LEGGE DI BILANCIO, UNA CORSA AD OSTACOLI
Sempre più in alto l’asticella degli emendamenti alla Legge di Bilancio, si allunga la lista dei desideri. L’anno scorso erano circa 4500, quest’anno gli emendamenti depositati alla commissione Bilancio in Senato hanno toccato quota 5.742, di cui oltre 1.600 solo dalla maggioranza. Ma sul tavolo per la discussione, allo spirare del termine ultimo di martedi 18 novembre, ne sono rimasti 414, i cosiddetti “segnalati”, cioè gli emendamenti prioritari e più identitari dal punto di vista politico che i partiti intendono portare al voto in commissione. Di questi, 105 sono stati dichiarati inammissibili dalla presidenza della commissione. Nel maxi emendamento finale quindi, dei 5742 interventi di modifica iniziali, soltanto il 5% circa sarà legittimato sul piano normativo. Dopo la copiosa pioggia di emendamenti soltanto schizzi di acqua alla fine. Sarà una corsa contro due grandi ostacoli: l’esigenza di consegnare il testo rivisto e corretto all’Aula di Palazzo Madama per il 15 dicembre per l’approvazione (voto di fiducia) e il successivo passaggio alla Camera che dovrà ratificarlo e licenziarlo entro il 31 dicembre, per evitare l’esercizio provvisorio. L’altro ostacolo è rappresentato dai vincoli di spesa: mantenere i saldi dei provvedimenti invariati. Sì alle modifiche ma conti in ordine, ancora di più dopo la promozione del rating del debito pubblico a Baa2 con outlook stabile arrivata dopo 23 anni da Moody’s. Un segnale di credibilità finanziaria di forte impatto per i mercati. La quarta Finanziaria del governo Meloni vale 18,7 miliardi di euro e non deve costare più di quanto preventivato, in assenza di adeguare coperture. Le parole d’ordine in Via XX Settembre sono “prudenza e responsabilità”. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, fedele alla sua strategia, ha sottolineato che “tutte le misure sono state valutate tenendo sotto controllo i conti pubblici, in un contesto caratterizzato da turbolenze geopolitiche e macroeconomiche che potrebbero causare nuove spese.” Sull’esame dei singoli emendamenti è scontro fra maggioranza e opposizione, un confronto politico che richiederebbe serietà, metodo e senso di responsabilità da parte di tutti. Da giorni imperversa sui giornali e in tv la stucchevole bagarre dei partiti sul disegno di legge del Bilancio 2026 in un clima di grande tensione e forti contrasti che preannunciano una sessione di bilancio particolarmente tempestosa. Una polemica infinita che, azzerato ogni costruttivo e civile confronto, si alimenta di mediocrità dialettica a supporto di interventi in odore di pregiudizi lontani da un realismo politico ed economico. Parole e numeri in libera uscita, sterili azioni di protesta, pretestuose dichiarazioni: rischio di una deflagrazione sociale. Accantonando ogni impulso demagogico, sarebbe tempo di ritrovare sobrietà e restituire al dialogo fra maggioranza e opposizione toni responsabili su un tema, la Manovra economica, di estrema importanza per il futuro del Paese. “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”, ammoniva Luigi Einaudi. E non sorprendiamoci più della fuga degli elettori dalle urne, registrata anche in occasione delle recenti elezioni regionali. Cresce la sfiducia verso un certo modo di fare politica nel Paese. Un astensionismo causato da chi siede in Parlamento? E’ in discussione una Manovra di Bilancio condizionata da un quadro economico complesso, appesantito sui flussi finanziari dei conti pubblici dagli effetti negativi dei crediti d’imposta accumulati negli anni scorsi a causa dei bonus immobiliari, un “grande buco” da oltre 160 miliardi di euro ancora da assorbire. Banche, imprese e famiglie stanno beneficiando del mancato versamento d’imposte compensate con i numerosi bonus legati agli interventi edilizi. Un impatto negativo per le casse dello Stato con minori entrate tributarie. Una contrazione del gettito fuori da ogni previsione, in aggiunta ai crescenti oneri per interessi (sfiorano i 100 miliardi) su un debito pubblico senza freni, che ha superato i 3000 miliardi...
