L’EREDITA’ POLITICA DIFFICILE DI ANGELA MERKEL
Con il rinnovo del Bundestag, Angela Merkel, “la ragazza venuta dall’Est”, si avvia a uscire di scena. Si chiude un’era. Una storia politica da manuale, una statista di grande capacità che, in sedici anni di cancellierato, ha saputo attraversare tempi difficili, impersonando per la Germania la rinascita della nazione dopo la caduta del muro di Berlino e per l’Unione europea una preziosa bussola di riferimento. Dopo un’infanzia trascorsa nella Ddr, figlia di un pastore luterano, laurea in fisica a Lipsia, Angela Dorothea Kasner, alle prime elezioni post riunificazione nel dicembre 1990, a soli 36 anni, si guadagna un posto al Bundestag. E’ l’inizio di una travolgente ascesa politica. Nel 1994, su designazione del potente cancelliere Helmut Kohl, è nominata ministro per la Famiglia e poi dell’Ambiente, nel 1998, a seguito degli scandali finanziari e della sconfitta elettorale di Kohl di fronte all’avanzata della Spd di Gerhard Schroder, assume la presidenza della Cdu. Nel novembre 2005 il grande salto: sfida e vince, anche se di misura, il cancelliere uscente Schroder, ripristinando quella “Grosse Koalition” , che la Germania Federale aveva già sperimentato negli anni Sessanta, per garantire la stabilità istituzionale in una fase politica di grandi crisi e di profonde trasformazioni sociali ed economiche. Inizia una esaltante stagione politica e con essa la trasformazione dell’ambiziosa ragazzina dell’Est: diventa “Mutti”, la madre severa ma rassicurante, silenziosa sovrana, quasi invisibile nelle sue mise scialbe e anonime, che “sotto la scorza mite e accomodante è fatta dello stesso acciaio con cui i Krupp fabbricavano cannoni e locomotive per tutti gli imperi d’Europa”. Ne fanno le spese gli alleati di governo. Prima la Spd, che crolla alle elezioni del 2009, quindi i liberali, che collassano nel 2013. Da qui il poco invidiabile soprannome guadagnato sul campo di “Schwarze Witve” (Vedova nera). Conservatrice con l’aria di sembrare progressista, Angela Merkel ha navigato con perizia per quattro mandati. Precisi i segni caratteristici della sua politica, prudente e riflessiva: abilità nel compromesso, tenacia nelle battaglie, capacità di manipolare l’agenda dei suoi interlocutori (alleati, avversari, leader stranieri). Ha affrontato non poche bufere politiche, dall’emergenza profughi all’ambiente, dai rapporti con Cina e Russia agli estremismi di destra. Senza ignorare le trattative sul nucleare iraniano, i discussi accordi fra Ue e Turchia, l’autorevole contributo al Recovery Fund per salvare l’Europa devastata dal Covid. Il suo cancellierato ha coinciso con un riposizionamento della Germania sul piano internazionale con un ruolo ancora più forte e consapevole. La leadership di Angela Merkel ha così contrassegnato un’epoca politica da rendere la sua eredità piena di incognite. Lascia una Germania che sta vivendo il suo secondo miracolo economico, molto diversa da quella avuta in consegna nel 2005 dal suo predecessore, considerata “il malato d’Europa”. Nonostante la pandemia, oggi la disoccupazione è la metà di quella di sedici anni fa, il pil pro-capite è cresciuto due volte più velocemente di quello inglese, francese o giapponese. Importante l’azione svolta da Angela Merkel anche per l’Europa. Ha salvato il Trattato costituzionale sottoscritto a Roma nell’ottobre 2004 dai capi di Stato o di governo dei 25 Paesi dell’Ue, bocciato dagli elettori francesi e olandesi, trasferendone una buona parte nel Trattato di Lisbona. Ha garantito la copertura politica del “whatever it takes” dell’allora presidente della Bce Mario Draghi, per contrastare la speculazione contro l’euro, evitando il collasso finanziario di alcuni Paesi fortemente indebitati, fra cui l’Italia. Un forte europeismo non disgiunto da un convinto multilateralismo. Tante luci, ma anche alcune ombre nel lungo cancellierato di Angela Merkel. Non promuove riforme significative dell’economia tedesca, beneficiando di quelle introdotte da Schroeder attraverso i quattro Piani Hartz, limitandosi a consolidarle. In realtà, il...
