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ASTENSIONISMO, INCOGNITA DEL VOTO

Posted by on Feb 11, 2018 in La nostra Società | Commenti disabilitati su ASTENSIONISMO, INCOGNITA DEL VOTO

ASTENSIONISMO, INCOGNITA DEL VOTO

Conto alla rovescia per l’appuntamento elettorale. Fra un sondaggio e un altro, l’incognita di fondo resta quella legata alla partecipazione al voto. Al di là delle ricette magiche dei candidati premier, il vero protagonista di una campagna elettorale caratterizzata finora da grande confusione dialettica rischia di diventare il partito dell’astensione. Secondo gli ultimi rilevamenti, la governabilità del Paese è nelle mani del 35-40% di elettori che brancola nell’incertezza, non avendo ancora maturato alcuna volontà di deporre la scheda nell’urna. Sono oltre 16 milioni le persone che potrebbero non recarsi a votare, e l’astensione giovanile rappresenta il dato più allarmante: la metà degli under 25 resterà a casa  per totale dissonanza. L’esito finale delle elezioni e quindi  gli equilibri politici con le future  Intese e alleanze di governo è sempre più condizionato dal “silenzioso” quarto schieramento politico in campo, il primo partito italiano, il “partito del non voto”! Per la mancanza di un interlocutore capace di recepire le istanze dei cittadini e trasformarle in azioni compiute, in obiettivi raggiunti, si allunga l’onda astensionista, ampia e poco omogenea, che da destra a sinistra conquista consensi crescenti. Un fenomeno che esprime in primis delusione e sfiducia nei partiti e che indebolisce le istituzioni, come ha sottolineato nel suo appello agli italiani il presidente Mattarella.  Un appello  alla partecipazione che si infrange contro il disinteresse, “l’indifferenza della gente alla vita comunitaria” , secondo il sociologo Giuseppe De Rita. Un elettorato che dalla rabbia contro i privilegi della casta è passato alla indignazione e alla delegittimazione della classe politica, respingendo ai partiti le strumentali promesse elettorali, sollecitandone invece una incisiva azione di moralizzazione  della vita pubblica. Nessuna improvvisazione sui problemi di fondo del Paese, ma la richiesta di un responsabile  programma di rilancio della politica intesa come autentico servizio alla comunità nel precario quadro socio-economico nazionale. Tramontate le ideologie, scomparsi dalla scena  i “cavalli di razza”  con partiti in crisi di uomini e di idee, prende il sopravvento l’anti-politica, il rifiuto cioè di ogni appartenenza, di ogni identificazione ideologica che in passato ha rappresentato una scelta di campo, una fede da abbracciare sposando a volte dogmatismi e rigidità ideologiche. Allentato ogni costruttivo rapporto con il territorio, oggi i partiti, privi di un solido ancoraggio a ideali e programmi, da “polo di attrazione e di intermediazione” di interessi anche economici, si sono ridotti a fare da … marketing alla demagogia spicciola e all’ingannevole populismo senza tracciare una rotta politica ben precisa, di lungo respiro. E’ scomparsa la bussola istituzionale! Il rischio è di consegnare il … timone del  comando ai padroni della rete (per lavaggi mentali di massa) e alla finanza internazionale (per opache ingerenze sulla sovranità nazionale) o, ancor peggio, alla ingovernabilità. La presentazione delle liste elettorali di questi giorni, pomo della discordia nei partiti, alimenta ulteriormente le fughe astensioniste a conferma che il fenomeno dell’astensione non è la conseguenza di un estraniamento sociale e politico, ma un comportamento consapevole che esprime la distanza dalla politica, la protesta contro la mala gestione della cosa pubblica, la sfiducia verso il ruolo dei partiti, verso la loro scarsa rappresentatività della volontà popolare. Un astensionismo tra disaffezione e riscatto sociale. Se è vero che la febbre dell’astensionismo indebolisce la salute della democrazia e mina alle radici la credibilità delle istituzioni, è auspicabile un cambio di rotta da parte di chi si candida a governare il Paese, cominciando finalmente a parlare dei veri problemi sentiti nel quotidiano dai cittadini:  lavoro, fisco, scuola, sanità, burocrazia, sicurezza. Affrontare cioè problemi comuni e assegnarne la soluzione a un premier credibile che Ipr Marketing individua in una “figura solida, affidabile, capace e...

