ADDIO AL “ PATTO DI STUPIDITA’ ”
Addio al “Patto di stupidità”. A distanza di oltre vent’anni da quando nel 2002 Romano Prodi, allora Presidente della Commissione europea, definì “stupido” il Patto di stabilità varato nel 1997, Bruxelles propone una riforma delle regole di bilancio dell’Ue. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica fondata sulla stabilità finanziaria. Obiettivo del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi fissati con il Trattato di Maastricht del 1992, era quello di garantire la disciplina di bilancio degli Stati dell’Ue per evitare disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi e contribuire così alla stabilità monetaria. Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascuno Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno per non mettere a rischio la tenuta monetaria dell’Ue. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva attivato la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica fino al 2023 per sostenere l’economia durante la crisi. Espansività della spesa secondo i canoni Keynesiani. Per scongiurare nel 2024 il rischio autolesionistico di un ritorno al passato con le ferree misure dell’ortodossia rigorista, e quindi con un Patto realisticamente inapplicabile, la proposta di riforma della Commissione europea prevede una riduzione concordata del debito per i Paesi più indebitati e la possibilità di percorsi di recupero più graduali in caso di riforme. La riforma del Patto punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno alla riduzione del debito pubblico. Ogni Stato membro sarà chiamato a preparare piani di aggiustamento credibili e conformi a un nuovo quadro comune europeo basati sulla spesa pubblica netta, nei quali dovranno definirsi gli obiettivi di bilancio, le misure per affrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari. Questi Piani, da negoziare con la Commissione Ue, della durata di quattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire un aggiustamento annuo di bilancio dello 0,5% del Pil, fino a che il deficit non andrà sotto il 3%, oltre ad assicurare un percorso in discesa del debito in modo stabile per almeno dieci anni. Niente regimi di favore per investimenti, inclusi quelli tipici del Pnrr su digitali e green deal, come aveva invece richiesto il Ministro dell’Economia Giorgetti. Le nuove norme mirano a ridurre gli elevati indici di debito pubblico in modo realistico, graduale e sostenuto. “La riforma, ha dichiarato il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, intende semplificare la governance economica, sviluppare la responsabilità nazionale, mettendo maggiore enfasi sul medio termine e rafforzando l’applicazione delle norme, all’interno di un quadro comune trasparente.” Attraverso nuove regole, adattabili alle esigenze dei singoli Paesi, si vuole quindi evitare che la riduzione forzata del debito, priva di flessibilità, porti a una contrazione degli investimenti e della crescita. Progetto ambizioso nel solco della rivoluzione del Nex Generation Eu, il mega fondo comunitario per modernizzare e rendere più competitiva l’economia europea finanziato per la prima volta con l’emissione di debito comune. L’approvazione entro la fine dell’anno (il dibattito entrerà nel vivo nell’Eurogruppo e nell’Ecofin di giugno) non sarà semplice, sarà un negoziato in salita: le proposte della Commissione non soddisfano i falchi...
Read MoreOPERAZIONE VERITA’ PER IL PNRR
Conto alla rovescia per l’ “Operazione verità”. Italia sotto esame per la terza tranche di 19 miliardi dei fondi del Pnrr, il pilastro del programma europeo Next Generation Eu, varato nel 2020 per un’Europa più unita e solidale. Entro la fine di aprile Palazzo Chigi dovrà inviare a Bruxelles la proposta di revisione degli investimenti in termini realizzativi. Pochi giorni per il Governo per fare un check up e decidere quali progetti vanno modificati o addirittura eliminati dal Piano di ripresa e resilienza. La trattativa con la Commissione europea riguarda la rimodulazione di alcune parti del Piano sollecitata dal Ministro Raffaele Fitto, dovuta al lievitare dei costi delle materie prime e alla consapevolezza che alcuni capitoli di spesa possono entrare in una fase critica e non essere attuati entro la scadenza, prevista a giugno del 2026. “La priorità è non perdere i fondi, ma c’è bisogno di realismo, ha osservato il Ministro, bisogna prendere atto di quello che è possibile fare e di quello che non si può fare”. Spostare cioè gli investimenti in ritardo su altri percorsi, non in scadenza nel 2026, per evitare il rischio di perdere le prossime sette rate di finanziamento europeo. Sono in gioco i 209 miliardi, tra sovvenzioni a fondo perduto e prestiti ultra agevolati, concessi all’Italia dall’Ue dopo la tragedia della pandemia: un’occasione irripetibile per il rilancio di un Paese fermo da tempo, una straordinaria opportunità per affrontare i problemi strutturali attraverso riforme profonde e investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata. Il nodo da sciogliere è quello di sempre: burocrazia, deficit di infrastrutture, carenza di personale adeguato. Rilevante la distanza