Read MoreL’ AUTUNNO CALDO DEL FISCO
Giorni decisivi per la legge delega sul fisco. Diversamente dalla road map iniziale che ne prevedeva l’approvazione in Consiglio dei Ministri entro luglio per restare nei tempi del Recovery Plan, la riforma fiscale è stata rinviata a dopo la pausa estiva. A rallentare la corsa ha contribuito l’intricata matassa delle differenti posizioni nella maggioranza oltre alle difficoltà nella individuazione delle risorse richieste per alcuni interventi in cantiere. La riforma fiscale, con quella della pubblica amministrazione, della giustizia e della concorrenza, è destinata ad accompagnare l’attuazione del PNRR, concorrendo a realizzare gli obiettivi di equità sociale e miglioramento della competitività del sistema produttivo. Una risposta alle debolezze strutturali del Paese. In particolare, con la riforma del fisco il Governo vuole semplificare la complessità delle norme che si sono sovrapposte negli anni in maniera frammentaria generando un sistema fiscale articolato e complesso che ha causato un freno per gli investimenti, anche dall’estero, oltre a un deleterio contenzioso tributario con i contribuenti. Si punta ora a ridefinire un sistema fiscale certo ed equo con “un’opera di raccolta della legislazione fiscale in un testo unico”, integrato e coordinato con le disposizioni normative speciali, da inserire in un Codice tributario per garantire la certezza del diritto. Dopo la Riforma Visentini degli Anni 70, è tempo di una riforma organica del sistema fiscale, una nuova cornice normativa al centro della quale si pone la revisione dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare la struttura del prelievo e ridurre gradualmente il carico fiscale, preservando la progressività e l’equilibrio dei conti pubblici. Una revisione che, non potendo operare interventi in deficit, dovrà fare i conti con il groviglio delle tax expenditures, con una efficace spending review e soprattutto con la lotta all’evasione. La riduzione del tax gap rappresenta una priorità del Governo nella consapevolezza che l’ampiezza della riforma, e quindi il suo esito finale, dipenderà dalla disponibilità di risorse e dalla capacità di finanziare i nuovi interventi attraverso tagli, razionalizzazioni e il recupero di gettito evaso. Grazie alle nuove misure di accertamento e agli incroci delle banche dati, si prevede di recuperare circa 13 miliardi dall’evasione per l’anno 2024. Obiettivo di fondo della riforma rimane la riduzione della pressione fiscale, un obiettivo da armonizzare con le regole di Bruxelles, in vista di un’auspicabile Unione fiscale europea, per evitare la concorrenza sleale fra gli Stati membri, un dumping fiscale che fa perdere all’Italia 8 miliardi di dollari all’anno. Paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali nell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive a danno delle economie degli altri Stati membri e che grazie a queste distorsioni, nel facilitare le delocalizzazioni delle imprese, registrano elevatissimi tassi di crescita. Numerose e variegate le proposte per il Fisco che verrà. Nel rispetto dei principi costituzionali di capacità contributiva e della progressività del sistema tributario, nonché dei principi di equità e trasparenza, le misure per i soggetti Irpef riguardano la riduzione del numero delle aliquote dalle attuali cinque a tre, una no tax area per i redditi fino 12mila euro, la tassazione del 20% per quelli sino a 30mila, del 30% fino a 70mila e del 42% per i redditi superiori. Meno tasse anche per le imprese: riduzione dell’aliquota Ires dal 24 al 20%, eliminazione dell’Irap, riduzione del prelievo sui dividendi, oggi tassati al 26%, per attirare i risparmi a lungo termine nelle imprese italiane, favorendone la ricapitalizzazione e quindi sviluppo e crescita economica. Sarà un autunno decisivo per il futuro del Paese. Rilanciare l’economia, ridurre le differenze con l’Unione europea, rendere competitivo il nostro sistema produttivo. Lo ha ribadito in una recente intervista al Sole24Ore...
