QUALE EUROPA DOPO IL TRATTATO ITALO-FRANCESE ?
Indifferenza e tanto scetticismo stanno caratterizzando la Conferenza sul futuro dell’Europa proposta per rilanciare il progetto democratico europeo con il coinvolgimento diretto dei cittadini e porre le basi di una nuova architettura istituzionale. Obiettivo di fondo è la revisione dei Trattati fondanti perché l’Unione europea ha bisogno di profondi cambiamenti per rispondere al meglio alle necessità di una realtà socio-economica profondamente cambiata rispetto a quella del 2007, l’anno del Trattato di riforma firmato a Lisbona. Attraverso dibattiti, panel, incontri e seminari di studio la Conferenza, iniziata lo scorso 9 maggio, mira a rendere l’Europa più democratica, a diminuire la distanza tra Bruxelles e i cittadini europei potenziando gli strumenti di consultazione. Ma è allarme rosso sul destino della Conferenza che chiuderà i lavori il prossimo maggio: è molto scarsa la partecipazione dei cittadini. In sette mesi una percentuale irrilevante si è iscritta alla piattaforma comunitaria online per contribuire a riscrivere i Trattati. Si rischia di far cadere nel vuoto temi importanti come quelli della salute, dello stato di diritto, della difesa, dell’ambiente, sempre più minacciato dai cambiamenti climatici, e quello drammatico dell’immigrazione. Senza ignorare quelli più strettamente istituzionali legati al funzionamento della complessa macchina comunitaria, in particolare il potere di veto derivante dalla normativa attuale che prevede un voto unanime di tutti i 27 Paesi membri presenti nel Consiglio europeo sulle principali decisioni. Soliti compromessi al ribasso nelle votazioni con malcelato compiacimento di quei governi europei ostinatamente contrari a ogni significativo cambiamento, da Austria a Malta, dai Paesi baltici a Olanda e Svezia. Proprio sullo sfondo di un incerto futuro dell’Ue si colloca il recente Trattato italo-francese firmato a Roma dal Presidente Macron e dal premier Draghi per istituzionalizzare i rapporti tra i due Paesi nel segno di una “cooperazione rafforzata”, finalizzata a realizzare una più stretta collaborazione su specifici temi e aree (istruzione, difesa, gestione economica, lotta al terrorismo e criminalità organizzata, politica migratoria, transizione ecologica, sviluppo sociale). La dinamica dell’integrazione europea è stata spesso alimentata da contrasti tra coalizioni di stati membri, divise dagli interessi (Paesi frugali contro i Paesi dell’Europa del Sud) oppure dai valori (Paesi sovranisti contro i Paesi europeisti). Il Trattato del Quirinale fra Roma e Parigi, rafforzando in maniera strutturale una coalizione bilaterale, mira a promuovere le basi di una integrazione europea più ampia, estesa ad altri Stati per costruire un’originale sovranità europea. Una sovranità intesa come capacità di indirizzare il futuro attraverso la gestione condivisa delle sfide comuni. Il Trattato si pone sulla scia di quello franco-tedesco dell’Eliseo firmato nel 1963 da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer, rinnovato nel 2019 ad Aquisgrana dalla Cancelliera Angela Merkel e dal Presidente Emmanuel Macron. Dopo anni di negoziati iniziati a Lione nel 2019, segnati spesso da incomprensioni, rivalità, errori di comunicazione, la complessa storia comunitaria si arricchisce di un capitolo strategico per la reale unificazione del Vecchio continente, nella consapevolezza che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un pool di Paesi egemoni. Una visione geopolitica comune, espressione di una identità di valori e di legami storico-culturali, a difesa dei valori fondanti del progetto europeo. “Un risultato importante, un testo di ampio respiro, ha dichiarato il Presidente della Repubblica Mattarella, che servirà a costruire un’Unione europea più forte.” E in questa ambiziosa prospettiva, l’auspicio è che si rafforzi ora una intesa con la Germania del dopo-Merkel per completare quel triangolo Roma-Parigi-Berlino grazie al quale rilanciare, con ritrovata unità d’intenti, il progetto di Europa unita nel solco delle storiche origini dell’Ue. Sempre che i bilateralismi si mettano al servizio di un’Unione più integrata, superando ogni anacronistico modello intergovernativo. E’...
