pil. Dovrebbe...
Read MoreLA PAGELLA DI MOODY’S
Gli esami non finiscono mai. Dopo le valutazioni (positive) di S&P, Dbrs e Fitch, per i conti pubblici italiani venerdi 17 è arrivata la pagella di Moody’s, l’agenzia statunitense di rating fra le più autorevoli. E, a dispetto della cabala, ironia della sorte, nonostante il giorno “porta sfortuna” prova superata. Azzerati i timori e le paure della vigilia legati al rischio bocciatura. Sotto esame la credibilità della nostra finanza pubblica collegata alla capacità di ripagare il debito. L’Italia si è presentata al test partendo da una valutazione tutt’altro che da prima della classe: Baa3, appena sopra la soglia del cosiddetto “investment grade”. Sotto questa classe di rating c’è solo il livello spazzatura, e cioè affidabilità uguale a zero. L’ultima pagella ricevuta da Moody’s è dell’agosto 2022, subito dopo la fine del Governo Draghi: l’agenzia declassò il nostro Paese alimentando un clima di incertezza per le conseguenze economiche, politiche e finanziarie. Fu un chiaro avvertimento al nuovo inquilino di Palazzo Chigi: “Senza riforme economiche e fiscali ci sarà il taglio del rating sovrano dell’Italia”, e quindi chiusura degli acquisti dei titoli italiani da parte di molti investitori istituzionali. Sullo sfondo della legge di Bilancio impostata in termini di “prudenza realista”, Moody’s non solo non ha variato il rating, confermando il Baa3 del debito pubblico italiano, ma ha migliorato da “negativo” a “stabile” l’outlook, la previsione sull’andamento del medio-lungo termine. Fattori del giudizio positivo l’attuazione del Pnrr, il consolidamento del sistema bancario, la diminuzione dei rischi legati alle forniture energetiche. Nella sua valutazione Moody’s ricorda che i livelli di debito dell’Italia resteranno elevati. E per questo “ridurre il deficit sarà essenziale per la futura traiettoria del debito dato che il differenziale fra la crescita nominale e i tassi d’interesse tornerà negativo nel 2025”, richiedendo all’Italia un avanzo primario per stabilizzare il debito. L’agenzia, in relazione al vasto programma di riforme in cantiere, ha definito il Pnrr come “l’opportunità che capita una volta in una generazione per rafforzare la crescita e attuare riforme specifiche”. Per l’Italia “i rischi di credito associati con una inefficiente esecuzione delle politiche macroeconomiche sono significativi, perché è lo Stato membro dell’Ue più esposto a una dinamica avversa al debito”. Le prospettive di crescita ciclica continueranno a essere sostenute dalla realizzazione di investimenti nell’ambito del Pnrr fino al 2026, anche se, rileva Moody’s, “permangono rischi sostanziali nel caso in cui l’Italia non sia in grado di sfruttare al meglio le risorse del Piano comunitario”. Dinamica del debito e strategia di crescita saranno dunque le direttrici di marcia del Governo Meloni per rafforzare sui mercati lo status finanziario e scongiurare pericolosi sbalzi dello spread BTP-Bund. La grande sfida italiana, nella prospettiva anche della riforma del Patto di stabilità e crescita, sarà la sostenibilità del debito. La sua riduzione è una strada obbligata che non può essere rallentata. Se il prossimo anno l’Italia non crescerà dell’1,2%, come messo nero su bianco nella Nadef e contemporaneamente dovessero arrivare nuovi shock nell’economia, saranno dolori, perchè non ci saranno risorse sufficienti per sostenere un deficit al 4,4% del Pil. E se non è rinviabile una discesa del debito, non lo è nemmeno l’attuazione del Pnrr, che dovrebbe garantire proprio quella crescita di cui il Paese ha bisogno. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha infatti un ruolo centrale per il sostegno dell’economia e la sua attuazione non può ammettere rinvii. Il pieno avanzamento dei progetti del Pnrr fornirebbe uno stimolo all’attività economica che è determinante per lo sviluppo nel prossimo biennio. Lo testimonia il Portogallo premiato da Moody’s con un rating salito in un solo colpo di due gradini (A3) grazie...