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ELEZIONI E TIMORI EUROPEI 

Posted by on Gen 29, 2018 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su ELEZIONI E TIMORI EUROPEI 

ELEZIONI E TIMORI EUROPEI 

Fra promesse e invettive, si avvicina in un clima di incertezza il voto del 4 marzo. E sulla movimentata vigilia elettorale è suonato l’allarme dell’Europa per le incognite legate alle prospettive economiche e politiche . Il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici, che distribuisce le “pagelle di stabilità” ai Paesi dell’Unione, ha parlato di “rischio politico in Italia per l’Ue” per la spregiudicatezza dei partiti nel promettere tagli e sconti fiscali non compatibili con il precario quadro di finanza pubblica del Paese. Gli hanno fatto eco Christine Lagarde, Presidente del Fondo monetario internazionale, che ha sottolineato “i rischi associati all’incertezza politica” per il nostro debito pubblico in continua crescita, e in settimana, al World Economic Forum di Davos,  il segretario generale dell’Ocse Angel Gurrìa: “scegliere fra chi propone di andare avanti sulle riforme e chi dice no a tutto senza fare proposte vere”. L’Europa, in particolare, ci guarda con attenzione. Nessuna indebita intrusione di Bruxelles nella campagna elettorale, ma “legittima preoccupazione di salvaguardare la stabilità della comune casa europea”, già  minacciata dal difficile negoziato Brexit, oltre che dalla fuga in avanti del nuovo governo austriaco in rotta di avvicinamento con la “banda dei quattro” di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia) che frenano il processo di integrazione europea. A livello comunitario si teme che dalle urne, alle  prossime elezioni, difficilmente usciranno condizioni di governabilità in linea con gli impegni presi dall’Italia con i Trattati europei, dai criteri di Maastricht, al patto di stabilità, al fiscal compact. E sui parametri Ue è scontro fra le forze politiche per alcune delle quali “i vincoli europei sono una gabbia” che sarà necessario aprire  per mantenere le tante promesse fatte in campagna elettorale, in primis la flat tax, alla ricerca di copertura. A meno che non intervenga la … “fatina blu” ad assicurare le adeguate risorse finanziarie. Ma sforare deficit, debito e spesa pubblica, se può essere funzionale a catturare voti, comporta molteplici rischi. Non solo quelli legati alla instabilità economica e finanziaria e alle speculazioni dei mercati con  ripercussioni sullo spread e conseguenti ricadute sul debito, ma anche rischi di natura politica. L’Italia, terza economia della zona euro, si avvierebbe verso una pericolosa deriva isolazionistica, allontanandosi dall’originario progetto politico europeo che aveva contribuito a disegnare. Le divergenze economiche, in una unione monetaria, difficilmente possono coniugarsi con la coesione politica. In tale contesto di precarietà si inseriscono i timori di Bruxelles nella consapevolezza che per l’Italia, appena uscita dalla grave crisi finanziaria e recessiva dell’ultimo decennio, abbandonare una politica fiscale prudente, con una spesa pubblica in deficit, vorrebbe dire vanificare gli sforzi fatti da famiglie e imprese per superare la crisi. E se, in un Paese super indebitato come il nostro, mancano certezze di copertura, il buco di bilancio potrebbe causare nuove rovinose cadute con danni per quegli stessi cittadini ai quali, con ricette miracolistiche, si chiede ora il voto. Un voto che non potrà essere considerato una licenza per scommettere con inquietante leggerezza sul futuro del Paese! Accantonare dunque ogni facile populismo e guardare con realismo i conti pubblici e il quadro economico generale per realizzare programmi seri e concreti proiettati verso una dimensione europea che implicano azioni di governo coraggiose e credibili. E la priorità non potrà che essere l’abbattimento del debito e una robusta spending review! L’Europa si appresta a rimettersi in moto e la svolta politica tedesca prepara il rilancio dell’Unione in sintonia con la Francia. Un input per la riforma dell’Eurozona, punto di partenza per una maggiore integrazione europea per alcuni partner accanto alle “velocità diverse” per altri. Lasciare le sorti dell’Ue nelle mani frano-tedesche sarebbe...

