ADDIO A SCONTRINI E RICEVUTE FISCALI
Scontrini e ricevute fiscali addio. Dopo la fatturazione elettronica introdotta a inizio anno, prosegue la rivoluzione digitale dell’Amministrazione finanziaria. Dal 1° luglio, con il via al processo tributario telematico, scatta un altro importante obbligo: la memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei “corrispettivi” giornalieri per gli esercenti attività commerciali e assimilati (pubblici esercizi, artigiani, ecc.). Si passerà dal registratore di cassa al registratore telematico, ovvero ai nuovi strumenti tecnologici in possesso delle caratteristiche tecniche definite dall’Agenzia delle Entrate in grado di garantire l’inalterabilità e la sicurezza dei dati memorizzati. Questi nuovi registratori (per il cui acquisto è previsto un credito d’imposta pari al 50% della spesa sostenuta, con un massimo di 250 euro) consentiranno di memorizzare i dati di dettaglio e quelli di riepilogo delle operazioni effettuate e trasmetterli giornalmente all’Agenzia delle Entrate. Andranno in archivio alcuni adempimenti contabili come il “registro dei corrispettivi”, l’emissione e la conservazione dei documenti cartacei (scontrini e ricevute ) alternativi alla fattura elettronica. Il Fisco potrà così acquisire in tempo reale ogni elemento per la compilazione della dichiarazione Iva e dei redditi, con la possibilità di verificare gli importi di vendite e prestazioni di servizi e confrontarli con l’Iva pagata, velocizzando l’azione di accertamento nei confronti dei contribuenti. L’obiettivo di fondo dell’operazione è infatti il contrasto all’evasione. L’Iva è la seconda imposta quanto a gettito tributario: oltre 130 miliardi di euro nell’ultimo anno. Ma l’Iva è anche l’imposta più evasa: circa 36 miliardi l’anno. Una perdita per le casse dello Stato tra il 26 e il 27% a cui si aggiunge il minore introito delle imposte dirette (Irpef, Ires) per chi, per evadere l’Iva, non emette fattura, scontrino o ricevuta fiscale. Una criticità tributaria facilitata dal diffuso utilizzo del contante nelle operazioni commerciali. In Italia il cash rappresenta la forma di pagamento nell’86% delle transazioni, come ha certificato di recente il Comitato sicurezza finanziaria (Csf) che ha inserito la Provincia di Varese nella fascia di rischio medio-alto nella specifica mappa dell’uso eccessivo del contante (con Torino, Como, Sondrio, Trento, Padova, Napoli e altre città). A 36 anni dalla sua introduzione avvenuta nel 1983, lo scontrino fiscale lascia il posto allo “scontrino elettronico” che inizialmente interesserà i soggetti iva con volume d’affari 2018 superiore a 400.000 euro, dal 1° gennaio 2020 coinvolgerà l’intero comparto delle attività commerciali, con specifici casi di esonero (tabaccai, giornalai, tassisti, distributori di carburanti e altri). Secondo le stime di Confcommercio saranno oltre due milioni gli operatori economici che dovranno transitare dalla carta al digitale. Una rivoluzione complessa che, ovviamente, riguarderà anche il consumatore al quale, in sostituzione di scontrino o ricevuta, in sede di acquisto o a seguito della prestazione di servizio, verrà rilasciato il nuovo “documento commerciale” che avrà valenza civilistica per l’esercizio di alcuni diritti (reso, cambio o garanzia). Non avrà invece valore fiscale e quindi non potrà essere utilizzato per detrazioni o deduzioni, salvo esplicita richiesta all’atto in cui è effettuata l’operazione: in tal caso, il documento dovrà essere integrato degli elementi fiscali di legge. I contribuenti (persone fisiche) che dal prossimo gennaio effettuano acquisti di beni e servizi, al di fuori dell’attività d’impresa, arte o professione, presso esercenti che trasmettono telematicamente i corrispettivi giornalieri, qualora forniscano il proprio codice fiscale all’esercente, possono partecipare alla c.d. “lotteria degli scontrini”, con possibilità di vincita raddoppiate in caso di pagamento tracciato con carta di credito o bancomat. Si volta pagina. Scontrino elettronico e transazioni cashless con la scomparsa del contante segneranno le future vicende economiche del contribuente nell’ottica di un rapporto di maggiore trasparenza con l’Amministrazione finanziaria, sotto l’attenta regia del … Grande Fratello fiscale. ...
