I CONTI PUBBLICI AL TEMPO DEL COVID
Conti pubblici sotto assedio. Con il decreto legge Ristori il Governo ha stanziato altri 5,4 miliardi di euro per indennizzi, bonus una tantum e contributi a fondo perduto per i settori più colpiti dall’ultimo DPCM del 25 ottobre. Una vasta platea di beneficiari: 462 mila imprese fra ristoranti, bar, pizzerie, partite iva, gestori di palestre, piscine e sale giochi, discoteche, lavoratori stagionali e dello spettacolo, ecc. Nuove misure deliberate a sostegno di attività commerciali e di servizio in forte sofferenza per le restrizioni da Covid. Una pandemia i cui effetti sanitari impattano sempre più su quelli economici con inevitabili riflessi sulla finanza pubblica. La situazione è critica non solo per ciò che riguarda l’impennata di contagi e di ricoveri ma anche per la tenuta dei conti pubblici la cui credibilità rischia di andare in deficit in una generale cornice di incertezza e crescente preoccupazione. Quest’anno il debito pubblico (160% del Pil) supererà di 194 miliardi il livello di fine 2019. A fine agosto, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, aveva sfiorato i 2.579 miliardi di euro, nuovo massimo storico. Non proprio l’ideale per un Paese che per il suo elevato livello di debito pubblico resta sempre un sorvegliato speciale in Europa e sui mercati: chi negozia titoli pubblici italiani, in presenza di conti pubblici fuori controllo, corre il rischio di gravi perdite. Sui conti pesano i provvedimenti di emergenza varati finora dal Governo per arginare la crisi da coronavirus. Per il 2020 l’economia registrerà una brusca frenata, un balzo indietro di 23 anni: il Pil potrebbe arrivare fino a -11%, con un calo degli occupati previsto di oltre 410 mila unità. Per il prossimo anno, un quadro economico-finanziario condizionato da previsioni legate all’andamento della seconda ondata della pandemia che rendono labile la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) posta a base del disegno di Legge di Bilancio 2021 approvato di recente dal Governo. Tante cifre stanziate di qua e di là, ma non sempre collegate a obiettivi chiari, a strumenti adeguati, a politiche organizzative. Qualsiasi esercizio di previsione macroeconomica per gli equilibri di finanza pubblica ha un elevato rischio di produrre cifre scritte sul ghiaccio. Insicuro è anche l’effetto espansivo o di contrasto alla recessione di quanto speso finora. Si naviga a vista. In questo contesto di elevata precarietà dovuta agli effetti economici e sociali della pandemia la lettura della Legge di bilancio 2021 risulta non facile. Una manovra finanziaria di 40 miliardi di euro, di cui più della metà (22 miliardi) coperti con maggior deficit, dopo che nel 2020 l’indebitamento è cresciuto già di 100 miliardi. Una manovra tutta in chiave anti-Covid e di espansione per fronteggiare la drammatica emergenza che da mesi ormai stringe nella morsa non solo l’Italia, ma tutta Europa. Ecco perché sono saltati tutti i parametri dei vincoli di bilancio: agli Stati, in deroga al Patto di stabilità, viene concesso di mettere in campo nuove risorse e misure per aiutare i propri cittadini, contrastare le disuguaglianze sociali, sostenere le imprese e l’occupazione e più in generale il tessuto socio-economico. La Legge di Bilancio 2021 contiene “importanti provvedimenti che rappresentano la prosecuzione delle misure intraprese sinora per proteggere la salute dei cittadini, il sistema produttivo e garantire la stabilità economica del Paese”, ha dichiarato il Ministro dell’Economia Gualtieri. Obiettivo ambizioso in presenza di un deficit di bilancio mai visto prima in tempo di pace. Nel 2009 il deficit dello Stato superò il 5 per cento del Pil. Nel 1995, scampato il collasso della finanza pubblica grazie ai governi Amato, Ciampi e Dini, il deficit raggiunse comunque il 7,5 per cento...
