REFERENDUM, LA GIORNATA DELLA LIBERAZIONE
Conto alla rovescia per il referendum confermativo costituzionale sulla “separazione delle carriereMagistrati. Il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini è pronto a dividersi ancora una volta in due, tra un “Sì” e un“No”. Il dibattito referendario, tra accuse incrociate e accenti polemici, in un clima istituzionale didelegittimazione ha superato la linea di demarcazione tra politica e giustizia. Sullo sfondo, la fragorosadiscesa in campo, da attivo soggetto politico, dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) contro lapresunta minaccia della riforma all’equilibrio costituzionale. Una nobile causa oscurata dalla clamorosaprotesta di oltre 50 magistrati che in un documento “si dissociano pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Anm, dichiarando l’adesione alla riforma, nel rispetto della piena indipendenza della magistratura compromessa dalla degenerazione correntizia, che sarà garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei CSM”. Si denuncia il “sistema malato”, politicizzato, e si chiede una giustizia libera dalle perverse logiche di corrente, coordinate da un’Associazione che “sulla base di sole 1200 deleghe, su 9500 iscritti, si oppone alla riforma votata dal Parlamento con slogan pubblicitari come un qualsiasi soggetto politico, con un Comitato per il No, finanziato con le quote di tutti gli associati e con fondi pubblici”.Ad aprire il vaso di Pandora con un’intervista al vetriolo è stato il giudice Giuseppe Cioffi del Tribunale diNapoli Nord, da 39 anni in Magistratura, definendo la data del referendum come la “Giornata dellaLiberazione dei Magistrati” dal giogo delle correnti e dal corporativismo dell’Anm, il sindacato delle toghe, definito “il vero partito politico di opposizione, un mesto comitato d’affari, cinghia di trasmissione della cattiva politica”. Finalmente la Costituzione viene perfezionata e attuata come la volevano i padricostituenti con la prima, vera riforma liberale”: la pubblica accusa viene riconosciuta in Costituzione. E’ ilcompletamento della Riforma Vassalli del 1989 che gettò le basi di un processo penale moderno, dainquisitorio ad accusatorio fondato su tre pilastri: parità tra accusa e difesa, formazione della prova indibattimento davanti a un giudice, terzietà del giudice. Un disegno di civiltà giuridica sostenuto allora datutte le forze democratiche. La separazione delle carriere, Pubblico ministero e Giudice, è il pezzo didisciplina costituzionale che manca all’architettura del “giusto processo”, in attuazione dell’art. 111 dellaCostituzione riformato nel 1999, per rafforzare la terzietà del giudice che, come la moglie di Cesare, nondeve essere sfiorata neanche dal sospetto. Con la Riforma Cartabia del 2022 si era già introdotta unadistinzione netta tra la funzione requirente e quella giudicante, ma non si era tagliato quel “cordoneombelicale”, quella colleganza che lega giudici e pubblici ministeri all’interno della stessa carriera.Con la riforma della Magistratura, nel rispetto costituzionale dell’autonomia e indipendenza dei ruoli, quellegame corporativo viene definitivamente reciso e il principio di terzietà del giudice è una realtà, esaltando così la sua attitudine ad assicurare l’equilibrio dei rapporti interni al contraddittorio processuale e rafforzando la fiducia dei cittadini verso la funzione di garanzia della giurisdizione. Con la creazione di due distinti percorsi di formazione e di governo autonomo la giurisdizione smette di essere un fortinocorporativo per tornare ad essere il luogo della tutela dei diritti. La separazione delle carriere è regola neisistemi anglosassoni ed è presente con varie forme nella maggior parte dei Paesi europei. Nessuno“attentato alla democrazia”, nessuna “bomba sulla Costituzione”, con la separazione delle carriere. Profezie apocalittiche alimentate dalla paura del nuovo, o peggio dal timore di perdere potere. E’ penosa demagogia sbandierare la Costituzione a mo’ di coccarda per costruire uno falso spartiacque morale. Per i firmatari del documento di protesta si tratta di “un riflesso condizionato dell’Anm per difendere uno status quo di vantaggio” minacciato dalla istituzione dell’Alta Corte disciplinare che toglierà i magistrati dal giudizio dei colleghi che hanno chiesto...