Read MoreIL FISCO E IL PASSAGGIO GENERAZIONALE
“Il coraggio di cambiare, un sogno senza traumi?”. E’ la domanda posta nel Convegno sul passaggiogenerazionale nelle imprese, il tema dibattuto al Maga di Gallarate nel corso dell’evento EconomixLab. Untema che racchiude sul piano gestionale il presente e il futuro di piccole e medie aziende che, fra tradizione e innovazione, cercano un punto di equilibrio per una precisa identità. Nuove strategie imprenditoriali con il passaggio del testimone per garantire, nel segno della continuità, prospettive occupazionali e, più in generale, lo sviluppo economico del territorio.E’ in atto una trasformazione profonda nel mondo del lavoro, l’evoluzione tecnologica e la digitalizzazione aprono alle imprese interessanti opportunità di crescita che richiedono una revisione dei modelli organizzativi, supportati da competenze e qualificazione professionale. In questo scenario si pone l’apporto cruciale delle nuove generazioni, le loro conoscenze, le loro sensibilità. Una preziosa risorsa operativa per realizzare, con spirito imprenditoriale, un sistema produttivo competitivo. Una sfida epocale per rilanciare la variegata realtà delle Pmi che costituiscono il tessuto connettivo dell’economia anche in Provincia di Varese, con l’83,6% delle aziende a conduzione familiare, il 28,1% guidate da over 70, in linea con le risultanze della Lombardia. Una transizione, fra il vecchio e il nuovo, condotta con chiarezza di obiettivi. Un cambiamento che deve accompagnarsi a una tempestiva programmazione, superando improvvisazione e conflittualità familiari per trasferire conoscenze e valori. Pianificare cioè il percorso da seguire per fronteggiare i complessi aspetti giuridici e fiscali dell’operazione e dare quindi una risposta a chi s’interroga sul cambiamento.Con lo scopo di favorire il passaggio generazionale dell’azienda nell’ambito della famiglia imprenditoriale,con la legge n.55 del 14 febbraio n. 2006 e successive modificazioni, il legislatore ha introdotto nel nostroordinamento giuridico l’istituto del “patto di famiglia” che consente al titolare dell’impresa di anticipare,con atto pubblico, il momento del trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni sociali ai discendenti oal discendente che si reputi più adatto alla gestione aziendale. Obiettivo di fondo è quello di assicurarecontinuità gestionale, produttiva e occupazionale nel delicato passaggio della leadership, relativamente alcontrollo e alla direzione dell’impresa, scongiurando l’insorgere di liti ereditarie e il rischio di disgregazioni aziendali con la frammentazione del patrimonio aziendale. Sulla scorta di una perizia per la determinazione del valore dell’azienda, occorre liquidare, preferibilmente dal titolare (prelievo più oneroso nel caso di compensazioni tra fratelli), i diritti economici dei legittimari (ove questi non partecipino o rinunzino al contratto) con il pagamento di una somma corrispondente al valore della rispettiva quota di riserva (o di legittima), oppure, se questi vi consentono, con il trasferimento di beni in natura di eguale valore.Il “patto di famiglia” consente di trasferire ai discendenti le imprese di ogni dimensione, anche quelleorganizzate in forma societaria: dal diritto di proprietà al diritto di nuda proprietà, al diritto di usufrutto.L’assegnazione effettuata tramite il “patto di famiglia” è definitiva. I beni assegnati sono esclusi dall’obbligo della collazione ereditaria (nessun obbligo di riportare nell’asse ereditario i beni oggetto del patto), non sono soggetti all’azione di riduzione delle disposizioni testamentarie per la reintegrazione della quota legittima. Ciò vale sia per gli assegnatari dei beni d’impresa che per gli altri legittimari, non assegnatari.I trasferimenti effettuati attraverso il “patto di famiglia” ex art. 768 bis c.c. di aziende o rami di esse, diquote sociali e di azioni sono esenti dall’imposta di donazione, dall’imposta di trascrizione per le formalitàrelative, dall’imposta catastale per le volture. Ai fini delle imposte dirette, il trasferimento dell’azienda nongenera, ex art. 58 Tuir, alcuna plusvalenza: “l’azienda è assunta ai medesimi valori fiscalmente riconosciutinei confronti del dante causa”. Idem per il trasferimento di partecipazioni societarie: nessun capital gain, ex art. 67 Tuir. Un regime di neutralità fiscale estremamente vantaggioso. Il beneficio fiscale...