Read MoreI MALI DELLA SANITA’ PUBBLICA
Emergenza Sanità pubblica. Di forte impatto la recente inchiesta del Sole 24 Ore sui mali del Servizio sanitario nazionale. Pronto soccorso al collasso, lunghe liste d’attesa, medici e infermieri in fuga: sintomi di una grave malattia sociale, con tanti malati a rischio. Terapia difficile. La manovra economica per il 2024 approdata nei giorni scorsi in Parlamento prevede un rifinanziamento del Servizio sanitario nazionale di 3 miliardi, in parte destinati a finanziare “l’indennità per medici e altro personale sanitario impegnati nella riduzione dei tempi delle liste di attesa”. Una … “terapia d’urto” che non regge e che, al di là di illusori obiettivi governativi, rischia di fare flop non intervenendo sulla causa reale dei mali (ormai cronici) del Servizio sanitario: mancanza di personale. Una missione impossibile per chi è in servizio. Secondo le stime del Sole 24 Ore mancano all’appello 20mila medici e oltre 70mila infermieri. Numeri allarmanti che spiegano chiaramente le tante lacune del Servizio sanitario e quindi le quotidiane proteste legate all’ “accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie, in attuazione dell’art.32 della Costituzione”. Una situazione fortemente critica, drammatica in alcune Regioni del Paese, generata dal blocco delle assunzioni introdotto nella stagione della spending review: una misura che fissa la spesa sul personale medico e paramedico a quella del 2004. Organici sottodimensionati rispetto alle obiettive esigenze di servizio, peggiorati ulteriormente negli ultimi anni difronte alla grande fuga dalle corsie degli ospedali a causa di turni massacranti e stipendi troppo bassi. Una fuga cominciata da oltre un decennio, cresciuta a dismisura con il Covid. L’allarme carenza riguarda in generale gli ospedali dove ci sono 10mila posti vacanti, in primis quelli di anestesisti e pneumologi. Sono 2mila i medici, tra dimissioni e pensionamenti, che annualmente lasciano gli Ospedali per nuove vie: lavorare nel privato o all’estero. Lo rivela l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) secondo il quale in tre anni hanno superato il confine 15.109 infermieri e 21.397 medici. Ma c’è anche chi sceglie la strada del “gettonista” che, grazie a compensi di mille euro per turno, consente di guadagnare come un medico dipendente, con meno di 100 giorni di lavoro effettivo. E le previsioni nel breve termine non sono incoraggianti: entro il 2025 è prevista l’uscita per pensionamenti di ben 40mila medici, non bilanciata da nuovi ingressi per lo scarso appeal di alcune specializzazioni mediche (chirurgia, medicina d’urgenza) da parte dei giovani laureati in Medicina. A rischio la figura ospedaliera dei camici bianchi. Sono i pronto soccorso a pagare maggiormente le conseguenze di questa emorragia medica, sono al collasso e, in quanto presidi sanitari di prima linea, sono costretti a rispondere ai tanti problemi ricorrendo appunto ai “gettonisti” nelle cooperative, pagati oltremisura, a danno delle scarse risorse economiche. La musica non cambia per la medicina di base, gli studi dei medici di famiglia: in 5 anni se ne contano oltre 5mila in meno, una insostenibile desertificazione per milioni di cittadini che, senza adeguata assistenza medica, sono costretti a rivolgersi ai Pronto soccorso, intasandoli ulteriormente e prolungandone i tempi di attesa. Una storia infinita. “Cambiare rotta”, ha dichiarato il presidente dell’Ordine dei medici Filippo Anelli, “è ora che il tetto di spesa fermo al 2004 sulle assunzioni venga eliminato o quanto meno innalzato”. Turn over limitato ma anche una programmazione sbagliata dei posti a Medicina e nelle specializzazioni. Un percorso formativo da ridisegnare completamente, rivedendo l’impostazione del servizio reso alla comunità. Significativo il j’accuse lanciato dall’Anaao Assomed, la sigla sindacale dei medici ospedalieri: “il rapporto medico-paziente è ormai un rapporto economicistico di venditore-acquirente e la salute è diventata un prodotto, occorre restituire all’operatore sanitario la centralità del...