Read MoreLA RIFORMA COSTITUZIONALE POST REFERENDUM
Work in progress. Dopo l’approvazione referendaria della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, ora in Parlamento si lavora sulla revisione del sistema di voto e sui “correttivi” per bilanciare la riduzione degli eletti. Per la terza volta in quattordici anni agli italiani è stato chiesto di pronunciarsi sul numero dei propri rappresentanti in Parlamento. Sia il centrodestra di Berlusconi nel 2006 che il centrosinistra di Renzi nel 2016 hanno puntato a riscrivere la Costituzione, cambiandone decine di articoli, inserendo al primo punto la revisione al ribasso dei numeri dei parlamentari. Ma il voto popolare è stato sempre contrario a salti nel buio. La domanda referendaria di domenica 13 settembre ha riguardato invece soltanto tre articoli (56, 57 e 59) e tutti sullo stesso argomento: il taglio delle poltrone parlamentari da 945 a 600. Superate con il voto plebiscitario le forti tensioni dei mesi scorsi, la maggioranza di governo, accantonando spinte demagogiche e populiste, è chiamata a tradurre in atti legislativi l’accordo sul referendum per ridisegnare un’adeguata cornice di riforma costituzionale. Innanzitutto la modifica della legge elettorale, poi l’elezione su base circoscrizionale dei senatori (e non più su base regionale) e la riduzione dei delegati regionali (da 3 a 2) per l’elezione del Capo dello Stato. Infine l’equiparazione dell’elettorato passivo e attivo del Senato a quello della Camera, in materia di limiti di età per eleggere e per essere eletti nell’ottica del superamento del bicameralismo. Il pomo della discordia nella maggioranza è senza dubbio la legge elettorale sulla quale all’inizio dell’anno si è raggiunta un’intesa con il via libera al “Germanicum”. Un sistema di voto che, secondo i promotori, dovrebbe ridare equilibrio al peso territoriale di alcune regioni che, altrimenti, sarebbero svantaggiate dal taglio dei parlamentari, soprattutto dei senatori (Molise, Basilicata, Umbria). Secondo il “Germanicum” la futura Camera avrà 400 seggi, di cui 6 per gli eletti all’estero e 1 eletto nel collegio uninominale della Val d’Aosta; i restanti 391 saranno assegnati nelle altre Regioni con metodo proporzionale. Stesso metodo per il futuro Senato che avrà 200 senatori: 4 eletti all’estero, 1 in Val d’Aosta e 195 assegnati con metodo proporzionale nelle altre Regioni. In Trentino-Alto Adige viene mantenuta la previsione di collegi uninominali accanto a una quota proporzionale. Per accedere alla ripartizione dei seggi i partiti devono superare la soglia del 5% come in Germania. Lo sbarramento della legge attuale è del 3%, mentre il Mattarellum e il Porcellum l’avevano fissato al 4%, così come previsto per le elezioni europee. I partiti che non superano il 5% ma ottengono un quoziente pieno in almeno tre circoscrizioni presenti in almeno due Regioni diverse, ottengono i deputati corrispondenti a quei quozienti. Per il Senato occorre raggiungere il quoziente pieno in almeno due circoscrizioni anche se nella stessa Regione. Restano in sospeso la questione dei “listini bloccati” e il nodo del “voto di preferenza”. Da rivedere inoltre i regolamenti parlamentari, soprattutto per quanto riguarda le funzioni e la composizione delle Commissioni permanenti. Si ipotizza una riduzione o uno “sdoppiamento” dei componenti in diverse commissioni. Un complesso lavoro di “maquillage”. Obiettivo di fondo restituire al Parlamento la sua centralità nella vita democratica del Paese in termini di efficienza e di reale rappresentatività. Il problema di Camera e Senato sta infatti nell’esercizio pieno delle prerogative costituzionali reso difficoltoso, se non impossibile, da una inquietante invadenza dei partiti sulla volontà popolare: rappresentanti “nominati” e non rappresentanti “eletti”. Un tema particolarmente delicato collegato alla selezione dei candidati, e cioè alla qualità della classe politica, alla capacità di governo, al reale spirito di servizio. E il ritorno al proporzionale (una scelta politica, non tecnica) non è...