Read MoreIL CASO GARLASCO, TUTTO FA SPETTACOLO IN TV
Sono tanti i temi dibattuti in questo periodo, dalla manovra finanziaria al ponte sullo Stretto di Messina con lo stop della Corte dei Conti, dalla riforma della giustizia con la separazione delle carriere della magistratura ai dazi americani, non dimenticando i tragici eventi in Ucraina e in Medio Oriente. Ma in televisione il prime time cerca audience, cronaca nera a go go, in tutte le salse. A seguito della riapertura delle indagini (piena di errori e lacune clamorose quelle iniziali), il delitto di Garlasco sta da tempo spopolando in tv, occupando spazi sempre più rilevanti in tutte le emittenti, da quella pubblica a quelle commerciali, nazionali e locali. Il caso diventa ogni volta occasione morbosa di dibattito per talk show, documentari, speciali e approfondimenti per catturare l’attenzione del pubblico e fare impennare lo share. Un mix di informazione, narrazione e intrattenimento che, abbattendo ogni dimensione etica, spettacolarizza una tragedia: l’uccisione di Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni, avvenuta il 13 agosto 2007. Il luogo della tragedia, una villetta di Garlasco, è diventato un set televisivo, con attori e comparse vittime di un narcisismo smisurato, espressione evidente delle storture della mente umana. La televisione continua a sostituirsi alle aule del Tribunale. L’autorità giudiziaria, gli investigatori, i difensori, persino gli imputati attratti fatalmente da un interlocutore ingombrante: la televisione. Nell’ambito di un rapporto sempre più stretto e inestricabile tra fatti di cronaca e loro rappresentazione, con frequenti coup de theatre, Pubblico ministero, consulenti, medici, difensori sono diventati figure conosciute al pubblico al pari dei personaggi dello spettacolo. Un vero show serale, con l’alzare del sipario, per il quotidiano carnevale dell’opinionismo, generando nell’ignaro telespettatore quasi una dipendenza. Una sagra della vanità con gli avvocati di parte che passano da una trasmissione all’altra, in cerca di una visibilità a gettoni. Davvero il peggio del peggio delle tv, con il rischio di provocare un inquinamento della serenità del giudice, fortemente esposto alle pressioni mediatiche. Commenti fuffa e disquisizioni sul nulla, lontani dalla verità, a conferma della pochezza delle trasmissioni, condotte sul filo della legalità (numerose le incursioni nel privato), per animare spettacoli inverecondi. Un drammatico fatto di sangue continua a essere riproposto con toni sensazionalistici, trasformando la giustizia in spettacolo e il dolore in un atto del copione. La cronaca nera si ripete come un rituale mediatico che confonde informazione e intrattenimento, un format, una serie a puntate, da seguire sera dopo sera. La televisione sta facendo sì che l’accertamento della verità non spetti più ai tribunali, ma agli studi televisivi, non più ai giudici, ma ai giornalisti, ai criminologi o presunti tali, ai tanti attori di un discutibile sistema mediatico. E’ un circolo vizioso e torbido che nessuno vuole interrompere, alimentato dal protagonismo e dal narcisismo di chi non vuole abbandonare le luci della ribalta. Sul banco degli imputati, sotto accusa, l’informazione giornalistica. Quando il diritto di cronaca sconfina nella spettacolarizzazione del dolore, quando un fatto di sangue diventa argomento quotidiano di talk show il giornalismo smarrisce credibilità e ogni primaria funzione di controllo e conoscenza al servizio della pubblica opinione. L’informazione, quella vera, lontana da ogni esigenza di audience, dovrebbe saper accendere le luci sulla verità, non amplificare l’eco del clamore in nome di uno sterile sensazionalismo. Non significa fare informazione televisiva con una cronaca che non informa, ma intrattiene, che non chiarisce, ma confonde. E’ nelle aule dei Tribunali che si celebrano i processi, non nei salotti televisivi dove la ricerca della verità cede il passo alla morbosità, complice il conduttore che ogni sera la reinventa per assecondare i canoni dell’intrattenimento, non chiarendo i fatti, ma alimentando una emotività collettiva...