Read MoreDALLE URNE, QUALE EUROPA ?
Quale Europa è uscita dalle urne? Chi ha vinto le elezioni europee di domenica 26 maggio? Il voto per il rinnovo del Parlamento europeo ha visto l’inedito scontro tra europeisti e sovranisti, un referendum sul progetto europeo. In gioco il futuro stesso dell’Ue, la sua integrazione o la sua polverizzazione con il dilagare di piccole patrie regionali incapaci di incidere sullo scacchiere internazionale. A urne chiuse, sul Vecchio Continente non è spuntata l’alba populista e sovranista: non c’è stata la temuta ondata antieuropeista, il massiccio atto di sfiducia nei confronti di Bruxelles, dei suoi vincoli di bilancio e della sua eurocrazia. Al di là dei successi registrati in Italia con Matteo Salvini e in Francia con Marine Le Pen, non saranno i sovranisti a dettare il gioco per i prossimi cinque anni. Il dichiarato “capovolgimento dell’Europa” è rinviato! E’ prevalso il buon senso, la voglia dei popoli europei di continuare a fare strada uniti per costruire un’Europa più forte, allontanando suggestioni e fantasmi del passato. Finito il tempo degli spot elettorali, è iniziato il day after. E non sarà facile. I due storici gruppi dei popolari e dei socialisti europei che hanno “controllato” l’attività parlamentare negli ultimi vent’anni perdono 72 seggi e non possono più contare sulla maggioranza assoluta. Esce di scena Angela Merkel, la “ragazza venuta dall’est”, la Cancelliera che di fatto ha governato l’Europa per quindici anni, erigendosi contro ogni forma di nazionalismo e, sul piano economico, di finanza allegra. Si apre ora una nuova stagione, irta di incognite per i futuri equilibri istituzionali. Il voto comporterà a Strasburgo una ricomposizione della coalizione di maggioranza, cambierà il meccanismo politico e diventerà più complesso. Porte aperte per il blocco liberale, a cui si aggiungerà La Republique en Marche di Emmanuel Macron, di cui il presidente francese vorrebbe farne il perno della governance comunitaria per il rilancio della nuova Europa, con l’eventuale contributo dei Verdi in forte ascesa in molti Paesi. L’europarlamento diventa ora il crocevia del ricambio nelle istituzioni comunitarie. In vista del debutto ufficiale previsto per il 2 luglio a Strasburgo, prendono avvio i negoziati per costruire i gruppi politici che daranno l’impronta al nuovo emiciclo per il prossimo quinquennio. Seguirà quindi la sessione per la delicata elezione del presidente della Commissione Ue, il futuro capo dell’esecutivo, figura cruciale nei rapporti con gli Stati membri dell’Unione. A seguire, dopo la pausa estiva, l’individuazione dei nuovi commissari, per finire in ottobre con la nomina del Presidente del Consiglio europeo e della Banca centrale europea di Francoforte. Sul tappeto ci sono importanti dossier aperti, tra cui l’unione di bilancio, l’unione bancaria, l’armonizzazione fiscale, la riforma di Dublino sui migranti, la crescita economica. Sono questi i temi di fondo che segneranno la futura agenda europea per creare strumenti efficaci di coesione sociale e di stabilizzazione dei cicli economici. Rilanciare cioè il ruolo dell’Europa nel contesto politico-economico mondiale e dare all’Unione una precisa soggettività giuridica nei rapporti internazionali per fronteggiare la globalizzazione dei mercati, arginare i dazi americani e la politica economica espansiva della Cina che estende sempre più la propria influenza in Europa con imponenti risorse finanziarie. E l’Italia, nell’anno di decisioni particolarmente importanti, quale ruolo avrà nel futuro Parlamento europeo? Il rischio è la marginalizzazione, l’irrilevanza della maggioranza dei nostri eurodeputati (47 su 73), perché espressione di gruppi parlamentari di minoranza. In Europa non paga il successo dei sovranisti nostrani. Speriamo in un ruolo di prestigio nella Commissione europea. Lo ha chiesto al Governo senza mezzi termini il Presidente di Confindustria Boccia, intervenuto all’Assemblea Univa di Malpensafiere: “Vogliamo un Commissario Ue di rango, di serie A:...