Read MoreIL NUOVO REGIME FISCALE DEI FRONTALIERI
E’ in dirittura d’arrivo il nuovo regime fiscale dei frontalieri. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra Italia e Svizzera del 23 dicembre 2020 relativo all’imposizione dei lavoratori residenti entro 20 km dalla frontiera che svolgono un’attività di lavoro dipendente in terra elvetica. L’atteso provvedimento sarà trasmesso alle Camere per la votazione definitiva. Dopo il via libera del Consiglio federale svizzero dello scorso 11 agosto, entrerà in vigore, molto verosimilmente, dal 1° gennaio 2023 e sarà sottoposto a riesame ogni cinque anni. L’accordo definisce il quadro giuridico volto a eliminare le doppie imposizioni su salari, stipendi e altre remunerazioni analoghe ricevuti dai lavoratori frontalieri con la previsione del “principio di reciprocità”, a differenza del precedente accordo del 1974, che regola unicamente il trattamento dei lavoratori frontalieri italiani che lavorano in Svizzera. Per effetto del nuovo accordo, relativamente al criterio di imposizione, viene stabilito il metodo della tassazione concorrente che attribuisce i diritti di imposizione sia allo Stato di residenza del lavoratore frontaliero sia allo Stato dove il reddito da lavoro dipendente è prodotto. Nello specifico, la Svizzera per i “nuovi frontalieri”, quelli cioè in arrivo dopo l’entrata in vigore dell’accordo, applicherà sul relativo reddito da lavoro dipendente un’imposta non eccedente l’80%, e la tassazione sarà applicata alla fonte. L’Italia, ed è questa la novità della Convenzione, potrà assoggettare, a sua volta, a imposizione ordinaria tali redditi dei lavoratori frontalieri (equiparati quindi ai soggetti fiscalmente residenti), ma dovrà eliminare la doppia imposizione mediante il meccanismo del credito d’imposta, riconoscendo le imposte prelevate nella Confederazione. Per questi contribuenti obbligo quindi di presentazione della dichiarazione dei redditi in Italia. Beneficeranno dell’innalzamento della franchigia di imponibilità a 10mila euro, della deducibilità dei contributi obbligatori per i prepensionamenti e della non imponibilità degli assegni familiari erogati in Svizzera. Tutto da verificare il prelievo fiscale italiano rispetto a quello svizzero, meno gravoso. E’ prevista una clausola di salvaguardia per i lavoratori attualmente occupati nei Cantoni dei Grigioni, del Ticino o del Vallese: rientrano nel “regime transitorio”. Per loro continua ad applicarsi l’imposizione fiscale solo in Svizzera, che fino a tutto il 2033, verserà una compensazione a favore dei Comuni italiani di confine pari al 40% delle imposte lorde prelevate alla fonte ai frontalieri italiani. Dopo questa data, la Svizzera conserverà la totalità del gettito fiscale. Per ottemperare correttamente agli obblighi amministrativi imposti dall’accordo, la Svizzera si impegna a comunicare entro il 20 marzo dell’anno successivo a quello fiscale di riferimento, in formato elettronico allo Stato di residenza del lavoratore, i dati rilevanti in relazione all’imposizione del lavoratore frontaliero. Una informazione di carattere amministrativo, di valenza fiscale per combattere l’evasione. Vita dura per i “furbetti”: attenzione al Fisco … in missione oltre confine....