Read MoreI DAZI DI TRUMP E LA GLOBALIZZAZIONE
Dazi americani, l’illusione del protezionismo nell’economia globale. Dall’ Osservatorio sui conti pubblici italiani (OCPI) della Università Cattolica di Milano, direttore Carlo Cottarelli, sono arrivati i primi dati, le prime riflessioni sulla “guerra commerciale più stupida della storia” di Donald Trump. A luglio 2025, per effetto del balzo dei dazi medi reali dal 2,2 al 18,3 per cento, il Dipartimento del Tesoro americano ha incassato 27,6 miliardi di dollari dai dazi sulle importazioni. Considerando che a luglio 2024 la stessa voce (”Custom duties”) segnava 7,1 miliardi, i nuovi dazi imposti al mondo intero dal tycoon dovrebbero tradursi, su base annuale, in maggiori entrate fiscali pari a 300 miliardi, comprensivi anche dei nuovi dazi verso l’Unione europea e altri Stati entrati in vigore nella seconda parte dell’anno. Una cifra significativa, pari a circa l’1% del Pil statunitense, in linea con le importazioni di merci che sono circa il 10% del Pil americano. L’impatto sui conti pubblici rimarrebbe però limitato in quanto il deficit pubblico nel 2024 è stato di oltre 1.915 miliardi di dollari, pari al 7% circa del Pil. Il discorso dell’Amministrazione americana sui dazi si fonda sull’idea che questi possano migliorare la bilancia commerciale degli Stati Uniti (un disavanzo verso l’Europa di circa 150 miliardi di euro all’anno) e che possano rilanciare il settore manifatturiero, che nel 2024 comprendeva l’8% degli occupati. Nella misura in cui i dazi riducono la domanda di beni importati e inducono una riorganizzazione delle catene produttive potrà essere stimolata l’occupazione dei singoli settori protetti dalla concorrenza estera. Benefici che, oggettivamente, tendono a essere sovrastati dalle perdite di occupati nel resto del tessuto produttivo. L’ambizione trumpiana di invertire le tendenze di lungo periodo dell’economia statunitense, rimpatriando l’attività industriale che da oltre mezzo secolo fugge all’estero in cerca di minori costi di produzione e favorendo quindi maggiori livelli occupazionali, resta un disegno difficilmente perseguibile per le tante variabili geopolitiche in campo. Una strategia, quella dei dazi all’importazione, incoerente e dannosa anche per gli Stari Uniti con obiettivi di effetto politico e mediatico, di dubbia realizzazione: la correzione del deficit pubblico americano, il rallentamento conseguente della bilancia commerciale, la reindustrializzazione degli Stati Uniti. Nuovi maggiori dazi aumentano le entrate fiscali, ma hanno effetti negativi sull’economia, perché -è stato fatto rilevare- deprimono la domanda e possono avere effetti distorsivi sull’efficienza economica. Le maggiori entrate fiscali derivanti dai dazi imposti su un’ampia gamma di prodotti importati, e applicati a un ampio numero di paesi, nell’incidere negativamente sui consumi interni e quindi sul fatturato delle imprese importatrici, potrebbero solo parzialmente compensare le minori imposte sui redditi delle imprese. A subirne le conseguenze sono le imprese e i consumatori sui quali, in definitiva, graverà il maggior costo dell’importazione con l’aumento dei prezzi. Effetto domino di questa strategia è il rischio inflazionistico generalizzato dovuto al fatto che le imprese cercano di recuperare i maggiori costi aumentando i prezzi e i consumatori di recuperare la perdita di potere d’acquisto chiedendo maggiori salari. Ma frenare l’inflazione, attraverso una politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, potrebbe causare un rafforzamento del dollaro, che non aiuta le esportazioni americane e peggiora la bilancia commerciale, anche se compensa in parte l’effetto dei dazi sui prezzi interni. Allo stesso tempo il dollaro forte continuerebbe ad attirare dall’estero i capitali necessari a finanziare l’aumento del debito e il persistente deficit commerciale. Su scala mondiale, come risposta ai dazi americani, l’applicazione del “principio di reciprocità” sulle importazioni dagli Usa sarebbe disastroso, amplierebbe le tensioni commerciali, anziché alleviarle. In una economia globale, i dazi generalizzati possono generare effetti a catena. Avremmo, di fatto, un aumento globale di tasse distorsive che causerebbe un...