Read MoreRECOVERY FUND E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Esame superato. Ok dell’Ue al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Il Consiglio dei ministri economici e finanziari (Ecofin) dei 27 Stati membri ha dato il via libera ai primi 12 piani, fra cui quello presentato dal Governo Draghi. In arrivo nelle casse del Tesoro un prefinanziamento di 25 miliardi di euro in un unico versamento, pari al 13% dell’importo di 191,5 mld. dei fondi assegnati (sovvenzioni e prestiti). Per Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo, Slovacchia e Spagna si volta pagina. Di rilevante interesse le aree di intervento definite nel regolamento che istituisce Next Generation EU, il pacchetto per la ripresa volto a rilanciare l’economia dell’Ue dopo la pandemia di Covid-19. In particolare, la transizione climatica e la trasformazione digitale rappresentano le sfide principali per disegnare un futuro diverso nel segno della solidarietà europea. Il percorso di Next Generation EU durerà fino al 2026 e ogni anno ci sarà un esame della Commissione: i bonifici di Bruxelles arriveranno solo se si raggiungono gli obiettivi nei tempi previsti dal calendario. Per l’Italia l’apporto dei fondi europei, in misura così cospicua, è un’occasione per cambiare la nostra economia, per tornare a crescere e guardare con ottimismo ai nostri conti pubblici, in perenne apnea finanziaria. “Il Recovery Fund, ha commentato il premier Draghi, sarà la grande assicurazione sulla vita, sulla crescita e sulla prosperità del nostro Paese, per attrarre sempre più capitali esteri per investire, fare impresa e creare ricchezza.” Occorre impegno, spirito di coesione e forte collaborazione tra tutte le istituzioni per superare divisioni e miopia politica. Il primo scoglio sono le riforme, da quella della giustizia (che tati problemi sta già creando in Parlamento) a quella fiscale, e soprattutto a quella della Pubblica Amministrazione. Una P.A. debole e impreparata rappresenta un problema molto serio per l’attuazione degli investimenti previsti a livello comunitario. Una legislazione debordante, frammentata e contraddittoria, una burocrazia amministrativa snervante, sorda alle esigenze di cittadini e imprese, con livelli di efficienza imbarazzanti, rischiano di compromettere il trasferimento delle risorse economiche previste dal Recovery Fund. Delle 48 riforme che saremo chiamati a realizzare entro il 2023, 8 riguardano la “sburocratizzazione” della nostra P.A. “Non ci sono più alibi e non c’è più tempo, ha dichiarato il Ministro Brunetta, l’efficienza della Pubblica Amministrazione è una priorità essenziale per la ripresa, i paladini dell’immobilismo se ne facciano una ragione.” Sono allarmanti le risultanze che emergono dal rapporto della Cgia di Mestre riferito a un’indagine della Commissione europea sui servizi pubblici dei 27 Stati membri: solo il 22% degli italiani li considera soddisfacenti, contro la media europea del 46% (92% in Lussemburgo, 86% nei Paesi Bassi,81% in Finlandia, 55% in Germania, 50% in Francia, 38% in Spagna). Chiaro il commento finale degli analisti della Cgia: ”la P.A. va rifondata, non riformata, e per migliorarne l’efficienza serve innanzitutto sfoltire il nostro ordinamento, incentivare il meccanismo del silenzio-assenso, scoraggiare il ricorso alla burocrazia difensiva con la fuga dalla firma dei funzionari pubblici, oltre a una legislazione più chiara e trasparente, alla semplificazione delle procedure. Dulcis in fundo, la trasformazione digitale per offrire servizi a cittadini e imprese in modo semplice e diretto, superando ogni disparità regionale, intergenerazionale e di genere che frenano lo sviluppo dell’economia. Notoriamente la bassa produttività del settore pubblico italiano ha rappresentato la palla di piombo dell’intero sistema produttivo, un ostacolo al miglioramento dei servizi offerti e agli investimenti pubblici. Si vuole ora invertire rotta. Come è ben evidenziato nel testo del Piano Draghi, “uno dei lasciti più preziosi del PNRR deve essere l’aumento permanente dell’efficienza della P.A. e della sua capacità di...
