MACRON E LA RIFORMA DELL’ EUROZONA
“Il mondo e l’Europa hanno bisogno di una Francia forte, rilanceremo l’Unione europea”. Con questa solenne dichiarazione si è insediato all’Eliseo Emmanuel Macron. A Parigi lanciata la sfida per salvare l’Europa e dissolvere il diffuso disagio sociale, causa di un antieuropeismo alimentato da spinte nazionaliste. Costruire cioè un’Europa credibile sul piano socio-politico e competitiva su quello economico, un obiettivo ambizioso condizionato da una diversa architettura istituzionale e dal modello di crescita che si vuole sviluppare. E Macron intende rafforzare l’Europa intervenendo sull’Eurozona con la proposta di un bilancio comune e un ministro delle Finanze europeo, nell’ottica di una Unione non più sbilanciata nei rapporti di forza interni, meno esposta al rischio di altre scissioni, sulla scia di Brexit. La recente intervista rilasciata a Repubblica dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfang Schauble, in sintonia con il neo presidente francese rivela con chiarezza la visione di prospettiva sul futuro dell’area euro. La priorità dell’Eurozona, secondo Schauble, è quella di raggiungere “una convergenza adeguata delle politiche economiche e finanziarie”, realizzando nei Paesi in difficoltà le riforme necessarie e migliorando la competitività. Per promuovere un tale salto di qualità e garantire un equilibrato sviluppo economico all’interno dell’Unione, la strada da percorrere è quella che porta alla istituzione di un ministro europeo con possibilità di intervento diretto sui bilanci nazionali, preludio alla unione bancaria e a quella fiscale. Chiaro sul punto il ministro tedesco: “Prima di mettere i rischi in comune, dobbiamo ridurli”. Come dire: non è la Germania con il suo massiccio surplus commerciale a essere forte ma sono gli altri Stati membri dell’Unione che devono rafforzarsi per uscire dalla lunga crisi economica e finanziaria. In Francia e nei Paesi del Mediterraneo la crescita è troppo bassa, la disoccupazione è alta e quella giovanile è drammatica, con valori che oscillano fra il 24% della Francia e il 50% della Grecia. Questi sono Paesi nei quali le riforme implementate non sono sufficienti nel contesto di una debole crescita complessiva. Riforme che non riescono a contrastare la delocalizzazione di posti di lavoro causate dalla globalizzazione e a frenare l’espulsione dal mondo del lavoro e l’emarginazione sociale di “nuovi poveri” con i loro sentimenti anti-establishment. La soluzione ai problemi delle economie europee richiede riforme radicali che incoraggino modelli di crescita più vigorosi e più inclusivi, sia a livello nazionale che europeo. In particolare, i Paesi devono ridurre le rigidità strutturali che scoraggiano gli investimenti e ostacolano la crescita e mirare a ridurre i costi unitari del lavoro rispetto alla produttività nella prospettiva della convergenza di tali costi sul piano comunitario. Creando una solida base competitiva e attrattiva si potrà vincere la difficile sfida sui mercati esteri e dare ai cittadini europei la speranza di un lavoro e di una vita migliore. Al Presidente Macron il compito di riformare l’Eurozona per salvare l’Europa, restituendo alle istituzioni comunitarie la centralità sulla scena mondiale. A Parigi è stato ben compreso che l’eccesso di regole e imposizioni comunitarie polverizza il consenso dei cittadini, sempre più lontani da Bruxelles e dalla sua governance tecnocratica. “La mia convinzione, ha dichiarato Macron, è che la vera sovranità passi per l’Europa: sul rilancio economico, sulla protezione commerciale, sulla sicurezza e la difesa, sulla rivoluzione digitale. Un progetto comune con i principali partner per rivedere le regole europee contro il dumping con un controllo degli investimenti stranieri nei settori strategici della nostra economia, riforma del lavoro, fondo di sostegno alle imprese”. Una rifondazione del progetto europeo! E’ questa la strada tracciata a Parigi per rilanciare l’Unione europea e le sue storiche aspirazioni. Un’opportunità da non perdere per evitare l’azzeramento del processo di integrazione...