Read MoreLOTTA ALL’EVASIONE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
Il Paese delle Meraviglie. Un Paese immaginario? No, reale. Lo ha scoperto Alice, pardon, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone a Telefisco, evento de Il Sole 24 Ore, parlando dell’attività di monitoraggio svolta nel 2025 dall’Amministrazione finanziaria con 17 milioni di posizioni passate al setaccio. “Scovati” 200mila evasori totali, fra imprese e persone fisiche, di cui il 57% (116mila soggetti) per omessa dichiarazione dei redditi e il 43% (86mila soggetti) del tutto sconosciuti al Fisco, con attività in nero, fuori da ogni radar amministrativo. Duecentomila, un numero che pesa come un macigno nella difficile lotta all’evasione fiscale. Contribuenti che non pagano o, meraviglia delle meraviglie, fantasmi per l’anagrafe del Fisco. Il viaggio nel sommerso conferma la persistenza di un’economia che riguarda trasversalmente sia il mondo professionale che quello del lavoro con numeri che mostrano in tutta la gravità il problema degli italiani con il Fisco, un rapporto difficile, in cui permangono ancora troppe sacche di evasione e di elusione che si cerca di contrastare con controlli imperniati su criteri selettivi (incrocio dei dati fra fatture elettroniche, corrispettivi e volume d’affari dichiarati, accesso ai conti bancari), senza automatismi. L’evasione fiscale in Italia ammonta a 83,6 miliardi di euro all’anno, secondo l’analisi della Cgia di Mestre, il 60% non paga le imposte dovute, con le partite Iva (oltre 1,5 milioni) fortemente indiziate. Un fenomeno che s’intende arginare con una nuova strategia, intervenendo prima dell’evasione conclamata. In chiave di prevenzione, per il 2026 il Fisco rilancia la sfida della “compliance”. Posta in arrivo per i contribuenti “distratti”: pronte oltre 2,4 milioni lettere dell’Agenzia delle Entrate finalizzate a regolarizzare incerte posizioni fiscali ed evitare sanzioni. Lettere elaborate sulla base dei continui aggiornamenti delle informazioni che confluiscono nelle 190 banche dati, digitalmente collegate tra loro, che costituiscono il patrimonio informativo del Fisco. Un “invito” al contribuente di rivedere il suo comportamento per verificare se sia o meno corretto con l’obiettivo dichiarato di creargli il minor disagio possibile, ma allo stesso tempo tutelare le entrate che vanno sempre gestite con la massima efficienza. Trasparenza e collaborazione dunque per cancellare reciproche diffidenze, ridurre l’incertezza fiscale e accreditare una nuova immagine del Fisco, meno vessatorio e più aperto all’ascolto e al dialogo. Di fatto, l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione del contribuente le informazioni in suo possesso, dandogli così l’opportunità di correggere spontaneamente eventuali errori od omissioni. Un alert per segnalare anomalie che possono così essere definite mediante la presentazione di una dichiarazione integrativa, il versamento di imposte, interessi e sanzioni ridotte. Errori ed omissioni cancellati con il “ravvedimento operoso”. Tali comunicazioni hanno una natura “preliminare”, prima che il Fisco proceda a notificare il formale atto di accertamento con sanzioni intere. E’ stata gettata nel cestino la vecchia logica dell’accertamento basata esclusivamente sul controllo ex post. Un approccio, spesso accompagnato da sanzioni amministrative elevate e, talvolta, anche da quelle penali, che è stato spesso percepito come punitivo dai cittadini, portando a una insofferenza generale verso l’Amministrazione finanziaria. La nuova strategia è fondata sul dialogo e sulla collaborazione preventiva con l’obiettivo di instaurare un rapporto di fiducia con il contribuente, garantendo certezza del diritto e, di conseguenza, una riduzione del contenzioso tributario. Un “patto fiscale” particolarmente innovativo. Rendere collaborativo il rapporto con il contribuente è certamente importante ma occorre mirare a una riduzione della pressione fiscale per sostenere investimenti e crescita economica e arrivare a un sistema semplice e razionale, senza spazi di iniquità. L’ordinamento tributario non può continuare ad essere caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio a causa delle ragioni di gettito e degli “scostamenti” di bilancio. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione...