tra la capacità di spesa chiesta dal Pnrr e quella permessa dalla obsoleta struttura della pubblica amministrazione. L’abbondanza di risorse destinate al piano di ripresa si scontra con la povertà (cronica) di capacità realizzative dello Stato. Le disfunzioni del nostro apparato politico-amministrativo sono profondamente radicate e costituiscono un serio ostacolo per l’utilizzo dei fondi comunitari. Si rischia di azzerare un’opportunità storica, una sorta di “Piano Marshall bis”. Sprecarla sarebbe un clamoroso autogol economico-sociale, oltre che un duro colpo all’immagine del sistema Italia. Accelerare dunque ogni procedura, perché, ha commentato l’economista Francesco Giavazzi, “spostare in là delle scadenze del Pnrr è da evitare, non è nel nostro interesse”. La crescita del 2023 sarà infatti determinata in gran parte dagli investimenti del Pnrr che genereranno un impulso alla domanda pari a 2-3 punti di Pil in un solo anno, portando la crescita al 3%. Il punto di non ritorno è la recente relazione presentata alla Camera dalla Corte dei Conti, con la rivelazione che del tesoretto del Pnrr, alla fine del 2022, l’Italia ha speso solo 21 miliardi, legati a 107 delle 285 misure elencate nel Piano. Ma in realtà, al netto dei crediti d’imposta automatici per le imprese e l’edilizia, sono soltanto 10 miliardi, con un tasso di realizzazione del 6%. Nella eloquenza dei numeri il quadro appare chiaro: la spesa effettiva ha viaggiato ai minimi termini con conseguente modesta accelerazione data finora al Piano. Trasparenza, responsabilità e serietà. La Commissione europea attende dalla rinnovata task force di Palazzo Chigi una proposta concreta per negoziare una tempistica del Piano meno rigida. Restano sul tappeto polemiche e accuse politiche. L’emergere dei ritardi nell’attuazione del Piano ha dato il via al balletto del “tutti contro tutti”: la solita sagra dei rimpalli delle responsabilità, sullo sfondo di emergenze congiunturali e problemi strutturali. Sul banco degli imputati, in primis, l’ex premier Giuseppe Conte reo di “aver fatto man bassa” dell’intera quota europea spettante, fra sussidi e prestiti, senza una valutazione della oggettiva possibilità di...
Read MoreRIFORMA FISCALE, LUCI E OMBRE
Dopo oltre cinquant’anni dalla riforma di Bruno Visentini dell’ottobre 1971, il sistema tributario si avvia verso un profondo cambiamento strutturale. Nel disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri sono fissati i principi cardine della riforma 2023: riduzione della pressione fiscale (oggi al 43,5%) per cittadini e imprese, lotta all’evasione, rapporto tra Stato e contribuente meno vessatorio e più collaborativo con una semplificazione degli obblighi dichiarativi e uno sfoltimento della normativa, nel rispetto dello Statuto del contribuente e della certezza del diritto. L’asse portante della legge delega, divisa in 4 parti e 21 articoli, è rappresentato dalla flat tax per tutti entro la fine della legislatura, anticipata da quella “incrementale” solo per i dipendenti. Un’imposta sostitutiva dell’Irpef in luogo delle aliquote per scaglioni di reddito per garantire l’equità orizzontale con aliquota unica di prelievo, come nei Paesi dell’Est, sull’imponibile delle persone fisiche (autonomi, dipendenti e pensionati). Una misura contestata da Sindacati (“subito il taglio del cuneo fiscale”) e opposizione, perché ritenuta lesiva del principio costituzionale di progressività dell’imposta, a tutela dei redditi più bassi. Un principio che sarà garantito, assicurano a Palazzo Chigi, modulando detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta che saranno inversamente proporzionali al reddito. La tassa piatta sarà preceduta da una fase transitoria con la riduzione delle aliquote da quattro a tre: aliquota al 23% per i redditi fino 28mila euro, 35% per i redditi fino a 50mila euro e 43% per i redditi oltre i 50mila euro. In cantiere l’unificazione della no tax area tra dipendenti e pensionati (8.500 euro). Per le società è prevista la modifica dell’Ires con un’aliquota agevolata al 15% per investimenti in beni strumentali e in occupazione, la trasformazione dell’Irap in sovrimposta sull’Ires. Particolarmente significative altre misure della riforma: la razionalizzazione delle tax expenditures, ovvero delle agevolazioni fiscali (una giungla di circa 600 voci, con una perdita di gettito di 165 miliardi l’anno), la revisione delle aliquote Iva e dei suoi presupposti impositivi in funzione dei panieri di beni e servizi. Saranno velocizzate le procedure relative ai rimborsi. Novità anche per le imposte indirette minori con la sostituzione dell’imposta di bollo, delle imposte ipocatastali e dei tributi speciali con un tributo unico, in misura fissa. Previsti interventi legislativi per i tributi regionali ai fini dell’attuazione del federalismo fiscale e per quelli locali, con l’attribuzione del gettito Imu dei capannoni industriali e produttivi direttamente ai Comuni. