FLAT TAX E RISPARMI FISCALI
Nella calza della Befana una norma della Legge di bilancio particolarmente gradita da autonomi e professionisti: dal 1° gennaio si è elevata da 65mila a 85mila euro la soglia dei ricavi o compensi che consente di entrare o rimanere nel regime forfettario e beneficiare della flat tax. Una opzione che, secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, sarà esercitata da circa 60mila soggetti Iva, pari a circa il 33% degli appartenenti alla classe di fatturato interessata. In arrivo risparmi fiscali in termini di carico impositivo che il regime forfettario generalmente garantisce rispetto al regime ordinario Irpef, da cui si discosta sia nelle modalità di calcolo del reddito imponibile (applicazione di un coefficiente di redditività standard, differenziato in base all’attività svolta) che in quelle di liquidazione dell’imposta (applicazione di una aliquota proporzionale 15% al reddito, al netto dei contributi previdenziali versati). Coloro che conseguiranno nel corso dell’anno ricavi/compensi superiori a 100mila euro usciranno dal forfettario nello stesso periodo d’imposta con conseguente applicazione del regime ordinario Irpef. La liquidazione dell’Iva avverrà a partire dalle operazioni che hanno determinato il superamento del suddetto limite. Il meccanismo di forfettizzazione del reddito con applicazione della “tassa piatta” favorisce imprenditori (individuali) e professionisti con strutture “leggere”, dotati cioè di organizzazioni poco onerose, mentre penalizza coloro che investono nell’attività e sostengono rilevanti costi di funzionamento, non detraibili nel regime forfettario. Per gli iscritti alla gestione artigiani e commercianti dell’Inps la convenienza viene ulteriormente amplificata per effetto del previsto sconto contributivo del 35%. Il beneficio medio dell’adesione alla flat tax di coloro che scelgono l’opzione è pari a circa 7.700 euro, di cui 5.900 euro derivano dal passaggio dall’Irpef alla imposta sostitutiva, circa 1.050 euro dalla riduzione dei contributi e circa 750 euro dall’esenzione dal regime Iva. In particolare, scorporando i dati per categoria, i professionisti ne beneficeranno in media per circa 9.600 euro contro i 5.600 euro delle imprese. E per il 2023 Fisco più leggero anche sul reddito in aumento: “tassa piatta” per la parte “incrementale” di reddito riservata a professionisti e autonomi in regime ordinario. L’imposta del 15% si applicherà su una base imponibile non superiore a 40mila euro, determinata considerando i redditi dichiarati nell’ultimo triennio. L’allargamento della platea delle partite Iva interessate alla nuova soglia di reddito ridurrà il gettito dell’Irpef e delle sue addizionali di 266 milioni per il 2023 e di altri 942 milioni per l’anno prossimo. Uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano ha analizzato l’impatto della misura del Governo inserita nella Legge di bilancio confermando il continuo svuotamento dell’Irpef, una tendenza costante della legislazione tributaria. Una quota sempre più ampia di reddito viene assoggettata a una tassazione cedolare più vantaggiosa rispetto all’imposta progressiva, propria dell’Irpef, accentuando il divario impositivo fra redditi da lavoro dipendente e redditi da lavoro autonomo con forti ripercussioni sulla equità del prelievo fiscale. Un dato che sarà valutato dalla Commissione Ue per il rilascio della deroga della direttiva comunitaria 2020/285 che prevede all’interno dell’Unione, in presenza di precise e inderogabili condizioni di finanza pubblica, l’innalzamento del limite di reddito a 85mila euro per la flat tax con l’intento di rendere il Fisco comunitario più omogeneo, ma soltanto a partire dal 1° gennaio 2025. E proprio sul controverso fronte fiscale, da sempre terreno di un delicato confronto con le autorità europee, sono arrivati da Bruxelles rilievi critici al termine dell’esame della Finanziaria 2023. Un giudizio in bianco e in nero sul bilancio programmatico del Governo Meloni: censurata la scarsa attenzione riservata alla lotta all’evasione fiscale, in particolare dell’Iva, quale strumento di recupero di risorse finanziarie necessarie per compensare il minor gettito tributario causato...
Read MoreLUNA DI MIELE FINITA FRA GOVERNO E UE?