Read MoreFESTA DELL’EUROPA FRA PAURE E SPERANZE
Parigi 9 Maggio 1950: Robert Schuman legge alla stampa, convocata al Quay d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri, questa dichiarazione: “La pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza iniziative all’altezza dei pericoli che ci minacciano. Mettendo insieme talune produzioni base saranno realizzate le prime fondamenta di una Federazione europea”. L’invito di Schuman si concretizzò con la istituzione della CECA, Comunità economica del carbone e dell’acciaio tra Francia, Germania, Italia e Paesi del Benelux per gestire in accordo queste due materie prime. Vinti e vincitori della seconda guerra mondiale uniti attraverso la cooperazione economica per un comune percorso di pace e di progresso. L’alba di una nuova Europa. Simbolicamente, la CECA rappresenta infatti il primo mattone nella costruzione della “comune casa europea” a cui hanno fatto seguito i Trattati Roma e quello di Maastricht. Nel ricordo di quello storico evento, il 9 maggio di ogni anno, nei 27 Stati dell’Unione europea si festeggia la “Giornata dell’Europa”. Ma nell’attuale contesto comunitario sempre più segnato da un crescente euroscetticismo è difficile immaginare il futuro politico-istituzionale dell’Unione europea. L’Europa non fa più sognare. Il “modello europeo” è da tempo avvolto in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni, acuite dalla crisi finanziaria ed economica. Un modello che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure. Un’Europa intergovernativa, spesso litigiosa, senza una identità politica e priva di un governo capace di rispondere con politiche adeguate alle attese e ai bisogni dei cittadini. Un’opera incompiuta: l’architettura europea è rimasta a metà, con una moneta unica e una politica monetaria nell’eurozona a cui non corrisponde una unione bancaria, fiscale e soprattutto una unione politica. Manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante per poter parlare al mondo intero con una sola voce. Un’Europa che ha smarrito l’originario spirito unitario dei Padri fondatori con le sue spinte federaliste soppiantato da pulsioni nazionaliste. Un antieuropeismo alimentato dalla sordità dell’establishment al diffuso disagio sociale. E Brexit ne è la conferma! I governi nazionali appaiono divisi, intenti solo a difendere anacronistiche rendite di posizione o a inseguire disegni egemonici. E se l’Europa non avanza, retrocede! Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’ Unione. Ma pur incompiuta, l’Europa ha assicurato decenni di pace, ha distribuito stabilità economica e monetaria a imprese e cittadini, libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, tassi d’interesse ridotti, scambi culturali. Per superare ogni squilibrio socio-economico e trovare la via di un futuro sostenibile e innovativo non basta l’unità delle monete e delle banche centrali. Deve nascere un’Europa dei cittadini che nutra dei suoi valori un progetto forte e condiviso, i valori della solidarietà, della sussidiarietà, del dialogo, dell’integrazione tra etnie, religioni e culture diverse. Ma una solida costruzione europea implica l’unità politica: l’Europa unita deve fondarsi su istituzioni dotate di una legittimità democratica nell’ambito di una Unione federale costituita per la gestione condivisa delle politiche di comune interesse strategico (difesa, sicurezza, migrazioni), separate da quelle nazionali. Nel mondo globale non c’è alternativa all’Europa! Rafforzare e consolidare l’Ue oggi è una ineludibile necessità di sopravvivenza per il Vecchio Continente. Un’Europa però che deve trovare il coraggio e l’utopia delle origini, che deve uscire dalle ombre dei compromessi intergovernativi per dare una prospettiva credibile alla integrazione politica attorno alla quale catturare il consenso popolare. Ci attendono grandi sfide come la crisi finanziaria ed economica, i cambiamenti climatici, l’insicurezza energetica, il terrorismo internazionale, i flussi migratori, le pandemie. Un futuro verso il quale l’Europa non può presentarsi divisa e distratta da anacronistici interessi di bottega, farciti di...