Read MoreI MURI DELL’ EUROPA, UN RITORNO AL PASSATO
Un dramma umanitario quello che si sta consumando, in un clima di incredulità, al confine tra Bielorussia e Polonia, nel cuore dell’Europa. Da alcuni mesi il governo di Minsk spinge con sempre maggiore pressione migliaia di migranti verso la frontiera polacca, con il raccapricciante obiettivo di alimentare tensioni e pressioni non solo sulla vicina Polonia, ma sull’Unione europea. Un popolo di disperati provenienti dal Medio Oriente, dall’Afghanistan o dalla Siria, viene usato come un’arma, una barbara ritorsione, come risposta della Bielorussia alle sanzioni europee dovute al non riconoscimento della vittoria elettorale di Lukashenko nell’agosto 2020 e del suo regime autoritario, artefice di una dura repressione esercitata senza tregua nei confronti dell’opposizione. E’ stata creata una rotta migratoria artificiale percorsa da migliaia di migranti che, scortati dalle guardie di frontiera bielorusse, raggiungono il confine con la Polonia, porta d’ingresso dell’Unione europea, con la speranza di una vita migliore. Ma la frontiera polacca è ermeticamente chiusa e protetta con una recinzione di filo spinato a difesa della quale sono stati schierati oltre 12.000 soldati, 4.500 guardie di frontiera, 2.000 agenti di polizia. Varsavia ha proclamato lo stato di emergenza, respingendo i migranti con pratiche contrarie al regolamento di Dublino e al diritto internazionale. In questa striscia di terra di frontiera si sta dipanando una profonda crisi umanitaria, si sta giocando una tragica partita sulla pelle di persone, uomini, donne e bambini, vittime di un gioco politico al massacro: prima illuse dalla Bielorussia e poi umiliate e scacciate da Varsavia. Unico loro torto quello di fuggire dai conflitti e dalla morte e di aver creduto in un futuro diverso. Una vicenda disumana, dai toni aberranti. Il governo polacco sta di fatto cercando di utilizzare il flusso migratorio dalla Bielorussia in maniera strumentale, non solo per accrescere il consenso politico all’interno del gruppo di Visegrad, ma -erigendosi a paladina dei confini dell’Ue- anche per allentare le forti tensioni con Bruxelles sullo stato di diritto. Superare cioè il profondo solco giurisprudenziale causato dalla recente sentenza della Corte costituzionale polacca che, stabilendo che alcune disposizioni del Trattato sull’Unione europea (Teu) sono illegittime perché incompatibili con la Costituzione della Polonia, ha clamorosamente respinto il primato del diritto comunitario sulla legislazione nazionale. In particolare, secondo i giudici costituzionali polacchi, gli organi dell’Ue, in primis la Corte di giustizia, non dispongono del potere di stabilire come debba essere organizzato il potere giudiziario negli Stati membri dell’Unione. Varsavia ha voluto sfidare la visione sovranazionale dell’Ue che sta alla base del Trattato istitutivo: ”l’Unione è una comunità di valori e di diritto”, si fonda sulla condivisione da parte degli Stati membri degli stessi principi e assetti costituzionali. Lo ha ribadito con una dura presa di posizione la Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, sottolineando come lo stato di diritto sia “il collante della democrazia europea”. Per la Polonia, che non ha sospeso l’applicazione della riforma (politica) della magistratura, è stata attivata una procedura d’infrazione, oltre a gravose sanzioni e al congelamento dei fondi comunitari. E’ in atto una guerra istituzionale fra Bruxelles e Varsavia. E a farne le spese in questa guerra sono i tanti migranti che bussano alle porte dell’Europa per trovare un rifugio sicuro. Ma è buio fondo. Mentre Minsk spinge a destabilizzare l’Ue con una strategia aggressiva ai suoi confini, Varsavia rilancia con particolare sprezzo dei diritti umani, sempre più calpestati e negati, una politica di rigida chiusura a ogni flusso migratorio. E invece di campi profughi costruisce muri. Un muro frontaliero di oltre 200 chilometri, alto quasi sei metri, per fermare, in nome del “superiore interesse nazionale”, tanti disperati. La costruzione del...