Luna di miele finita fra Governo e Ue? Il richiamo di Christine Lagarde, presidente della Bce, con l’invito rivolto all’Italia a “ratificare velocemente la riforma del Mes” in concomitanza con la stretta sui tassi di mezzo punto che, con effetto a catena ha causato il crollo della Borsa (Piazza Affari ha perso il 3,45%) e un’impennata dello spread a quota 207, ha gettato ombre su una difficile tregua. Immediate le reazioni dell’Esecutivo di Giorgia Meloni con la piccata replica del Ministro della Difesa Crosetto (“decisioni prese con leggerezza e distacco”) e del Ministro dell’Economia Giorgetti (“auspici comunitari legittimi, ma sul Mes decide il Parlamento nazionale”). Si preannunciano giorni inquieti nei palazzi romani della politica. Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto “fondo salva Stati”, da tempo monopolizza il dibattito politico e alimenta lo scontro fra i partiti. Il Mes è la “cassaforte” dell’Eurozona, istituito nel 2012 per dare sostegno ai Paesi in caso di crisi finanziaria e di rischio default previa l’attuazione di un piano di riforme strutturali della finanza pubblica “sorvegliato” dalla “Troika” (Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale). Hanno finora beneficiato del programma di aiuti Grecia, Spagna, Cipro, Portogallo e Irlanda. Con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori costituito dai ministri dell’economia dell’Eurozona e da un Consiglio di Amministrazione. L’Italia è il terzo maggiore socio del Mes (17,8%), dopo Germania e Francia, con 14 mld di capitale versato e 125 mld di capitale sottoscritto su un totale di circa 700 mld. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per rafforzare la coesione dell’Eurozona nell’affrontare le crisi e a tutelarne la stabilità finanziaria. Una ipotesi che in Italia ha dato il via a un profondo dibattito per le “condizioni di accesso” alle linee di credito giudicate particolarmente rigide: non essere in procedura d’infrazione, rapporto deficit/Pil inferiore al 3% da almeno due anni, rapporto debito/Pil inferiore al 60% (o con una sua riduzione di almeno 1/20 negli ultimi due anni). Per i dieci Paesi della zona euro (Italia compresa) fuori dai parametri di Maastricht l’obbligo di sottoscrivere un gravoso “memorandum”, un dettagliato accordo di riforme impopolari, non ultima la “ristrutturazione del debito sovrano”, con i conseguenti rovinosi effetti sui risparmiatori privati che hanno investito nei titoli di Stato. Una “calamità immensa” che generebbe distruzione di risparmio, fallimento di banche (detengono il 70% del debito pubblico) con ripercussione sui correntisti per effetto del “bail in”, crisi economica, disoccupazione di massa e un generale impoverimento sociale. La riforma del Trattato ridisegna gli aiuti tradizionali del Mes, con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate, con i programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes. L’intento della riforma è rafforzare e semplificare l’uso degli strumenti a disposizione del Mes prima del ripescaggio di un Paese, cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. La riforma elimina il contestatissimo “memorandum” (le cosiddette “condizionalità”), quello passato alla storia per aver imposto alla Grecia condizioni rigidissime, sostituendolo con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. La riforma del Mes è uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria fortemente voluto dall’Italia. Rappresenta un momento importante nel processo d’integrazione istituzionale, economica e finanziaria dell’Eurozona. Una rete finanziaria da usare sia in caso di crisi dei debiti sovrani, sia in caso di crisi del sistema bancario europeo, nell’ottica della “mutualizzazione” del rischio e di una maggiore trasparenza dell’ordinamento monetario. Ma perché l’Italia, unico Paese dell’eurozona, non ha...
Read MoreLA RIFORMA DEL PROCESSO TRIBUTARIO
Giustizia tributaria, anno zero. Sta muovendo i primi (faticosi) passi la riforma del processo tributario a distanza di 30 anni dall’originario impianto normativo fissato dai Decreti legislativi 545 e 546 del dicembre 1992. Una riforma a lungo attesa, importante per le esigenze di cittadini e imprese, legata agli impegni assunti dall’Italia per l’attuazione del Pnrr a sostegno dell’intero sistema Paese in termini di competitività e richiamo degli investitori esteri. Si volta pagina sotto il profilo ordinamentale e processuale per velocizzare i tempi della giustizia tributaria e abbattere la rilevante mola di contenzioso pendente: oltre 60mila ricorsi giacenti a fine 2021, per un valore di circa 37,6 miliardi di euro. Obiettivi incentrati sul miglioramento della qualità delle sentenze attraverso la revisione dell’ordinamento degli organi speciali di giustizia tributaria e sullo sviluppo di istituti processuali (contraddittorio, autotutela) volti non solo a deflazionare il contenzioso esistente ma anche a incentivare l’uniformità dei giudizi in materie analoghe. L’ampio ricorso alla giurisdizione per dirimere le dispute tra contribuente e Fisco, peculiarità dell’ordinamento italiano, è causato da una normativa fiscale di difficile applicazione perché soggetta a continui mutamenti e non sempre di buona qualità sul piano legislativo. Una giungla di oltre 800 leggi fiscali, non coordinate fra loro, che si sovrappongono a danno della certezza del diritto. Dai bonus edilizia, croce e delizia degli operatori, la massima conferma. Tra le diverse novità la riforma istituisce una nuova magistratura tributaria professionale che, progressivamente, sostituirà gli attuali magistrati onorari (non togati): un ruolo autonomo e professionale della magistratura tributaria, con 576 giudici tributari reclutati tramite concorso per esami. Le