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LE  PROMESSE  ELETTORALI

Posted by on Gen 16, 2018 in La nostra Società | Commenti disabilitati su LE  PROMESSE  ELETTORALI

LE  PROMESSE  ELETTORALI

Dall’ Istat arrivano segnali positivi per la nostra economia: sono in crescita gli indicatori di produzione e occupazione dopo la devastante crisi degli ultimi anni, la più grave della storia economica dell’Italia in tempo di pace. Risultati confortanti sui quali però si proietta minacciosa l’ombra del debito pubblico salito a quasi 2300 miliardi di euro, pari al 132% del Pil! Per l’anno appena iniziato una pesante eredità che da decenni condiziona la nostra economia, esponendoci ai contestati diktat europei e agli umori dei mercati finanziari. La “prova debito” resta il vero esame dell’Italia in ripresa: una fragilità strutturale con la quale deve fari i conti la campagna elettorale che, in vista del voto del 4 marzo, ha finora registrato promesse e proclami non compatibili con il precario quadro di finanza pubblica. Annunci di tutti i leader su improbabili tagli e costosissimi impegni. Dalla cancellazione del Jobs Act alla legge Fornero, dal bollo auto alle tasse universitarie, al canore Rai, dal salario minimo al reddito di cittadinanza, all’aumento delle pensioni minime, dalla flat tax agli studi settore: una fantasiosa e pirotecnica sagra della “bugia istituzionale” che, nel delegittimare ogni serio e credibile progetto politico, offende l’intelligenza dell’elettore, allontanandolo sempre più dal voto. Un proliferare quotidiano di proposte che richiederebbero attenzione e rigore. Una fuga da ogni responsabile programma di governo per catturare consensi con promesse prive di adeguata copertura finanziaria. Un “rischiatutto” dai risvolti inquietanti sul piano della sostenibilità economica e della credibilità internazionale sui mercati finanziari. E, in presenza di una crisi di fiducia degli investitori,  lo spread non perdona! Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Mattarella, commentando la fine della legislatura, è stato molto chiaro: “servono proposte realistiche e concrete, necessarie per la dimensione dei problemi del Paese”. Un appello di buon senso rivolto alla politica caduto miseramente nel vuoto. Impietoso il check dei costi delle proposte dei partiti fatto da Il Sole 24 Ore: 200 mld di promesse e bugie elettorali, pari al 12% del Pil. Una cifra enorme, lontana dalla realtà e dai cronici problemi di bilancio. Un libro dei sogni da … leggere dopo il responso elettorale delle urne per “apprezzarne” la leggerezza e il contenuto surreale (o ingannevole?) di chi lo ha scritto. Il capitolo sulla legge Fornero è certamente quello più “fiabesco” nella consapevolezza che cancellare la riforma Fornero, uno dei pilastri del sistema pensionistico italiano e della sostenibilità (e sovranità) finanziaria del Paese, significa ipotecare un crack catastrofico con ricadute sul patrimonio di famiglie e imprese compromettendo il destino delle future generazioni. Pur tra mille sfumature dialettiche, un tema accomuna gli schieramenti politici in campo: la guerra dichiarata al fiscal compact, ovvero al trattato europeo del 2012 con i vincoli sui conti pubblici, in particolare il pareggio strutturale di bilancio con l’impegno di ridurre di un ventesimo l’anno la parte del debito pubblico eccedente il 60% del Pil. Tutti concordi nell’ignorare il debito e costruire la crescita sul deficit, dimenticando che senza l’intesa sulle regole del fiscal compact, sottoscritto dall’Italia, la Banca centrale europea non avrebbe mai avallato l’acquisto massiccio dei nostri titoli pubblici (“quantitative easing”) che ha consentito una forte contrazione dei tassi d’interesse sul nostro debito e quindi considerevoli risparmi pubblici, non utilizzati però per la riduzione dell’elevato  indebitamento dei conti. Più che lanciarsi in facili promesse, che non potranno mai essere mantenute in assenza di un taglio della spesa pubblica improduttiva e di una robusta crescita economica, sarebbe forse più corretto politicamente onorare nei programmi di governo un  “vincolo di responsabilità”, impegnarsi cioè per interventi concreti a favore dei grandi temi da cui dipende il futuro...