Read MoreREFERENDUM, SFIDA COSTITUZIONALE
Conto alla rovescia per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari chiesto da un quinto dei senatori a seguito della mancata approvazione della riforma costituzionale con la maggioranza qualificata dei due terzi. L’ultima parola spetta dunque al popolo italiano che domenica e lunedi prossimo, con il proprio voto, metterà fine a un dibattito incerto e confuso, eccessivamente politicizzato e caratterizzato da toni critici. C’è chi ha definito il referendum una “volgarissima marchetta ideologica” (Massimo Cacciari), “una sforbiciata data in pasto al popolo” (Maurizio Lupi), “un’azione politica cretina e ipocrita” (Vittorio Sgarbi). Si è parlato addirittura di “trionfo dell’antipolitica”. Senza ignorare la sagra del pentimento alimentata dai “convertiti” che in Parlamento hanno votato per la riduzione dei parlamentari per non rischiare l’impopolarità e ora che il voto si avvicina, temendo di non essere più rieletti, diventano improvvisamente paladini dei diritti del Parlamento. Una sospetta folgorazione sulla via di … Montecitorio e di Palazzo Madama a difesa dello status quo (personale). Inquietante testimonianza di trasformismo politico. La riduzione del numero dei parlamentari è stato tema centrale nei vari tentativi di riforma che si sono susseguiti nella storia della Repubblica. Da ormai quarant’anni ogni commissione parlamentare, bicamerale o mono, ha avanzato una proposta di riforma: la prima risale al 1983 e porta la firma del liberale Aldo Bozzi. A seguire nel tempo i democristiani con Ciriaco De Mita, i comunisti con Nilde Iotti, i post comunisti con Massimo D’Alema. Sia il centrodestra di Berlusconi nel 2006 che il centrosinistra di Renzi nel 2016 hanno puntato sulla riforma della Costituzione inserendo al primo punto la revisione al ribasso dei numeri dei parlamentari. Forse per catturare consensi elettorali sulla più complessa operazione di devolution volta a modificare organicamente l’assetto costituzionale di Camera e Senato in termini di funzioni e attribuzioni. Ma il voto popolare è stato sempre contrario a riscrivere la Costituzione, cambiandone decine di articoli. Il referendum di domenica riguarda invece soltanto tre articoli (56, 57 e 59) e tutti sullo stesso argomento: il taglio delle poltrone parlamentari da 945 a 600. “Non si rischia di stravolgere la Carta costituzionale”, ha rilevato l’ex Presidente della Consulta Valerio Onida. Un’occasione per adeguare il numero dei nostri rappresentanti a quello delle altre grandi democrazie occidentali e rendere più efficiente il Parlamento divenuto “invisibile”, “oscurato” dall’abuso dei decreti legge e dei decreti governativi emanati spesso per ragioni di tempo a causa della lentezza dei lavori parlamentari. Restituire al Parlamento la sua centralità nella vita democratica del Paese: è organo legislativo, ma solo un quarto delle leggi di questa metà di legislatura sono state di iniziativa parlamentare. Il problema di Camera e Senato sta infatti nell’esercizio pieno delle prerogative costituzionali reso difficoltoso, se non impossibile, da ridondanti regolamenti e inutili commissioni e, sul piano della reale rappresentatività, da 945 “nominati”, espressione del potere di nomina dei partiti e non certamente della volontà popolare. Il taglio del numero dei parlamentari, a prescindere dalla simbolica questione dei risparmi (“una democrazia inefficiente ci costa mille volte di più”), rappresenta un primo passo per accelerare un significativo cambiamento: una nuova legge elettorale, la modifica della base regionale per il Senato, la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, il voto ai 18enni per il Senato, nuovi regolamenti parlamentari per evitare duplicazione dei compiti e velocizzare il processo legislativo in vista del superamento del bicameralismo perfetto. Sul tappeto resta la questione di sempre: la selezione politica dei candidati. Oltre al numero degli eletti, conta la loro qualità, la loro competenza, il loro spirito di servizio per rappresentare al meglio interessi e aspettative degli elettori. E’ la strada...