Read MoreSVIZZERA-UE, ACCORDO SALTATO: ISOLAZIONISMO?
Così vicina, ma sempre più lontana. Dopo oltre un decennio di negoziati con l’Unione europea per concludere una sorta di mini adesione allo spazio comunitario, la Svizzera ha deciso, in via unilaterale, di lasciare il tavolo delle trattative. E’ saltato l’accordo istituzionale per riorganizzare il complesso mosaico di 120 accordi bilaterali che regolano le relazioni fra Bruxelles e Berna dal 1992, da quando cioè la Svizzera decise di non entrare nello Spazio Economico Europeo a seguito del no espresso sia dalla popolazione che dai cantoni. Importanti i punti sui quali è mancata l’intesa: dal dumping salariale alla libera circolazione delle persone, da intendere per la Svizzera “condizionata”, soltanto per i dipendenti e le loro famiglie, per l’Ue estesa a tutti i cittadini. “Un cambio di paradigma nella politica migratoria svizzera, con conseguenze per l’accesso all’assistenza sociale”, ha affermato il ministro degli esteri della Confederazione elvetica, il ticinese Ignazio Cassis. Fumata nera dunque per un accordo quadro che aveva lo scopo di “rafforzare e sviluppare” per il futuro l’accesso della Svizzera al mercato interno dell’Ue in termini di equità e certezza del diritto, con il rispetto delle stesse regole e degli stessi obblighi degli altri partner europei. Un cambiamento radicale nelle relazioni con l’Europa grazie alla prevista introduzione del principio del recepimento dinamico del diritto e all’istituzione di una procedura di composizione delle controversie assegnata a un tribunale arbitrale, con l’assistenza della Corte di Giustizia Ue. Restano in vigore l’Accordo di libero scambio siglato 50 anni fa e gli accordi bilaterali che hanno garantito a Berna una certa autonomia a fronte di un accesso privilegiato al mercato unico. Ma si tratta, secondo il commento della Commissione europea, di una relazione destinata a “erodersi”, perché “man mano che cambieranno le regole europee o andranno a scadenza i vecchi accordi decadranno gli accordi medesimi nei settori specifici senza possibilità di essere rinnovati”. In particolare, settori a rischio per Berna sono quelli agroalimentare e dell’energia. Al rammarico espresso a Bruxelles per la rottura dei negoziati, a Berna si conferma la volontà di non interrompere il dialogo affinchè la Svizzera possa continuare a cooperare in ambiti come la ricerca che non riguardano l’accesso al mercato comune. “La Svizzera, ha precisato Cassis, farà la sua parte in ambiti di interesse comune, come la migrazione, la difesa dei diritti umani, la protezione del clima, la tutela dell’ambiente, la lotta alla povertà nel segno della solidarietà.” Rilanciare, in mancanza di un accordo quadro, la “via bilaterale” attraverso un dialogo politico su problemi specifici nella consapevolezza che la politica europea figura in cima alla lista delle priorità della politica estera della Svizzera. Ma al di là delle pur lodevoli dichiarazioni d’intento, permangono sul tappeto i problemi di sempre: la libera circolazione delle persone senza attività lucrativa, la protezione dei salari, gli aiuti di Stato, il recepimento della legislazione europea nell’ordinamento giuridico svizzero, il ruolo arbitrale della Corte di Giustizia, lo svilimento della sovranità. Problemi rilevanti che anni di negoziato non hanno rimosso del tutto. Il Consiglio federale è consapevole che la mancata conclusione dell’accordo porterà con sé effetti negativi. Le ripercussioni vanno dal piano economico ai programmi di ricerca passando per il mercato energetico, con forti ricadute anche nei rapporti con l’Italia. L’Ue è il primo partner commerciale per Berna con un valore pari al 42% delle sue esportazioni e al 50% delle sue importazioni. A livello europeo gli scambi con la Svizzera sono stimati intorno al miliardo al giorno. Il Consiglio federale ha da tempo pianificato misure di attenuazione volte a mitigare le conseguenze negative, tra cui quelle relative ai dispositivi medici per la sicurezza degli approvvigionamenti...