Read MoreIL REFERENDUM PER L’EUROPA DEL FUTURO
Un voto, quasi un referendum! Azzerata ogni discriminante ideologica del passato fra destra e sinistra, le elezioni di domenica 26 maggio rivestono un chiaro significato referendario: un voto a favore o contro il progetto di integrazione europea. Nel segreto dell’urna la scelta per il futuro dell’Europa, il “redde rationem” tra chi è europeista e chi non lo è. Una novità assoluta per le elezioni europee. L’Europa, pur con le sue contraddizioni, non ha mai rappresentato, nelle varie tornate elettorali dal 1979 in avanti, un tema politico su cui confrontarsi o fare propaganda partitica. Non è mai stato terreno di divisione nelle comunità nazionali, di scontro fra le forze politiche. Lo scenario è ora cambiato. La crisi economica, il disagio sociale e i flussi migratori hanno generato un rigetto dell’establishment, una domanda di sovranismo quale risposta ai guasti dell’Europa dell’austerità, della mania normativa, lontana dai bisogni della gente. Un sovranismo che è espressione della crisi di fiducia dei cittadini europei nei confronti della politica dell’Ue, dell’euroburocrazia di Bruxelles, delle istituzioni comunitarie in balia dei veti incrociati per gli interessi dei Paesi membri. Ma vagheggiare frontiere chiuse, monete nazionali, isolazionismo e autarchia sotto la bandiera di una surreale “internazionale nazionalista” è una ricetta illusoria che ipoteca la marginalizzazione degli Stati in mercati finanziari globalizzati. E’ un sovranismo che non ha futuro, perché rompere con l’Ue sarebbe fatale per l’economia reale e la stabilità politica. Con una buona dose di demagogia populista, l’Unione europea e la sua forma più avanzata di integrazione, la moneta unica, sono diventate il capro espiatorio dei mali nazionali di Paesi che, per incapacità politiche e limiti strutturali, non sono riusciti a garantire livelli di crescita economica sostenibile e duratura, a creare le condizioni per uno sviluppo sociale equilibrato. E’ troppo facile far risalire ritardi e inefficienze nazionali alle istituzioni comunitarie, sollevando i governi nazionali da responsabilità antiche e recenti. Vittima di amnesia storica, l’euroscetticismo continua a disconoscere i meriti del progetto europeo, consolidati in settant’anni di pace: dal mercato unico alla libera circolazione delle persone, dalla politica di coesione sociale agli scambi culturali e studenteschi, dalla cooperazione per lo sviluppo alla tutela della concorrenza, alla privacy. Che l’Europa unita sia un’opera incompiuta, un progetto in divenire, è evidente! Vanno corrette asimmetrie importanti. In primis, quella di una moneta unica senza una governance economica, senza una unione di bilancio e una unione bancaria. Uno spazio comunitario privo di una difesa comune, di strumenti di protezione dei confini esterni. Serve un big bang in grado di rilanciare, con lo spirito originario dei Padri fondatori, la costruzione della comune casa europea per riavvicinare l’Europa ai suoi cittadini: potenziare il welfare state e le politiche ambientali, stabilizzare il ciclo economico, armonizzare i sistemi fiscali e previdenziali nazionali per azzerare paradisi fiscali e dumping sociale. La sfida è la “sovranità europea condivisa”, l’interdipendenza delle politiche nazionali sui temi di generale rilevanza, con soluzioni europee. Non un super Stato europeo, né un’associazione di Stati da tenere in vita con accordi intergovernativi, ma una unione federale con sovranità su un nucleo forte di questioni comuni, lasciando alle sovranità nazionali la gestione degli altri problemi, nel rispetto delle singole identità. Alle Istituzioni comunitarie la mission di dare all’Ue una voce unica nel contesto internazionale, di recuperare la centralità del suo ruolo, fattore di stabilità politica, di sviluppo economico e di contrasto alla globalizzazione selvaggia. Sono in gioco le sorti del Vecchio Continente. Per l’Italia, l’Europa integrata costituisce la condizione primaria della sicurezza politica, economica e sociale. Da Paese fondatore rischia di scivolare nell’oblio della storia, emarginata nell’assetto istituzionale europeo. Il “nemico” dell’Italia non è l’Europa...