Read MoreL’ EUROPA DEL POST COVID
La quiete dopo la tempesta. Al termine di un burrascoso negoziato sul “Piano per la ripresa” post Covid-19, l’Europa ha voltato pagina. Fra luci e ombre, raggiunto a Bruxelles un faticoso compromesso, l’ennesimo nella tormentata storia dell’Ue, racchiuso in 67 pagine firmate dai 27 Capi di Stato e di Governo del Consiglio europeo, dense di speranze per il futuro, ma con incognite giuridiche e politiche che certamente segneranno il dibattito comunitario sul piano istituzionale nei prossimi anni. Due i nodi più controversi del negoziato: da una parte l’ammontare delle risorse finanziarie a carico di un debito comune, articolato fra sussidi e prestiti, e dall’altra le condizioni per il controllo della spesa e quindi dell’utilizzo delle risorse. Confermata la dotazione originaria di 750 mld di euro del Fondo proposta dalla Commissione ma con una nuova ripartizione: 390 mld di sussidi a fondo perduto (non più 500) e 360 di prestiti (non più 250). In particolare l’Italia, la maggiore beneficiaria del Recovery Fund, e per questo “osservata speciale” a livello comunitario, porterà a casa in totale 208,8 miliardi di euro, di cui 127,4 come prestiti (rispetto ai 90,9 proposti dalla Commissione) e 81,4 miliardi di euro come sussidi a fondo perduto (poco meno rispetto ai 90 iniziali). Per tacitare ogni protesta, ai Paesi “frugali” del Nord sono stati concessi ulteriori sconti (“rebates”) alla contribuzione del bilancio europeo. Per la governance della spesa collegata ai “Piani nazionali di ripresa” degli Stati membri, respinta la richiesta olandese del “diritto di veto” all’interno di un complesso meccanismo di controllo. “Una intesa storica all’insegna della solidarietà e non dell’austerità”, ha dichiarato il Presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel. C’è la nascita di un “debito europeo comune” e di nuovi strumenti di politica economica per fronteggiare la profonda crisi economica provocata dalla pandemia. L’Unione europea si avvia a diventare un’entità “statuale” che si indebita, distribuisce fra i suoi cittadini le risorse che raccoglie sul mercato e ha potere di prelievo fiscale nella previsione di una inderogabile autonoma fiscalità per liberarsi da una governance intergovernativa inefficiente, non trasparente e divisiva blindata dal Consiglio europeo. Restano sul tappeto le incertezze legate alla tempistica degli interventi reali. L’accordo dovrà superare tre importanti step: la ratifica nazionale da parte degli Stati membri dell’Unione, il negoziato comunitario dei Piani nazionali in linea con le “raccomandazioni” Ue, il voto di approvazione del bilancio da parte del Parlamento di Strasburgo. Un percorso tutto in salita. Il Fondo per la ripresa distribuirà risorse tra il secondo semestre 2021 e il 2023, e rimarrà in vita fino al 2026. Il rimborso dei prestiti deve iniziare l’anno successivo. I Ventisette dovranno mettersi d’accordo per garantire al bilancio comunitario nuove risorse proprie (imposta sugli imballaggi in plastica non riciclati, digital tax europea, imposta sulle transazioni finanziarie). Per l’Unione europea un passaggio delicato in attesa di prendere il largo verso un orizzonte politico nuovo che faccia finalmente pulizia del dumping fiscale in qualche Paese “frugale” (Olanda) e delle infrazioni allo Stato di diritto in qualche Paese di Visegrad (Ungheria). E sarà il D-Day della nuova Europa. Sarà la risposta a un sovranismo che “continua a non comprendere il funzionamento di un sistema ad alta interdipendenza come l’Unione europea per raggiungere obiettivi convergenti”, ha commentato il politologo Sergio Fabbrini sulle colonne del Sole24Ore. “Ogni leader sovranista guarda all’Ue dal buco della sua serratura nazionale. Per i sovranisti al governo nei Paesi dell’Europa dell’Est, si tratta di preservare la quota di aiuti europei che ricevono, per gestirli in piena autonomia, per i sovranisti all’opposizione nel resto dell’Europa, si tratta di denunciare ogni accordo come tradimento degli interessi...