Read MoreRIFORMA FISCALE, LAVORI IN CORSO
Lavori in corso nel cantiere della Riforma fiscale. In arrivo il via libero da parte delle Commissioni Finanze di Camera e Senato a una proposta unitaria che fissa le linee della riforma. Un atto di indirizzo sul quale, secondo il percorso a tappe del Recovery Fund concordato con la Commissione europea, il Governo Draghi dovrà “impiantare” entro il 31 luglio una legge delega che ridisegnerà il sistema tributario italiano. Pochi sono, per ora, i punti fermi. Uno riguarda la cancellazione dell‘IRAP, l’imposta regionale sulle attività produttive introdotta negli Anni ’90, che sarà inglobata nell’IRES, imposta sul reddito delle società. L’IRAP si trasformerebbe in un incremento dell’aliquota IRES, con benefici in termini di semplificazione nella determinazione di un solo imponibile. Verrebbe così abrogata un’imposta tanto contestata che colpisce inopinatamente i fattori della produzione (costo del lavoro), tassando le imprese in perdita. In materia di reddito d’impresa, si ipotizza il ritorno (semplificato) dell’IRI, l’imposta introdotta dal governo Renzi a fine 2016 e mai entrata in vigore, perché congelata da Gentiloni l’anno dopo e abrogata dal Conte-1 in quello successivo. Un altro punto della riforma su cui sembrano convergere le posizioni politiche riguarda la possibilità di rateizzare anche il versamento della seconda rata dell’acconto delle imposte sui redditi, con differimento rateale fino a metà del mese di giugno dell’anno successivo. Ancora da definire il riordino della tassazione patrimoniale con intervento sul catasto e sulla tassa di successione, il regime forfettario con la flat tax per le partite Iva: un grosso nodo politico da sciogliere. Il fisco è terreno politicamente minato… Ogni partito ha il suo orticello elettorale da curare con bandierine da posizionare. Un’ampia convergenza invece si registra sulla riforma dell’Irpef, nata con la riforma tributaria del 1973 come imposta generale sui redditi ma progressivamente svuotata con la eliminazione dalla sua base imponibile di cespiti e redditi vari tassati con imposte sostitutive (proporzionali), con aliquote diverse tra loro. Oggi l’Irpef è ormai quasi esclusivamente un’imposta sui redditi da lavoro dipendente e assimilati che costituiscono l’84% dell’imponibile, generando oltre l’80% dell’intero gettito tributario. Tutti d’accordo per una profonda revisione del meccanismo delle aliquote che gravano in particolare sui redditi del ceto medio dipendente. Una necessità per ridare potere d’acquisto e competitività alla classe media italiana che negli ultimi anni è stata quella più colpita dalla pressione fiscale. Le forze politiche concordano sulla necessità di alleggerire la pressione fiscale tagliando il prelievo per circa 7 milioni di contribuenti che popolano la terza fascia di reddito, quelli con reddito compreso tra i 28mila e i 55mila euro lordi attraverso la riduzione della terza aliquota Irpef del 38%. La struttura della futura Irpef dovrebbe prevedere tre sole aliquote rispetto alle cinque attuali con la modifica della dinamica delle aliquote marginali al fine di ridurre il prelievo medio effettivo. In discussione inoltre il minimo esente, una sorta di “no tax area” corrispondente a una soglia di reddito esclusa da tassazione, il minimo per la sopravvivenza. Nel capitolo complesso degli interventi per la riforma dell’Irpef entra anche la razionalizzazione delle “tax expenditure” (detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta, aliquote ridotte) per raggiungere tre obiettivi: ridurre la numerosità delle spese fiscali, semplificazione del sistema, reperire risorse per la riduzione del terzo scaglione Irpef. Significativo il dato che emerge dalla giungla degli “sconti fiscali”: quelli legati alle deduzioni (abitazione principale e oneri deducibili) valgono circa 35,5 miliardi di euro, quelli legati alle detrazioni ammontano a 70 miliardi di euro (in crescita le spese per recupero edilizio e mobili). Un totale di 105,5 miliardi di euro. Un fisco più semplice dovrebbe fare piazza pulita di questi bonus che...
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