Read MoreL’ EUROPA (MALATA) DEI SOVRANISMI
A poche settimane dalle elezioni europee, forti venti di euroscetticismo soffiano su tutta l’Europa. E’ profonda la crisi di fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni comunitarie. Una delusione per l’Unione giudicata invadente e lontana dai bisogni della gente, soprattutto in quelli di impatto diretto sulla vita di ogni giorno. Questa Europa provoca sentimenti di ostilità, viene vissuta come l’Europa degli euroburocrati di Bruxelles e dei poteri finanziari alla quale si oppone con fermezza la galassia eterogenea di partiti e movimenti nazional-populisti che si stanno imponendo in molti Paesi, sollevando seri interrogativi sul futuro delle democrazie europee. Insicurezza economica e disagio sociale rafforzano la domanda di sovranità, quella che Luigi Einaudi definì il “mito funesto”. Il nazionalismo, padre di tutte le guerre, torna ad alzare la testa in maniera preoccupante, proponendo un presente che ha perso la memoria storica del passato! In un’Europa segnata da una lunga crisi economica e da politiche di austerità, il sovranismo è divenuto la stella polare per l’identità politica per la maggior parte degli europei che manifestano un rigetto crescente verso i partiti tradizionali colpevoli di aver tradito l’integrità nazionale. Un rigetto che affonda le sue radici nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia, nelle difficoltà occupazionali dei giovani, nel welfare sempre più incerto. Gli elettori, spaventati dal futuro perché vedono il loro modello di vita messo in dubbio dalle migrazioni e dalla ripresa che non decolla, votano contro l’establishment ritenuto non più credibile. E’ in questa precarietà sociale che i movimenti nazional-populisti alimentano anacronistiche suggestioni sovraniste che azzerano di fatto quella solidarietà che in Europa aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno di un’ Europa unita, disegnato nello storico Manifesto di Ventotene da Altiero Spinelli. La risposta all’euroscetticismo non è la democrazia autoritaria del nazionalismo, ma l’autorità della democrazia per difendere la “sovranità europea condivisa” dalle pulsioni nazionaliste e dai sistemi illiberali. Non si possono assecondare timori e paure ricorrendo alle scorciatoie sovraniste! Nessun Paese europeo, da solo, può garantire la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Al di là dei demagogici proclami per catturare consensi elettorali, l’alternativa all’integrazione fra i popoli non è il ritorno alla sovranità nazionale, ma la balcanizzazione del Vecchio Continente con il dilagare di piccole patrie regionali incapaci di incidere sulle dinamiche continentali e ancor meno fronteggiare con successo i guasti della globalizzazione. Sarebbe alto il prezzo da pagare per conquistare una “sovranità tradita” per un populismo che, coltivando promesse demagogiche (le leve del potere sono altrove), ripudia la democrazia rappresentativa fondata sulla delega, sulla centralità del Parlamento e sulla separazione dei poteri. Un populismo arrembante sconfitto in Spagna. L’Europa, attraverso un patto fondante e l’interdipendenza delle politiche economiche e sociali, deve valorizzare la propria identità culturale, rilanciare lo sviluppo e la crescita, recuperare in un momento di tensioni sullo scacchiere internazionale la centralità politica del suo ruolo. Un salto di qualità per fermare gli egoismi nazionali e contrastare la miopia politica di chi dimentica i lutti e le distruzioni dei nazionalismi del XX secolo. E’ questa la sfida! Una sfida che i cittadini europei vinceranno. Ne è convinto il capo dello Stato Sergio Mattarella che, nella recente intervista alla rivista di affari politici francese “Politique internazionale”, in vista del voto europeo del 26 maggio, ha così dichiarato: “Il vento del sovranismo non minaccerà l’esistenza dell’Ue.” Che prevalga davvero il senso della storia per costruire, in un ritrovato spirito unitario, un’Europa...