Read MoreLA TRAGICOMMEDIA DI DONALD TRUMP
Continua la tragicommedia trumpiana. Annunciata con la solita enfasi da novello Napoleone del XXI secolo, Donald Trump aveva parlato nei giorni scorsi di una tregua di una settimana negli attacchi russi sull’Ucraina concordata con Vladimir Putin, zar di Russia, in considerazione di un’ondata di forte gelo in arrivo. Il tutto tristemente smentito dai fatti: sul fronte, e non solo, si continua a combattere e i droni kamikaze continuano a uccidere. Una nuova mattana da parte di chi, secondo il Wall Street Journal, “ha spinto gli Usa in una fase nella quale un unico grande potere domina il globo e crea un nuovo ordine mondiale”. Si allunga la lista delle “stramberie”: aperta con la guerra commerciale dei dazi, a seguire le spese per la difesa della Nato, l’intervento contro il nucleare di Teheran e l’ostilità verso gli ayatollah iraniani, l’attacco al regime venezuelano con la cattura di Maduro, le ambizioni di annessione della Groenlandia, le ripetute “scaramucce” contro l’Unione europea con insolenti attacchi ai Paesi del Vecchio Continente. Un anacronistico unilateralismo guerriero che, in un solo anno di amministrazione, ha cambiato il corso della storia, azzerando il faticoso equilibrio postbellico a livello mondiale con le sue reti di difesa alle democrazie faticosamente costruite: dall’Onu alla Nato. Scompare dopo ottant’anni un Occidente più o meno stabile con l’ombrello di protezione della Casa Bianca, a Washington. Per l’Europa sono finiti i tempi della protezione incondizionata, della storica alleanza, delle relazioni internazionali speciali con l’ “amico americano”. Il mondo è cambiato, nuovi scenari geopolitici all’orizzonte che richiedono una diversa azione politica per nuove alleanze per vincere i deliri di onnipotenza del tycoon d’oltreoceano e sconfiggere il suo ingiustificato antagonismo nei confronti della leadership europea. Un rapporto difficile che, al di là di apparenti “capricci”, rivela una strategia ben precisa: sconvolgere gli equilibri esistenti e “allineare” i Paesi. A Washington siede un governo ostile a noi europei. Ma Donald Trump dal suo scriteriato disegno geopolitico non potrà mai cancellare le memorabili pagine di storia con le ondate di emigranti che l’Europa della miseria e delle persecuzioni ma anche della laboriosità e dell’intelligenza ha riversato per decenni sull’altra sponda dell’Atlantico contribuendo alla grande crescita economica degli Usa. I presidenti e i governi passano, i popoli restano e saranno i testimoni della storia. A condizione che restino uniti: se l’Occidente si divide, l’Europa è perduta. Particolarmente significativo a riguardo l’appello lanciato da un gruppo di docenti di storia europei, primo firmatario Eric Bussiere, docente emerito della Sorbonne Universite’: “L’Europa deve rafforzare il proprio modello: la situazione attuale, priva di ogni equilibrio, è senza precedenti. Nessuno dei Paesi che compongono l’Unione europea è oggi in grado di garantire da sola la propria sicurezza e il futuro della propria economia. E’ in gioco la stabilità e il futuro dell’Europa, è imperativo dotarsi dei mezzi per bloccare i processi distruttivi in tempo utile e di manifestare la volontà politica di farlo, sviluppando ogni possibile cooperazione con tutti i partener europei, in primo luogo il Regno Unito.” Sarebbe la risposta migliore all’arroganza di Trump, agli obiettivi dichiarati in campagna elettorale: disfare l’ordine mondiale, rinnegare ogni alleanza, compresa quella transatlantica, demolire l’integrazione europea, affermare una nuova politica di potenza prescindendo dalle regole codificate nel tempo, favorire un processo di progressiva trasformazione autocratica del sistema americano, utilizzare i dazi come randello sull’economia mondiale. Con la rottura dell’ordine mondiale è finita una bella storia e inizia una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Il diritto internazionale basato sulle regole sta svanendo. S’impone un nuovo ordine che punti su un multilateralismo paritario, riducendo alla...