Commissioni tributarie provinciali e regionali sono diventate Corti di giustizia di primo e secondo grado. Sul piano processuale, in primo grado, le controversie di modico valore (importo del tributo, al netto di interessi e sanzioni, fino a 3000 euro) vengono devolute a un giudice monocratico. Si rafforza la conciliazione giudiziale: per le controversie soggette a reclamo la Corte di giustizia potrà formulare una proposta conciliativa, in udienza o fuori udienza. Risulta potenziato il giudizio di legittimità con la creazione in Cassazione di una sezione civile deputata esclusivamente alla trattazione delle controversie tributarie. La partecipazione “da remoto” costituisce la modalità “naturale” di svolgimento delle udienze tenute dalla Corte di giustizia tributaria di primo grado in composizione monocratica, salva la richiesta presentata da ciascuna delle parti di partecipazione “in presenza”. In giudizio spetterà all’Amministrazione finanziaria provare le violazioni contestate con l’atto impugnato.Un’espressione di principio giuridico di grande rilevanza che presuppone un’adeguata motivazione dell’atto impositivo. L’onere della prova, dunque, si sposta a carico dell’Amministrazione e rende la giustizia tributaria conforme ai principi del giusto processo. La decisione della Corte, basata sugli elementi di prova emersi dal giudizio, si concluderà con l’annullamento se la prova della fondatezza della pretesa manca, è contraddittoria o è insufficiente a dimostrare in modo puntuale le ragioni della pretesa impositiva e dell’irrogazione delle sanzioni. La Corte di giustizia, altra novità rilevante, anche senza l’accordo delle parti, potrà ammettere la prova testimoniale in forma scritta. Cambiano inoltre i tempi di discussione della istanza di sospensione: viene stabilito in 30 giorni dalla presentazione della relativa istanza il termine entro il quale il Presidente fissa la trattazione della sospensione la quale non potrà coincidere con l’udienza di merito per la controversia. Viene così rimosso il contestato termine di 180 giorni che spesso coincideva con la trattazione del ricorso. In conclusione, un significativo restyling del processo tributario che, al di là di alcune omissioni (modalità di accesso alle fonti giurisprudenziali), rappresenta uno strumento di miglioramento del sistema che a regime dal 2027, con la definitiva composizione dell’organico della giurisdizione tributaria, “solennizzerà”...
Read MoreLA GOVERNANCE UE E IL NUOVO PATTO DI STABILITA’
Patto di stabilità e crescita, ovvero il “patto della discordia”, tema di grande rilevanza nella politica di bilancio dei Paesi europei. Un accordo tra i Paesi membri dell’Ue che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: il deficit (differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) che non deve superare il 3% del Pil e il debito pubblico che non deve superare il 60% del Pil. Parametri molto rigorosi, più volte terreno di scontro fra i falchi del Nord e i Paesi cicala del Sud Europa. Le norme del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi fissati con il Trattato di Maastricht del 1992, “mirano a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche e a correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi.” Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascun Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno. Di fatto si vuole evitare che gli squilibri interni e la mancanza di rigore di un singolo Stato per… allegra finanza possano mettere a rischio la sua stessa tenuta e quella dell’Ue. Per i Paesi “trasgressori” la Commissione Ue può promuovere una procedura d’infrazione che attraverso un avvertimento preventivo e una serie di raccomandazioni si conclude con una sanzione. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva proposto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica fino al 2023 per sostenere l’economia durante la crisi. Espansività della spesa secondo la teoria Keynesiana. Un principio economico confermato di recente. Al termine di un lungo e complicato travaglio durato quasi tre anni, la Commissione ha presentato una proposta di riforma del Patto di stabilità e crescita nel segno della sostenibilità del debito e della crescita. Non più l’irrealistica “regola del ventesimo” ma una “riduzione del debito pubblico in modo graduale e sostenuto”. La proposta della Commissione, che si basa su un meccanismo di vigilanza europea Paese per Paese (Commissariamento?), si fonda su regole più chiare per una crescita equa e sostenibile nel quadro di un credibile percorso di riduzione del debito. Tre sono i pilastri del nuovo Patto. Il primo riguarda la distinzione dei Paesi Ue in tre gruppi a seconda del loro livello di indebitamento per specifici percorsi di riduzione del debito con riferimento alla spesa netta primaria, ovvero la spesa pubblica annuale al netto di tasse e di interessi pagati sul debito. In particolare, per i Paesi ad alto debito (Italia compresa) la rimodulazione della spesa netta primaria, nel rispetto del 3% del Pil, andrà fatta entro 4 anni tale da consentire la riduzione del debito pubblico in un arco temporale di 10 anni. Il secondo pilastro della riforma riguarda riforme e investimenti che ogni singolo Stato “negozierà” con la Commissione: in primis la transizione verde e digitale e le infrastrutture. Il terzo pilastro è quello sanzionatorio per chi non rispetta il nuovo Patto. Le procedure per deficit e debito eccessivo comportano sanzioni pari allo 0,2% del Pil del Paese, fino ad arrivare -nei casi più gravi- alla sospensione dei fondi comunitari ai Paesi inadempienti. L’obiettivo dichiarato di Bruxelles è quello di uscire dalla situazione attuale nella quale le regole sono uguali per tutti, ma si dimostrano...