Read MoreCONTI PUBBLICI FRA SOGNI E … BUGIE
Conti pubblici, problemi di sempre! Il Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei Ministri ha ridisegnato il quadro macroeconomico italiano riproponendo le incertezze e i vincoli di finanza pubblica per la prossima Legge di bilancio. Un documento che nell’aridità di numeri e tabelle certifica che l’Italia, al di là dei roboanti proclami del vice premier Di Maio nella “notte del balcone”, è ferma. Maxi taglio delle stime di crescita fissate per l’anno corrente allo 0,2% rispetto all’1,5% di dicembre, poi corretto all’1% in sede europea. Una previsione che si avvicina a quella dell’Ocse (-0,2%). Un quadro dunque fortemente critico. Lo ha ribadito il Commissario Ue per gli affari economici Moscovici: “L’Italia sta soffrendo una situazione di stagnazione, se non di recessione, fonte di incertezza per tutta l’Eurozona”. Il deficit dal 2% del Pil sale al 2,4% con ripercussioni sul debito pubblico che invece di ridursi come promesso continua ad aumentare, toccando a febbraio il record di 2.354 mld di euro, pari al 132,8% del Pil. E’ il macigno strutturale che paralizza l’economia italiana sul quale pesa la spesa per interessi che dai 64 mld di euro di quest’anno crescerà ai 73,7 del 2022. In valore assoluto, il conto aggiuntivo accumula 17,4 mld in tre anni. E’ la conseguenza delle incertezze politiche, è scritto con chiarezza nelle pagine del Def: a spingere sullo spread “sono state le forti tensioni sul mercato dei titoli di Stato alimentate dalle vicende politiche che hanno caratterizzato la formazione e l’elaborazione del programma del nuovo governo. Il debito toglie risorse importanti alla finanza pubblica, in quanto allocate al pagamento degli interessi, e rappresenta un fardello per le generazioni future.” Ma sul bilancio pesano anche gli effetti di “quota 100” che solo quest’anno costerà 8,6 mld, per crescere poi di 10 mld l’anno. Con gli effetti del “reddito di cittadinanza” (6 mld quest’anno), i costi delle due riforme arrivano a 38 mld in tre anni. La strada verso la manovra d’autunno appare tutta in salita. Secondo le stime del Sole 24 Ore, per centrare gli obiettivi programmatici di finanza pubblica occorrono misure extra che “fra quest’anno e il prossimo anno devono portare 46,6 mld alla causa di deficit e debito, senza i quali tutti i parametri punterebbero decisamente in alto aprendo rischi ulteriori per l’accoglienza dei nostri conti pubblici in Europa e soprattutto sui mercati.” Per sterilizzare le clausole di salvaguardia Iva, neutralizzandone l’aumento delle aliquote, il Governo, con non poco ottimismo (e qualche bugia di troppo!), punta a reperire le relative risorse di 23 mld da spending review, tax expenditures e revisione di sconti e bonus fiscali. Le stesse che dovrebbero assicurare la copertura di 12-15 milioni anche per la flat tax al 15% per le famiglie con redditi fino a 50 mila euro. Il libro dei sogni si arricchisce di nuove pagine. La campagna elettorale non è mai finita, caccia al voto! In attesa del “boom economico” e dell’ “anno bellissimo” disegnato dal premier Conte, il ministro dell’Economia Tria, con maggiore realismo, non nasconde le difficoltà della manovra di bilancio con rischi di ribasso della crescita: “il profilo delineato per l’indebitamento netto richiederà l’individuazione di coperture di notevole entità”. Tradotto dal politichese: manovra correttiva, aumento Iva anticipato a luglio, patrimoniale? Il Governo smentisce, ma la fragilità del Paese rischia di tradursi in instabilità fuori controllo in presenza di una fantasiosa programmazione economica e finanziaria. I mercati finanziari non...
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