Read MoreTAX DAY: CONTRIBUENTI ALLA CASSA
Nessuna proroga per i versamenti delle imposte a saldo 2019 e in acconto 2020. Proteste e minacce di scioperi per il tax day del 20 luglio. Respinta dal Governo la richiesta di professionisti e Caf di un rinvio al 30 settembre: “la proroga inciderebbe sull’elaborazione delle previsioni delle imposte autoliquidate della Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza da presentare in settembre al Parlamento”. In concreto, il motivo dell’esclusione dell’ulteriore proroga (dopo quella del 30 giugno) dei termini per i versamenti di Irpef, Ires, Irap (qualora dovuta) e di imposte sostitutive risiede in “questioni da cassa”: secondo la Ragioneria Generale servirebbero 8,4 miliardi di euro per un nuovo rinvio, risorse attualmente non disponibili. Lo Stato necessita insomma di risorse: l’Erario ha risentito in maniera pesante del differimento delle varie scadenze fiscali del periodo tra marzo e il mese di maggio. Ben 22 miliardi di euro in meno (-8,4%) di entrate tributarie e contributive nei primi cinque mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, che rientreranno soltanto a fine settembre. Resta comunque il malumore fra operatori e contribuenti per la mancata “proroga di buon senso”. Nessuna considerazione sul fronte governativo del grande impegno degli Studi professionali durante e dopo il lockdown per assistere imprese, lavoratori e famiglie nel fronteggiare l’impatto economico dell’emergenza e nella fruizione dei vari bonus e indennità. Un groviglio di norme e moduli da compilare e trasmettere che di fatto ha sottratto tempo alla predisposizione delle dichiarazioni e alla determinazione degli importi dei versamenti in scadenza. Senza poi ignorare il problema di fondo dei contribuenti: la mancanza di liquidità per attività economiche che stentano a decollare. Dal Ministro dell’Economia Gualtieri, tuttavia, è giunta al popolo delle partite Iva (4,5 milioni di contribuenti) la promessa di riavviare presto i lavori sulla riforma fiscale, sospesi a causa della pandemia. Riforma che riguarderà il taglio delle tasse e del tax gap, la semplificazione di adempimenti con una riduzione dell’Irpef sul lavoro e l’introduzione dal 2021 dell’assegno unico per rendere più equo ed efficiente il fisco. Il nostro sistema fiscale, ha osservato l’ex Ministro dell’Economia Tremonti, deriva nel suo impianto base da quanto fu realizzato con la riforma del 1971-1973: una scelta complessa con l’introduzione dell’Iva e del Testo unico delle imposte sui redditi. Ma da allora quasi tutto è cambiato: dal modello sociale e demografico (la società è invecchiata) al modello produttivo (diffusione delle partite Iva), dal modello ambientale (tutela dell’ambiente) al modello statale (“federalismo”). L’Irpef, “l’imposta regina” dell’ordinamento tributario, è stata “detronizzata” da regimi forfettari speciali che “svuotano l’idea di giustizia progressiva”. E’ tempo di operare per un sistema che garantisca efficienza amministrativa (lotta all’evasione, semplificazione) ed equità fiscale, tale da promuovere la crescita economica in un contesto di sostenibilità pubblica, principalmente attraverso una riduzione del rapporto fra debito pubblico e Pil. E’ arrivato il momento di rendersi conto che, con un’economia in recessione, il re è nudo! A bando promesse e proclami, si metta finalmente mano a una seria (e sostenibile!) riforma tributaria che possa trainare la ripresa economica nel segno della certezza, della trasparenza e della equità della tassazione. Sarà uno dei punti centrali del Piano nazionale per la ripresa che il Governo dovrà presentare in settembre a Bruxelles per accedere al Recovery Fund: una partita importante da giocare per il futuro della nostra economia. Competenza, lungimiranza e responsabilità per un’azione politica di grande respiro....
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