Read MoreEUROPA, QUALE FUTURO ?
Il 2026 si è aperto su uno scenario di forte incertezza geopolitica, un mondo fuori controllo in un ordine globale in trasformazione, un mondo più frammentato e più conflittuale in cui la (cattiva) politica ha preso il primato sull’economia. Una stagione particolarmente difficile per l’Unione europea da tempo persa nella nebbia dei contrasti e delle divisioni, avendo smarrito la bussola della storia, quella della straordinaria avventura di riunificazione continentale che aveva dato speranza a un’Europa in macerie dopo le due tragiche guerre mondiali del XX secolo. Una Unione europea debole con un ruolo marginale nei negoziati con l’Ucraina, balbettante nei confronti del tycoon della Casa Bianca, assente sulla Striscia di Gaza. Colpa della scarsa coesione economica e sociale, della mancanza di una politica estera e di difesa comuni, della evidente asimmetria tra la moneta unica e la politica economica e fiscale con mercati finanziari tuttora confinati in ambiti nazionali. Una situazione aggravata dalla deriva nazional-populista, in particolare dal “triangolo di Visegrad”, con Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia di freno per l’integrazione ma pronti a servirsi dell’Europa come mucca da mungere. L’Ue è figlia di un’altra era geopolitica: non ha un modello istituzionale, né regole adatte a un rapido auto-rinnovamento, né omogeneità culturali, non ha leader carismatici, né democrazie e governi stabili quindi decisionisti ma quasi tutti di coalizione con problemi di estremismi politici e aggregazione del consenso popolare. Complici i lacci e lacciuoli di iper-regolamentazioni, il declino industrial-tecnologico e l’immigrazione incontrollata, l’Ue ha perso la competitività della sua industria e del suo modello di sviluppo. E quando cerca una via d’uscita per recuperare posizioni, dalla difesa all’energia, alla competitività, lo fa su basi nazionali e nazionalistiche penalizzando la dimensione europea dello sforzo. Tanta confusione, tante contraddizioni, tanti ritardi. Il vero tabù europeo è la crescita. Per anni si è preferito parlare di debito, regole fiscali e vincoli, evitando la questione centrale. L’Europa ha scambiato la stabilità con l’inerzia. Senza innovazione e un forte aumento della produttività il modello sociale europeo è insostenibile. E con la crisi demografica il welfare è a rischio. Sullo sfondo di una situazione di forte stallo c’è la trappola del voto all’unanimità, il nodo primario per l’affermazione della identità europea. E’ il vincolo dell’unanimità che, a “difesa delle sovranità nazionali”, impedisce all’Ue di avere un’autorevole posizione condivisa, generando velenosi contrasti fra i 27 Stati membri. Un vincolo che condiziona le decisioni del Consiglio europeo dei ventisette capi di governo nelle politiche strategiche (sicurezza, difesa, esteri, asilo politico, fiscalità). Mentre nelle politiche regolatorie del mercato l’integrazione procede attraverso istituzioni che si bilanciano, nelle politiche strategiche l’integrazione procede (se procede) attraverso il coordinamento volontario tra i governi nazionali. Le decisioni hanno una natura politica così da escludere il Parlamento europeo dal processo decisionale e la Corte europea di giustizia dalla supervisione delle decisioni prese, con la Commissione europea ridotta ad esercitare il ruolo di segretariato dei Governi nazionali. Così, ogni governo nazionale può opporre il proprio veto, se ritiene che una decisione possa mettere in discussione la sovranità del suo Paese. Rompere dunque il dogma dell’unanimità: il consenso permanente ha prodotto paralisi, non coesione. L’Europa sta perdendo il suo ruolo, la sua natura e, in definitiva, la sua identità. Un’Europa senza anima che sembra svuotata di ogni originario valore ideale. Meglio un’Europa a più velocità (“cooperazioni rafforzate”) che un’Europa ferma, perfettamente regolata, ma perfettamente inutile. Regolare non sempre equivale a governare. Regolare senza investire, normare senza scalare, difendere senza produrre è una strategia perdente. Da tempo si auspica il superamento del coordinamento volontario che ispira quelle politiche per liberarle dal monopolio decisionale dei governi nazionali. La...