Read MoreMANOVRA ECONOMICA, TIMORI E SPERANZE
A pochi giorni dal via libera da parte del Consiglio dei Ministri, il disegno di legge di Bilancio per il 2024 è entrato nel vivo del dibattito politico in un clima di grande tensione e forti contrasti fra i partiti in vista dell’iter parlamentare di approvazione. Una manovra condizionata fortemente dal rallentamento dell’economia generato dalla spinta dell’inflazione, dall’aumento dei costi energetici, dall’incertezza globale causata dal conflitto russo-ucraino e dalla crisi in Medio Oriente, fra Palestina e Israele. Un quadro economico particolarmente complesso appesantito sui flussi finanziari dello Stato dagli effetti dei crediti d’imposta accumulati negli anni scorsi a causa dei bonus immobiliari, un “grande buco” da oltre 40 miliardi di euro. Banche, imprese e famiglie stanno beneficiando del mancato versamento d’imposte compensate con i numerosi bonus legati agli interventi edilizi. Un impatto negativo per le casse dello Stato con minori entrate tributarie di decine di miliardi nei primi sette mesi dell’anno. Una contrazione del gettito fuori da ogni previsione. Notizie non buone anche sul versante delle spese con una notevole progressione registrata dalla Ragioneria dello Stato. I rialzi dei tassi della Banca Centrale europea, decisi per contrastare l’inflazione, hanno determinato un aumento degli interessi pagati dal Tesoro sul debito: +16% fra gennaio e giugno 2023, rispetto allo stesso periodo di un anno fa. In soldoni, 14 miliardi di euro in meno nelle casse dello Stato che vanno ad aggiungersi ai circa 990 miliardi di euro pagati dal 2009 al 2022 su un “debito pubblico senza freni” (2.858 miliardi di euro, pari al 141% del Pil), una media di circa 76 miliardi all’anno. Rallentamento della crescita economica e il nodo del debito pubblico con interessi in aumento, oltre alle minori entrate per il Superbonus, rendono sempre più corta la coperta delle risorse disponibili da destinare alla manovra, con buona pace delle tante promesse elettorali fatte per conquistare il consenso. Una manovra che non andrà al di là dei 24 miliardi, 16 dei quali provenienti dall’extra-deficit e circa 8 miliardi che derivano dalla riduzione delle spese da parte dei vari Ministeri. Uno scostamento di bilancio necessario per recuperare risorse aggiuntive operato in deroga al principio dell’equilibrio tra entrate e spese fissato dall’art.81 della Carta costituzionale. Un extra-gettito e tagli di spesa per una “manovra seria e realistica”, nel commento della premier Giorgia Meloni, una manovra che “non disperde risorse ma le concentra su grandi priorità”. Fra queste il rinnovo nel 2024 del taglio del cuneo fiscale-contributivo, un intervento di undici miliardi a sostegno di alcune fasce della popolazione con reddito medio-basso per il peggioramento delle condizioni economiche. Atre misure sono previste per il rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione (cinque miliardi) e per uno stanziamento aggiuntivo per la sanità (tre miliardi). Bando ai provvedimenti a pioggia del passato ma interventi mirati nel segno di “un ferreo controllo della spesa che diventerà un principio non più eludibile, afferma il Ministro dell’Economia Giorgetti, alla luce delle nuove regole che si stanno delineando per la governance economica europea”, a garanzia della sostenibilità del debito agli occhi vigili delle autorità comunitarie di Bruxelles e dei mercati finanziari pronti a intervenire sul rating. Una manovra economica difficile, ”la più difficile degli ultimi anni”, ha commentato Giorgetti, oltre la metà in deficit. Dopo quella dello scorso anno con il Governo appena insediato, quest’anno è la prima vera prova per Giorgia Meloni costretta a muoversi su un “sentiero stretto” come lo chiamava, a suo tempo e in un governo di centro-sinistra, l’ex ministro dell’Economia Padoan. Cambiano i tempi, cambiano gli inquilini di Palazzo Chigi, ma il sentiero è lo stesso, a conferma degli atavici problemi della finanza...