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L’EUROPA   E  I  POPULISMI

Posted by on Dic 18, 2017 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su L’EUROPA   E  I  POPULISMI

L’EUROPA   E  I  POPULISMI

E’ profonda la crisi di fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni comunitarie. Una delusione per l’Unione, giudicata invadente e lontana dai bisogni della gente, soprattutto nei processi decisionali relativi ai temi di impatto diretto sulla vita di ogni giorno. E si parla di deficit democratico per censurare la carenza di rappresentatività delle istituzioni di Bruxelles. Questa Europa provoca sentimenti di ostilità, viene vissuta come l’Europa dei poteri finanziari e dei governi succubi, non certo della sovranità popolare. Negli ultimi decenni, una galassia eterogenea di partiti e  movimenti nazional-populisti si stanno imponendo in molti Paesi. Un fenomeno nuovo che pone interrogativi sul futuro delle democrazie europee e richiede una riflessione ampia e articolata sugli effetti dei cambiamenti globali in atto. L’avanzata del populismo e del nazionalismo insidia il sogno europeista e fa vacillare le nostre democrazie sotto la spinta degli estremismi. Il nazionalismo, padre di tutte le guerre, torna ad alzare la testa in maniera preoccupante, proponendo un presente che ha perso la memoria del passato! In un’Europa segnata da una lunga crisi economica e da politiche di austerità, populismo e nazionalismo rischiano di prendere il sopravvento veicolando l’opinione pubblica verso pericolose forme politiche di anti-sistema. Lo Stato-nazione è ancora il riferimento principale per l’identità politica per la maggior parte degli europei che manifestano un rigetto crescente verso i partiti tradizionali colpevoli di aver tradito l’integrità nazionale. Gli elettori,  spaventati dal futuro  perché vedono il loro modello di vita messo in dubbio dalle migrazioni e dalla ripresa che non decolla, votano contro l’establishment, ritenuto non più credibile. Il malessere è nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia e dei giovani arrivati sul mercato del lavoro dopo il crack del 2008, terrorizzati di perdere il benessere di padri e nonni. E’ in questo spazio di forte disagio sociale che nascono e crescono i movimenti nazional-populisti che di fatto azzerano  quella solidarietà che in Europa aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno dell’Unione europea. Si era provato a dare all’Europa una sua Costituzione, nella speranza che potesse divenire una carta federatrice. Ma i problemi si sono invece moltiplicati e il progetto di un patto costituzionale (bocciato da Francia e Olanda) è diventato un fattore di disunione a conferma che la politica europea è sempre più avvolta in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni. Una politica che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi di identità nazionali. Si pagano a caro prezzo i tanti compromessi al ribasso di un’Europa intergovernativa priva di un vero governo capace di rispondere alle attese dei cittadini. Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’ Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori. La cattiva gestione dei flussi migratori con paure crescenti, incertezza economica, incubo del terrorismo islamico aumento delle tasse, welfare precario sono alla base del diffuso nazional-populismo. Ognuno è preoccupato del proprio orticello e per questo assistiamo alla costruzione di muri e barriere, in contrasto con i principi ispiratori dell’Europa unita. L’unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante. Per superare con equilibrio e lungimiranza le sfide mondiali con soggetti politici nuovi, per trovare cioè la via del futuro, non basta l’unità delle monete, dei mercati, delle banche centrali. L’Europa deve  valorizzare la propria identità culturale e quella economica con il rilancio di politiche espansive e di crescita. Occorre ridurre le differenze fra le classi sociali, accentuate da...

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NOVEMBRE, IL FISCO BATTE CASSA!

Posted by on Nov 29, 2017 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su NOVEMBRE, IL FISCO BATTE CASSA!