Read MoreL’INVERNO DEMOGRAFICO DEL PAESE
Mancano pochi giorni alla fine dell’anno. Tempo di bilanci, non soltanto economico-finanziari ma anche demografici. E sono bilanci in profondo rosso, con saldi negativi. Il campanello d’allarme l’ha suonato l’Istat con il recente rapporto sulla “Natalità e fecondità della popolazione residente”, relativo all’anno 2024 e ai primi sei mesi del 2025. Un quadro dettagliato e preoccupante delle profonde trasformazioni demografiche in atto in Italia, incentrando l’attenzione sulle loro rilevanti implicazioni per il mercato del lavoro. L’elemento centrale è il progressivo invecchiamento della popolazione che, unito al calo delle nascite, sta riducendo drasticamente la quota di popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Si prevede che questa cruciale fascia demografica scenda dal 63,5 % del 2024 al 54,3% nel 2050, una contrazione che pone serie sfide alla capacità produttiva e alla sostenibilità del sistema di welfare nazionale. Crisi demografica, crisi previdenziale: a forte rischio Casse di previdenza e l’intero sistema pensionistico italiano. L’Italia non avrà più gambe per camminare, né risorse per assicurare reddito e cure ai propri anziani. I fenomeni demografici influenzano infatti la produttività, il lavoro, il sistema previdenziale, il fabbisogno di servizi pubblici, generando ricadute sul bilancio dello Stato, quindi sui saldi di finanza pubblica e sul debito pubblico. Per l’Istat l’Italia è in pieno inverno demografico, continua la diminuzione delle nascite. Nel 2024 sono state 369.944, in calo del 2,6% sull’anno precedente. Al 30 giugno 2025 la popolazione residente risulta di 58.919.230 unità, in diminuzione di 15mila unità rispetto all’inizio dell’anno. Le nascite del primo semestre ammontano a 166mila unità, evidenziando un ulteriore calo della natalità (- 7% rispetto agli stessi mesi del 2024). E si abbassa il tasso di fecondità: 1,18 figli per donna nel 2024 (1,20 nel 2023), 1,13 nei primi sei mesi del 2025. Guardando al passato i numeri sono impressionanti: nel 2008 si contavano oltre 576mila nati vivi, oggi siamo a meno di 350mila su base annua. In meno di vent’anni l’Italia ha perso oltre 200mila nascite. Un terzo del totale. Il primo figlio arriva sempre più tardi: nel 2024 le italiane sono diventate madri per la prima volta a 31,9 anni, contro i 28,1 del 1995 e i 25,2 degli anni settanta. I secondi figli continuano a diminuire: -2,9% nel 2024, -1,5% per i terzi o successivi. Il ciclo familiare s’interrompe all’avvio. Famiglie sempre più piccole: la dimensione media 2023-2024 è scesa a 2,2 componenti. Poco incoraggianti le previsioni che indicano un calo generalizzato della popolazione nel lungo termine (nel 2080 al di sotto dei 46 milioni di abitanti), con il Mezzogiorno, una volta “culla d’Italia”, che vedrà una diminuzione più accentuata a seguito del continuo flusso in uscita della popolazione giovanile alla ricerca di lavoro. La carenza di politiche familiari e di servizi per l’infanzia e la precarietà socio-economica scoraggiano le coppie italiane dal procreare. Fra le donne oggi cinquantenni, la percentuale di quelle che non hanno avuto figli è vicina al 25%, solo il Giappone ci supera. Una tendenza destinata ad aumentare, la denatalità si trasforma in una scelta consapevole. Ci troviamo difronte a un profondo cambiamento culturale: la genitorialità non è più vista dai giovani come condizione fondamentale per la realizzazione propria e della coppia, fortemente condizionata dalle condizioni di vita, dalle prospettive economiche. Viene così sfatato uno dei miti più radicati della nostra cultura: quello secondo cui sono i figli e la famiglia allargata a rendere piena e compiuta la vita matrimoniale. Una teoria delle passate generazioni caduta in disgrazia, in contrasto con l’odierno modus vivendi dei giovani. Un inquietante collasso generazionale che impone una pianificazione a lungo termine per la costruzione di un futuro sostenibile, coerente con...
Read More



Commenti recenti