Read MoreIL GOVERNO MELONI E IL CARO ENERGIA
“Siamo nella tempesta ma siamo la nave più bella del mondo, supereremo le onde che si infrangono su di noi.” Le parole del premier Giorgia Meloni nell’ intervento alla Camera in occasione della fiducia al Governo rappresentano la stella polare della manovra economica 2023: realismo e ottimismo per contrastare la frenata dell’economia e finanziare le misure per il contrasto ai prezzi dell’energia. Va in questa direzione la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NaDEF) approvata dal Consiglio dei Ministri che, rivedendo e integrando quella deliberata lo scorso settembre dal Governo Draghi, ha aggiornato le previsioni macroeconomiche e tendenziali di finanza pubblica con i relativi parametri (Pil, rapporto deficit-Pil, debito pubblico-Pil). La Nadef rappresenta il passo preliminare della “manovra di bilancio”, la sua cornice, alla quale seguirà la presentazione a Bruxelles del Documento programmatico di bilancio (Dpb) con indicazione del saldo di bilancio, delle misure contenute nella manovra e delle correlazioni con le raccomandazioni formulate dalle istituzioni europee. Punto d’arrivo sarà la legge di Bilancio, con approvazione del Parlamento entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio. E’ una manovra che punta su oltre 30 miliardi, finanziata per 21 miliardi in deficit, con un disavanzo per il 2023 al 4,5% del Pil (3,6% nel 2024 e 3,3% nel 2025). Uno scostamento di bilancio di circa 11 miliardi rispetto al 3,9% di indebitamento netto previsto per l’anno prossimo dal quadro programmatico precedente. Questo incremento di deficit, misura espansiva anti-recessione, sarà il pilastro principale per il finanziamento della manovra che dovrebbe contare anche sulla riscrittura della tassa sugli extra profitti e su una consistente spending review ministeriale per un totale di circa 10 miliardi che porterebbero quindi il tetto di bilancio a 31 miliardi, il 75% dei quali destinati al caro energia. Alle misure non legate alla emergenza energetica resterà un quarto della manovra per gestire in primis il dossier previdenziale complicato dalla spesa per le indicizzazioni pensionistiche e dall’esigenza di evitare il ritorno pieno alla legge Fornero. La “linea responsabile” rivendicata dal Ministro dell’Economia consolida la discesa del rapporto debito/Pil calcolato per quest’anno al 145,7% con una previsione di riduzione al 144,6% per il prossimo, al 142,3% per il 2024 e al 141% nel 2025. Il tutto però resta condizionato dai rischi di una recessione temuta da più parti a livello globale ed europeo. Una nota di prudenza è venuta da Giorgetti: “Siamo consapevoli che fare previsioni a lungo termine in questo momento può essere un esercizio di pura accademia.” In un contesto economico di grande incertezza, nella legge di Bilancio troveranno spazio anche interventi collegati al programma di governo. In campo fiscale grande attesa per l’ampliamento della Flat tax per gli autonomi con l’aumento da 65 mila a 85 mila euro della soglia di ricavi e compensi entro la quale si potrà optare per la tassa piatta, con aliquota del 15%. In cantiere anche un primo round di correttivi al reddito di cittadinanza e al Superbonus con riduzione al 90% per condomini e villette (un risparmio fiscale di circa 20 miliardi per i prossimi cinque anni). La politica economica che il Governo ha adottato si basa sull’esigenza di rispondere all’impennata dell’inflazione e all’impatto del caro energia sui bilanci delle famiglie, specialmente quelle più fragili, e di garantire la sopravvivenza e la competitività delle imprese italiane nel contesto europeo e a livello globale, anche in considerazione dei corposi interventi recentemente annunciati da altri Paesi membri dell’Ue ed extra europei. Un forte impegno sarà anche dedicato all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e delle riforme da cui dipendono ingenti investimenti per rilanciare la crescita sostenibile dell’economia...
Read More



Commenti recenti