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, con il superamento graduale degli indicatori sintetici di affidabilità (Isa), viene istituito il “concordato preventivo biennale”. Si tratta di un rafforzamento dell’adempimento collaborativo con l’idea di riscrivere le regole della lotta all’evasione fiscale che diventa preventiva e non più repressiva. Ai fini delle imposte, si paga quanto pattuito in anticipo con l’Agenzia delle Entrate per due anni, senza rischi di accertamenti, nel segno della trasparenza e del dialogo per recuperare l’inefficienza del sistema legato a sanzioni e riscossione (i crediti non riscossi sono circa 153 miliardi di euro). Obiettivo del Governo, ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, è di “riordinare tutto il sistema tributario per rendere il nostro ordinamento coerente con quelle che sono le regole dell’Ue e internazionali e rilanciare l’Italia sul piano economico e sociale”. I decreti delegati, che conterranno la disciplina attuativa dei principi espressi nella delega, saranno adottati entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore della Legge delega. Sul tappeto restano le tante incognite sui risultati finali dell’operazione “Fisco nuovo”, legati ai temi più controversi della riforma: dalla lotta all’evasione (un buco di circa 100 miliardi di euro annui) alla spending review, dalla riforma dei bonus e delle tax expenditures alla tassazione dei...
Read MoreBONUSI EDILIZI E MALUS POLITICI
“Un provvedimento imprudente, non replicabile, con un costo di 2000 euro per ogni italiano”. Nel giudizio tranchant del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti la sintesi della telenovela tutta italiana legata al superbonus 110% con le opzioni di cessione del credito/sconto in fattura. La misura, fiore all’occhiello del governo Conte 2, è stata introdotta con il “Decreto Rilancio” nel maggio 2020 per dare ossigeno all’economia, in particolare al settore edilizio strozzato dalla pandemia da Covid 19, con l’ambizioso obiettivo del milione di nuovi posti di lavoro. La spinta c’è stata. Ma anche una speculazione senza precedenti in termini di evasione e frodi. Dai controlli svolti dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza sono stati individuati 9 miliardi di crediti d’imposta irregolari di cui circa 3,6 miliardi oggetto di sequestro da parte dell’Autorità giudiziaria. Un dato significativo che pone l’Italia in testa alla classifica dei Paesi dell’Ue con il maggiore stock di frodi al fisco, evidenziato nel primo bilancio annuale presentato dalla Procura europea. Una “legge scellerata” che ha consentito ai cittadini di spendere a totale carico dello Stato, senza alcun controllo sulla congruità e necessità della spesa e sulle diversità reddituali dei contribuenti. Una “patrimoniale alla rovescia”, l’ha definita Mario Monti sulle colonne del Corriere della Sera: un tributo a carico dello Stato tale da accrescere il valore dei beni di coloro che, in gran parte, ne posseggono di più. Inevitabile la ricaduta sui conti pubblici: scattato il codice rosso. I crediti fiscali derivanti da bonus edilizi generati dal 2020, secondo i dati forniti dal direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Ruffini in occasione della recente audizione alla VI commissione Finanze della Camera, ammontano a circa 111 miliardi di euro, di cui ben 62 miliardi derivanti dal superbonus, e il resto dalle altre agevolazioni edilizie (facciata, ristrutturazione, ecobonus, fotovoltaico, ecc.). Il primo a lanciare l’allarme per la tenuta dei conti è stato l’ex premier Mario Draghi, rimasto vittima della ferma opposizione del M5S a qualsiasi intervento modificativo. Al Governo Meloni quindi è toccato il lavoro sporco. Improvviso ma non inatteso il decreto legge del 16 febbraio che ha cancellato il sistema dei bonus, colpevolmente intossicato: stop alla cessione del credito e allo sconto in fattura. Una bomba dal punto di vista economico per le imprese del settore edilizio che hanno in portafoglio 19 miliardi di euro di crediti “incagliati” e per una vasta fascia di proprietari di immobili che, per recuperare il credito d’imposta, una ventina di miliardi, dovranno fare ricorso alla detrazione diretta con la dichiarazione dei redditi, con rate annuali. Crediti sulla carta difficili da smaltire se non a un compratore di ultima istanza (Cassa depositi e prestiti?). In tilt anche il sistema bancario con la capienza fiscale azzerata. Un provvedimento opportuno, migliorabile in sede di conversione in legge, emanato per fronteggiare un fenomeno ormai da tempo fuori controllo, con pericolose zone d’ombra diffuse in tutto il Paese. L’erogazione a piene mani di bonus di ogni genere, figlia dei malus delle passate stagioni politiche, ha avuto un impatto sui conti pubblici ben oltre le previsioni, con un surplus di 40 miliardi di euro. La conferma del danno prodotto ai saldi di finanza pubblica è arrivata dalle rilevazioni dell’Istat su Pil e sul deficit pubblico diffuse nei giorni scorsi. Per effetto della revisione dei criteri di contabilizzazione delle mancate entrate prodotte dal superbonus e dagli altri incentivi fiscali all’edilizia, concordata con Eurostat, è stato rivisto al rialzo il deficit 2021 che dal 7,2% del Pil passa al 9% e quello del 2022, previsto al 5,6% che sale all’8% del Pil. Il perdurare della telenovela “Paga lo Stato” avrebbe messo...