Read MoreIL RITORNO DI MARIO DRAGHI
Con l’Ecofin di Santiago il negoziato europeo per la riforma del Patto di Stabilità e Crescita è entrato nella sua fase cruciale. E Mario Draghi torna in Europa. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen gli ha affidato un nuovo incarico, quello di delineare una strategia sul futuro della competitività dell’economia europea. L’annuncio è arrivato in occasione dell’annuale discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento di Strasburgo, uno degli eventi politici più importanti nell’Ue, nel corso del quale vengono indicate le linee guida del lavoro delle istituzioni comunitarie, fissando obiettivi e procedure. Sono tre le sfide individuate da von der Leyen: il lavoro, l’inflazione e l’ambiente imprenditoriale. Ricercare nuove soluzioni per rimanere competitivi sul mercato globale in un momento di grandi capovolgimenti economici in cui l’Ue rischia di essere “un vaso di terracotta tra vasi di ferro, Stati Uniti e Cina”. E l’incarico proposto all’ex presidente della Bce, “una delle grandi menti economiche europee”, riveste importanza fondamentale per il futuro del Vecchio Continente. Il tema della competitività s’intreccia tanto con il quadro geopolitico in rapida evoluzione, quanto con gli equilibri interni all’Ue. L’Europa, anche grazie al contributo di Draghi, “farà what ever it take per mantenere il suo vantaggio competitivo”, ha chiosato la Presidente della Commissione, ricordando la famosa frase dell’ex governatore della Bce a difesa dell’euro. Il ritorno a un ruolo attivo dopo l’esperienza di governo a Palazzo Chigi rappresenta una mission dai contorni così ampi da apparire come un consulto per un paziente con gravi problemi. E per Draghi la diagnosi è chiara: la pandemia prima e la guerra in Ucraina dopo hanno prodotto la fine di un’era. “L’Unione di prima non c’è più”, perché hanno ceduto i pilastri su cui si reggeva la sua prosperità: “l’America per la sicurezza, la Cina per l’export, la Russia per l’energia”. E “non c’è ancora l’Unione di dopo”. La prospettiva di un suo allargamento ai Paesi dei Balcani e all’Ucraina, senza aver provveduto alle riforme, potrebbe portare a un esito fatale. Espandendo la periferia senza rafforzare il centro si rischierebbe cioè ripetere gli errori del passato. Si apre per l’Ue una stagione “complicata, molto complicata”, perciò Draghi ha accolto la proposta a fronte delle importanti sfide che attendono l’Europa. “Supermario” torna sulla scena europea proprio dopo aver tratteggiato in un articolo pubblicato sull’Economist il suo programma per il rilancio della zona euro. L’Unione europea ha bisogno di “nuove regole e una maggiore condivisione della sovranità” dal momento che le strategie che nel passato hanno assicurato sviluppo e sicurezza dell’Europa sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili. Tornare ai vecchi “paletti” fiscali sarebbe deleterio. Le regole di bilancio dovrebbero essere sia rigorose, per garantire la credibilità nel medio termine, sia flessibili, per consentire ai governi di reagire a choc imprevisti. La strada tracciata da Draghi nel suo intervento sull’Economist prevede il trasferimento di maggiori poteri di spesa al centro e “federalizzare” alcune spese per investimenti in modo da raggiungere un equilibrio tra regole rigide per i singoli Stati ai quali è proibito andare in disavanzo, e scelte fiscali a livello centrale. L’Ue, nel disegno programmatico tracciato da Mario Draghi, ha bisogno di una politica fiscale europea sia per svolgere un compito di stabilizzazione economica, coordinandosi con la politica monetaria, sia soprattutto per finanziare una politica industriale basata su un ammontare di investimenti adeguato a consentire alla zona euro di mantenere il suo ruolo economico e politico nel mondo. Finchè, dopo quella monetaria, non raggiungerà una piena unificazione fiscale, l’Europa non potrà riguadagnare lo status di grande potenza nel mondo multipolare del ventunesimo secolo. In un assetto globale dominato da superpotenze, rischia...
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