Read More“ORA X” PER LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI
Per trenta milioni di contribuenti è scattata l’“ora X”. Sul sito web dell’Agenzia delle Entrate è disponibile da qualche giorno la dichiarazione dei redditi precompilata che dal prossimo 2 maggio potrà essere modificata e inviata entro il 24 luglio, nel caso del modello 730 (pensionati o lavoratori dipendenti), o entro il 2 ottobre, nel caso del modello Redditi PF (redditi d’impresa, di lavoro autonomo, diversi, ecc.). Se il 730 precompilato viene accettato senza modifiche non ci saranno controlli sui documenti relativi alle spese inserite. Qualora dalla dichiarazione emerga un credito o un debito, il relativo rimborso o trattenuta sarà operato dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico nella busta paga o nella rata di pensione a partire, rispettivamente, da luglio e agosto/settembre 2017. Quest’anno la dichiarazione precompilata contiene un maggior numero di elementi inseriti d’ufficio che vanno ad aggiungersi a quelli già presenti nel 2016 (redditi di lavoro dipendente e pensione, ritenute, acconti, premi assicurativi, interessi su mutui, contributi previdenziali e assistenziali, spese sanitarie, universitarie e funebri). Nel terzo anno di sperimentazione, entrano nella precompilata le spese per l’acquisto di farmaci e per le prestazioni rese da ottici, psicologi, infermieri, ostetriche, le spese veterinarie e quelle per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica degli edifici. Sono circa 900 milioni le informazioni presenti nella precompilata 2017, di cui 690 milioni si riferiscono a spese sanitarie riguardanti 53 milioni di cittadini, per un ammontare di circa 29 miliardi di euro, il doppio dello scorso anno. Secondo quanto comunicato dall’Agenzia, i dati inseriti comprendono più di 61 milioni di Certificazioni uniche relative a lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati, quasi 94 milioni di premi assicurativi, circa 16 milioni di bonifici per ristrutturazioni. E ancora, quasi 8,4 milioni di dati per interessi passivi, 3,3 milioni per contributi per lavoratori domestici e altri 3,4 milioni per le spese universitarie. Una mole notevole di informazioni che, ove ce ne fosse bisogno, conferma la complessità del nostro ordinamento tributario. Un unicum europeo! Soltanto nell’ultimo anno si sono registrate altre quaranta new entry tra agevolazioni, proroghe e modifiche. Un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione che, alla vigilia del nuovo appuntamento fiscale, hanno richiesto un intervento chiarificatore dell’Agenzia delle Entrate su deduzioni, detrazioni e credito d’imposta con la recente circolare del 4 aprile u.s. di ben 324 pagine! Migliaia di parole che si aggiungono a centinaia di pagine di istruzioni ufficiali ai modelli di dichiarazioni. Una situazione aberrante che crea confusione e scarsa trasparenza. Ancora inascoltato l’appello di Ezio Vanoni, storico Ministro delle Finanze degli Anni Cinquanta, per “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina: mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di stagnante ripresa economica, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale (stimata per l’anno in corso al 42,3%) sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico fermo al 132,5% del Pil. Resta sul tavolo del Governo l’ipotesi...
Read MoreLA MANOVRA SUI CONTI PUBBLICI
Manovra nuova, problemi vecchi. Il Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei Ministri ridisegna il quadro macroeconomico italiano con il Programma di stabilità e il Programma nazionale di riforma riproponendo il binomio di sempre: riforme-crescita. Un duplice ambizioso obiettivo finalizzato a correggere i conti pubblici per il 2017 e a impostare la Legge di bilancio per il 2018. Un percorso ad ostacoli per assicurare al Paese una governabilità di legislatura che rappresenta un importante fattore di credibilità e di stabilità economica. Senza peraltro perdere di vista le scadenze elettorali con la caccia al consenso sul quale agiscono in Parlamento spinte settoriali e corporative. “Abbiamo i conti in ordine e li abbiamo non aumentando le tasse ma accompagnando il risanamento con misure di sviluppo”, ha dichiarato il premier Gentiloni a commento della manovra correttiva strutturale di 3,4 miliardi di euro come chiesto dalla Commissione Ue e dall’Ecofin. Lotta all’evasione, tagli di spesa, accise sui tabacchi e tassa sui giochi costituiscono le nuove entrate per la copertura del “buco di bilancio” pari allo 0,2% del Pil. Il maggiore introito, circa 1,2 miliardi, dovrebbe derivare dallo “split payment”, dall’estensione cioè dell’autofatturazione dell’IVA, già in vigore negli acquisti delle amministrazioni pubbliche, alle società partecipate e a quelle quotate. Dalla spending review, tagli alle spese dei ministeri e delle amministrazioni centrali, è atteso un gettito di circa 600 milioni. Il resto delle nuove entrate da altre voci, ivi compresa la “rottamazione” delle liti fiscali pendenti che si spera possa avere lo stesso successo di quella legata alle cartelle esattoriali. La copertura della manovra nella sua interezza non risulta ancora ben definita. Mancano all’appello diverse centinaia di milioni. “Ci sono misure che andranno ulteriormente specificate”, ha ammesso il Ministro