Read MoreLA LEGGE DI BILANCIO, SFIDA PER LA CRESCITA ECONOMICA
Dopo una complicata approvazione con “riesame tecnico” per la riscrittura ex novo di alcune norme e l’inserimento postumo di altre disposizioni, il Governo ha dato il via libero alla Legge di Bilancio 2022 che, con venti giorni di ritardo, approda in Senato, a Palazzo Madama. In un clima di grande tensione e forti contrasti fra i partiti inizia il lungo iter parlamentare. Sarà certamente un dibattito dimezzato, con un passaggio solo formale alla Camera per i tempi ristretti, dovendo la manovra essere approvata dal Parlamento entro la fine dell’anno per evitare l’esercizio provvisorio. In 219 articoli, contenuti in un voluminoso documento di oltre 100 pagine, è racchiuso il fil rouge di una manovra per la crescita che, ha dichiarato il premier Draghi, “agisce sulla domanda e sull’offerta, taglie le tasse, stimola gli investimenti e migliora la spesa sociale”. Una manovra espansiva, da trenta miliardi, per aiutare l’economia a uscire dalla crisi determinata dalla pandemia, rafforzando le previsioni del Pil oltre il 6%. Un quadro macroeconomico già delineato nel Dpb, Documento programmatico di bilancio, approvato lo scorso 15 ottobre dal Consiglio dei ministri per l’invio alla Commissione Ue, con risorse in deficit per 23,4 miliardi. Un bilancio in “profondo rosso” reso possibile dalla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità con la sospensione a tutto il 2022 delle regole europee di bilancio e del saldo di medio termine concordato con Bruxelles. Una manovra, negli auspici generali, che spinge verso la crescita, anche se -ormai è chiaro- questa sfida si gioca altrove: sull’attuazione a livello nazionale del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sul controllo dell’inflazione a livello sovranazionale e, soprattutto, sulla capacità di reazione del nostro sistema produttivo alla ripresa della domanda, strettamente legata al controllo della pandemia e alla sua evoluzione. Un bilancio a 360 gradi, vengono affrontati una miriade di questioni. Dalla riduzione della pressione fiscale e contributiva a interventi in campo previdenziale, dagli investimenti a disposizioni su scuola, università, sanità e lavoro. Passando attraverso la consueta e complessa riorganizzazione dei tanti bonus fiscali, tema di scontro all’interno della maggioranza. In particolare, per quanto riguarda il fisco, il disegno di legge varato dal Governo prevede la costituzione di un fondo di 8 miliardi di euro per il 2022 e di altri 8 per l’anno successivo destinati alla riduzione degli oneri fiscali tra cuneo fiscale, Irpef e Irap. Ma tutto resta ancora da scrivere. Si tratta infatti di una misura che dovrà trovare contenuti concreti con la legge delega sulla riforma del fisco, attualmente all’esame del Parlamento. Rinviate al 2023 la plastic tax e la sugar tax. Stop al cashback, il rimborso di Stato per acquisti con pagamenti tracciabili che sarebbe dovuto ripartire dall’ 1 gennaio 2022. Il relativo risparmio, pari a 1,5 miliardi, sarà utilizzato per la riforma degli ammortizzatori sociali. Per quanto riguarda le pensioni, con buona pace dei suoi fautori, finisce il triennio sperimentale di “Quota 100” che aveva cancellato la contestata Legge Fornero del 2011. Al suo posto “Quota 102” che permetterà l’uscita dal lavoro con 64 anni di età anagrafica e 38 anni di anzianità contributiva. Nel 2023 in pensione con “Quota 104”. Per opzione donna 58 anni l’età di uscita. Sul fronte caldo dei bonus fiscali, confermati i bonus edilizi ed energetici in vigore, ma con alcune variazioni. Il bonus del 110 per cento è prorogato al 30 giugno 2022, con ulteriore estensione al 31 dicembre 2022 per tutti i condomini e per le abitazioni principali di contribuenti con Isee inferiore a 25 mila euro. Dal 2022 la detrazione calerà fino a raggiungere il 65 per cento nel 2025....