NOVEMBRE, IL FISCO BATTE CASSA!

In attesa dell’approvazione della Legge di bilancio con le relative novità  fiscali,  per imprese e famiglie è arrivato il mese delle tasse con una lunga lista di scadenze e numerosi adempimenti.  Il Fisco batte cassa! Tra Iva periodica, contributi INPS, ritenute d’imposta, addizionali e acconti di Irpef, Ires e Irap i contribuenti sono chiamati a versare all’erario entro novembre circa 55 miliardi di euro. Un gettito tributario che, secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, sarà assicurato dall’ imposta sul reddito delle società di capitali (Ires) con 14 miliardi di euro, dall’ IVA dei lavoratori autonomi e imprese con 13 miliardi di euro, dalle ritenute Irpef di lavoratori dipendenti e collaboratori con 10,9 miliardi di euro, dall’acconto Irpef con 7,7 miliardi di euro, Irap con 6,8 miliardi di euro  e infine dall’addizionale regionale Irpef e dalle ritenute dei lavoratori autonomi con circa 2 miliardi di euro. Una girandola impressionante di entrate per alimentare la spesa pubblica, in primis gli interessi sul crescente debito pubblico e la previdenza. La “longa manus” del Fisco colpisce soprattutto le imprese il cui carico fiscale non ha pari nel resto d’Europa: nel 2015, circa il 15% del gettito fiscale totale (490 miliardi) rispetto al  14,8% dell’Irlanda, al 12,9 del Belgio, al 12,7 dell’Olanda, all’11,8% della Spagna, all’11,6% della Germania e dell’Austria. La media dell’Ue si attesta all’11,5%. A fronte del gravoso prelievo tributario, le imprese lamentano da tempo la inadeguatezza dei servizi erogati dallo Stato, il debito della Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori (oltre 64 miliardi di euro) e soprattutto il peso economico del deficit infrastrutturale e della cattiva burocrazia che incide fortemente sulla competitività internazionale a livello di costi di produzione. Un impatto che frena anche gli investimenti stranieri nel nostro Paese. Dopo il caos di ottobre legato allo spesometro e alle sue difficoltà operative (si sta ora rimediando con la Legge di bilancio), per le partite IVA in particolare è iniziato un mese impegnativo sul piano della liquidità, con crediti in bilancio non facilmente esigibili e rapporti bancari sempre più precari, senza ignorare la stretta sulle compensazioni d’imposta in via di  drastico rafforzamento. In pieno clima pre-elettorale non mancano promesse di tagli di imposte e tasse: la solita fantasiosa rincorsa verso il libro dei sogni in presenza di un ingombrante debito pubblico. La realtà è ben diversa, è sotto gli occhi di tutti. Ogni anno, già con le vecchie Leggi finanziarie, ai contribuenti vengono chiesti nuovi sacrifici attraverso nuove imposizioni , a volte cambiando  il nome del balzello. Si opera senza una politica fiscale improntata a una tassazione di equità. Conciliare gettito tributario e capacità contributiva del contribuente sarebbe fondamentale per l’affermazione  dei principi di civiltà giuridica e per contenere la diffusa “evasione da sopravvivenza”. E’ stretta la strada da percorrere per arrivare a una reale diminuzione della pressione fiscale a causa dei vincoli europei imposti ai nostri dissestati conti pubblici. Nel Belpaese un taglio delle tasse, se pur minimo,  resta strettamente legato alla spending review, alla moralizzazione della vita pubblica, a una finanza pubblica trasparente, non inquinata dal malaffare a qualsiasi livello, istituzionale e territoriale. Il quadro macroeconomico e finanziario del Paese non consente errori: il rischio è che potremmo essere “costretti” a ripianare buchi di bilancio con manovre correttive dure da assorbire. Si impongono scelte serie e coraggiose, proiettate nel futuro. Non misure tampone, ma finalmente una rigorosa politica di risanamento della  finanza pubblica e di sviluppo della nostra economia con una organica riforma fiscale. Vorremmo condividere l’ottimismo del  Ministro Padoan:  “l’Italia è nel mezzo del treno della crescita europea, in un paio d’anni saremo in...

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