Read MoreIL REBUS DELL’AUTONOMIA
L’autonomia differenziata torna al centro del dibattito politico. Arriva in pre Consiglio dei ministri la bozza del disegno di legge quadro sulla riforma preparato dal ministro Roberto Calderoli. Un tema fortemente divisivo, non solo fra le forze politiche. In una decina di pagine, nove capitoli, il progetto di devolvere funzioni ulteriori alle Regioni in attuazione del Titolo V della Costituzione, in particolare dell’art. 116, che prevede che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario “condizioni particolari di autonomia”, definite tecnicamente come “regionalismo differenziato”. Le Regioni con autonomia differenziata avranno poteri esclusivi sulle 23 materie sulle quali oggi hanno competenza legislativa concorrente con lo Stato (rapporti internazionali e con l’Ue, sicurezza del lavoro, istruzione salvo il processo educativo e formativo, salute, alimentazione, governo del territorio, infrastrutture, trasporti ed energia, finanza pubblica, ordinamento sportivo, professioni, protezione civile, beni culturali, credito regionale, previdenza complementare). Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia è stato messo sul tappeto da Veneto, Lombardia ed Emilia Rimagna con tre accordi preliminari siglati con il Governo Gentiloni nel febbraio 2018. Successivamente altre regioni (Campania, Liguria, Marche, Piemonte, Umbria e Puglia) hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia, circoscritta a un numero ridotto di materie. A ostacolare l’attuazione del decentramento è stata la incompleta riformulazione costituzionale del Titolo V del 2001 (Governo Amato), priva di adeguate indicazioni sulla definizione delle procedure. Di qui la necessità di una legge quadro che ha impegnato senza risultati i due Governi Conte e quello di Draghi. A rilanciare il tema e farne uno dei punti di forza anche in chiave elettorale per le prossime elezioni regionali è il leghista Calderoli per “eliminare orpelli di burocrazia”. Dopo un primo esame del Cdm, il disegno di legge andrà in Conferenza unificata per il prescritto parere e quindi, con il via libero definitivo di Palazzo Chigi, passerà all’approvazione del Parlamento. Un iter legislativo complesso per il varo di una “legge rinforzata”. Ma non sarà facile. Sulla proposta legislativa della Lega piovono forti critiche dall’opposizione e dalle parti sociali (Sindacati e Confindustria). E resistenze si registrano anche nella maggioranza: “Noi vogliamo unire l’Italia, non vogliamo territori di serie A e di serie B”, ha dichiarato la premier Meloni. Terreno di scontro ai fini del passaggio delle competenze sono la sanità per la gestione del personale sanitario, il comparto dei trasporti e delle infrastrutture per le concessioni su autostrade, strade, ferrovie e aeroporti, i beni culturali. Per l’istruzione la richiesta di potestà legislativa riguarda l’organizzazione del sistema educativo, l’alternanza scuola-lavoro, i rapporti di lavoro con il personale, la formazione, il finanziamento delle scuole paritarie. Il capitolo più controverso è certamente quello relativo alla fiscalità, cioè il trasferimento di risorse alle regioni che ricevono le nuove funzioni. Al fine di superare gli effetti distorsivi della “spesa storica” collegata al costo annuale del servizio reso (un meccanismo vantaggioso per gli enti con elevata spesa e risorse fiscali proprie, rispetto a quelli con limitata capacità fiscale), l’ultima versione della legge quadro sull’autonomia introduce nella finanza locale un nuovo indicatore: il “fabbisogno standard” che esprime le reali necessità finanziarie di un ente locale per garantire servizi ai cittadini sulla base delle varie caratteristiche territoriali e della composizione sociodemografica della popolazione residente. E’ il costo del servizio differenziato in ogni regione. Un cambio di paradigma che ha bisogno, in via preliminare, della definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), cioè i servizi minimi che devono essere garantiti in tutto il territorio nazionale attraverso le compartecipazioni al Fondo nazionale di perequazione, nel rispetto della sussidiarietà. Solo dopo aver determinato Lep (la Legge di bilancio...
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