Read MoreLEGGE DI BILANCIO ALL’INSEGNA DELLA PRUDENZA
Autunno tempo di bilancio, esami in arrivo per il Governo. In cantiere la Manovra 2026, un momento di riflessione sullo stato dell’economia in previsione della programmazione della spesa pubblica e del prelievo fiscale. Entro il 2 ottobre, con l’imprimatur del Consiglio dei Ministri, dovrà essere trasmesso alle Camere il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che, in recepimento della riforma delle regole della governance economica europea, ha sostituito la NaDef (Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza). Il nuovo documento contiene, oltre all’anticipazione delle misure della Manovra 2026 e dei relativi effetti finanziari, l’aggiornamento delle previsioni a legislazione vigente riportate nel Decreto di finanza pubblica 2025, il conto economico delle amministrazioni pubbliche articolate per sotto-settore, l’aggregato della spesa netta, il saldo di cassa del settore statale. La presentazione ufficiale in Parlamento da parte del Governo della Manovra completa avverrà entro il mese di ottobre, preceduta dall’invio a Bruxelles del Documento programmatico di bilancio con l’indicazione dell’obiettivo di saldo di bilancio e delle proiezioni delle entrate e delle spese. La Legge di Bilancio, al termine di un complesso e articolato iter parlamentare, dovrà essere approvata dai due rami del Parlamento entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio. Quest’anno il Governo è nelle condizioni di predisporre la manovra in un favorevole scenario economico per effetto del riconoscimento a livello internazionale del pieno rispetto da parte dell’Italia degli impegni presi sul contenimento di spesa pubblica e deficit. Lo riconosce il Fondo monetario, così come la Commissione europea. Lo spread scende, le agenzie di rating cambiano giudizi e valutazioni sulla solvibilità e solidità finanziaria del Paese, aumenta la fiducia dei mercati. Una stabilizzazione finanziaria, espressione di quella politica, che rende l’Italia un Paese attrattivo per gli investitori in attività produttive. Il Governo non esclude di uscire dalla procedura di infrazione Ue in anticipo rispetto al termine del 2026, riportando il parametro del deficit sotto il 3% del Pil. La parola d’ordine in Via XX Settembre è “prudenza”. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, fedele alla sua strategia, ha sottolineato che “tutte le misure allo studio saranno valutate tenendo conto dell’esigenza di tenere sotto controllo i conti pubblici, in un contesto caratterizzato ancora da turbolenze geopolitiche e macroeconomiche che potrebbero rendere necessarie nuove spese.” Tanti i punti interrogativi sul Pil 2026 (+ 0,7%?) generati dai dazi americani, dalla guerra in Ucraina e nel Medioriente e dagli elevati impatti sui prezzi dell’energia. Una girandola di calcoli per non impattare sui vincoli di Bruxelles. Il cuore della Manovra 2026 sarà ancora una volta il capitolo fiscale, con particolare attenzione al taglio dell’Irpef per i redditi intermedi. Dopo l’accorpamento dei primi due scaglioni operato nel 2024, l’obiettivo del Governo, risorse (e contributi straordinari delle banche) permettendo, è di intervenire sul secondo scaglione (28.000-50.000 euro) per estenderlo fino a 60.000 euro e riduzione dell’aliquota dal 35 al 33%. Altro tema caldo è la rottamazione delle cartelle esattoriali, edizione quinquies, per alleggerire il magazzino debiti che ha superato 1.300 miliardi di euro, distinguendo tra crediti effettivamente esigibili e quelli ormai inesigibili. Una sorta di “pace fiscale”, secondo l’espressione cara al Ministro, per “dare la possibilità a chi si trova in difficoltà di rifiatare e continuare a contribuire”. Chiudere cioè i contenziosi fiscali, permettendo a cittadini e imprese di onorare i propri impegni nei limiti delle possibilità reali, nella consapevolezza della rilevante pressione fiscale del Belpaese che ammonta a oltre il 42,5%. Nessun condono, nessuna scorciatoia per i furbetti, ma un percorso di rientro sostenibile per chi non riesce a pagare le tasse. Il 2026 si preannuncia con un taglio di molti sconti fiscali che hanno accompagnato gli italiani...
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