Read MoreASTENSIONISMO, UN VIRUS PERICOLOSO
Il secondo turno dell’election day di ottobre ha confermato nell’ astensionismo il vero protagonista di questa tornata elettorale amministrativa. I ballottaggi hanno riproposto la forte disaffezione alle urne dove si è recato soltanto il 43,9% dei circa 5 milioni di potenziali elettori. Un ulteriore calo di votanti rispetto al già desolante dato del primo turno (54,7%). Meno della metà, la partecipazione più bassa di sempre. Emblematica la flessione registrata a Roma (9,5%), ancora di più quella di Torino (12,3%). Chi vince nelle urne, anche quando vince bene (come Manfredi a Napoli, Sala a Milano e Gualtieri a Roma), appare dimidiato dal fatto di rappresentare una consistente minoranza di elettori. L’indicazione che viene dal non voto è inquietante: in Italia, la politica, intesa come condivisione e partecipazione, sta scivolando verso l’irrilevanza. Un segnale di rifiuto e di forte sfiducia nei confronti dei partiti politici e delle istituzioni, il Parlamento in primis, che dovrebbero rappresentare le istanze dei cittadini. La minore importanza attribuita alla politica, sempre più “frammento“ dell’identità personale, la crescente disillusione che si traduce in disaffezione, il ridimensionamento delle organizzazioni dei partiti sul territorio e soprattutto la carente credibilità del messaggio politico riconducibile al profilo dei candidati proposti dai partiti o allo scarso appeal delle loro proposte, sono fattori che si traducono in demotivazione e nella rinuncia al voto. Un astensionismo record che dovrebbe far riflettere tutte le forze politiche, non solo quelle che verosimilmente con scelte scellerate hanno alimentato in misura maggiore la protesta, e quindi il bacino del non voto. Se a votare è andata la minoranza del Paese, c’è una palese crisi della democrazia generata dal decadimento di una classe politica che denota spesso una totale assenza di cultura politica, espressione di preparazione e competenza. Tanta improvvisazione e una incapacità nel formulare una seria proposta politica non ancorata a misere questioni di bottega. Tutto appare inquinato dalla corsa a mettere bandierine di partito in dibattiti pretestuosi, a rincorrere i fantasmi del passato, a perseguire sovranismi antistorici, a disegnare demagogici populismi, trascurando di fatto l’azione di sviluppo socio-economico del Paese con i problemi reali della gente. Si può essere bravi specialisti nel fomentare la rabbia sociale soffiando sul fuoco della protesta e della disubbidienza civile ma penosi dilettanti di governo se privi di competenze e visione programmatica nell’affrontare le sfide del Paese. Una politica lucida si fermerebbe a riflettere. Invece le analisi del voto rimuovono totalmente il macigno dell’astensionismo. Si sta creando uno spazio enorme che rappresenta un buco nero dell’offerta dei partiti. Il disagio è particolarmente diffuso nelle periferie delle grandi città, c’è sfiducia, prevale un senso di non rappresentanza nei quartieri più popolari che si esprime nel non voto. Le persone socialmente più deboli, lontane dalle contrapposizioni ideologiche del passato, sono diventate anche le più scoraggiate, quelle che hanno perso qualsiasi speranza nella possibilità di una soluzione collettiva ai propri problemi esistenziali. Privi dell’antica passione, i ceti meno abbienti e meno garantiti guardano alla politica con diffidenza e molto distacco. Una situazione che è indice di un grave fenomeno: la radicale perdita di fiducia nella democrazia come veicolo di cambiamento ed emancipazione sociale. L’esercizio dei diritti politici fra disoccupati, precari, marginali, impoveriti ha perso da tempo molte delle sue attrattive. E l’esercito del non-voto e della non partecipazione continua a ingrossarsi con l’arrivo di tanti giovani in fuga dal voto per motivi legati alla precarietà del lavoro, al pessimismo riguardo al futuro, nonché alla confusione ideologica causata dai ricorrenti trasformismi politici dei signori che siedono nelle aule parlamentari. Diventa sempre più profondo il fossato fra cittadini e politica. E’ tempo dunque che i partiti e...
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