dell’Economia Padoan. Un’operazione non semplice. In questo quadro d’incertezze è prevista per quest’anno una variazione in aumento della crescita all’1,1% e una riduzione del deficit dal 2,3% al 2,1%. Il debito, la palla di piombo della nostra finanza pubblica, è fermo al 132,5%! Delusioni sul piano fiscale per le imprese: fissato al 30 giugno 2018, senza ulteriore proroga, il termine ultimo per l’agevolazione relativa agli investimenti (“iperammortamento”). Un segnale poco incoraggiante per la crescita. Ancor più incomprensibile la chiusura sui crediti d’imposta con obbligo del “visto di conformità” per la compensazione, in sede di pagamenti erariali, di imposte dirette, addizionali, sostitutive e Irap d’importo superiore a 5 mila euro, rispetto all’attuale soglia di 15 mila euro. Per azzerare eventuali abusi di alcuni, si colpisce la massa dei contribuenti onesti con aggravi di costi. La solita logica del fisco nostrano, con buona pace per la tanto conclamata tax compliance! Archiviato con la manovra correttiva il rischio di una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles per il forte squilibrio macroeconomico riconducibile al debito eccessivo, si presenta complesso e articolato il Def con cui si avvia l’iter per la formazione della Legge di bilancio 2018. Problema di fondo è la neutralizzazione delle clausole di salvaguardia concordate con l’Ue per quasi 20 miliardi con aumenti delle aliquote IVA e delle accise. Il rispetto degli impegni programmatici inseriti nel Documento di economia e finanza con una previsione di deficit per il prossimo anno all’1,2% comporterà un intervento sui saldi di finanza pubblica non inferiore ai 10 miliardi di euro. Sarà in autunno che si giocherà la vera partita sui conti pubblici, in Italia fra le varie forze politiche a pochi mesi dalle elezioni, e a Bruxelles, con la Commissione Ue, sul duplice versante del debito e del deficit per negoziare ancora una volta flessibilità e deroghe. Molto dipenderà dal binomio “riforme-crescita” che dovrà garantire al sistema Italia produttività...
Read MoreI 60 ANNI DEI TRATTATI DI ROMA
Quale futuro disegnare per l’Europa? Come affrontare le sfide della sicurezza, dello sviluppo e dell’integrazione? Se ne parlerà a Roma il prossimo 25 marzo al vertice europeo convocato in Campidoglio per celebrare i 60 anni dei Trattati istitutivi del mercato comune (CEE) e dell’Euratom, punto di partenza di un’Europa unita nel segno della pace e del progresso dopo i lutti e le distruzioni della guerra. Un difficile banco di prova attende l’Unione a 27 a pochi mesi dalla prima storica secessione, quella britannica. Per Capi di Stato e di governo si tratta di decidere la strada da percorrere per rilanciare con spirito unitario il processo della costruzione politica europea. A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, il futuro dell’Europa appare incerto e denso di incognite a causa del fallimento della politica comunitaria sugli squilibri macroeconomici interni. La crisi del 2008 ha messo a nudo le divergenze economico-finanziarie di una Unione molto più sensibile alle sirene della finanza internazionale che all’economia reale e agli interessi dei cittadini, favorendo così i detrattori della europeizzazione che nel diffuso disagio sociale hanno seminato insicurezze e paure. Un’Europa economicamente divisa per la mancanza di una convergenza sui grandi temi della crescita e dello sviluppo. Parte da questa fragilità istituzionale l’euroscetticismo, il malessere, il rifiuto verso un mondo aperto, la protesta contro l’establishment. E la vittoria di Brexit è significativa! Si brancola da tempo in un inquietante immobilismo che, alimentato da egoismi nazionali e da protagonismi economici, rende incerta la mission dell’Europa quale fattore di stabilità e risposta alle derive nazionaliste (Francia,Olanda). E sono concreti i rischi di una destabilizzazione europea. Ne è ben consapevole la Commissione europea che, per il Consiglio europeo del 25 marzo, ha presentato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa”, riflessioni e scenari per l’Ue a 27, per sollecitare i governi a rafforzare il legame nazionale al progetto comunitario. Il Presidente Junker ha avvertito che senza un rilancio dell’Unione il progetto europeo è destinato a naufragare miseramente e con esso il sogno dei Padri fondatori “per un’ Europa libera e unita” (Altiero Spinelli). Il documento, che sarà discusso a Roma, illustra cinque diversi scenari sulla prospettiva dell’Unione per rendere meno confusa la visione futura dell’Europa. Ma non poche riserve hanno finora accompagnato il Libro bianco della Ce per il suo “modesto e confuso contributo alla discussione sui problemi di fondo dell’Unione”. Manca una seria riflessione politica sulle cause della crisi europea la cui soluzione è affidata a “scenari” di dubbia valenza. Tante ambiguità, poche certezze! Lo scenario 3, raccomandato dalla Commissione europea, propone una integrazione variabile: “chi vuole di più fa di più”. E’ “l’Europa a più velocità, l’Europa delle cooperazioni rafforzate” per chi vuole avanzare più rapidamente in settori specifici (difesa?) verso una maggiore integrazione. Una strategia però difficilmente perseguibile perché parte dal presupposto che l’obiettivo ultimo dell’integrazione, cioè “un’Unione sempre più stretta”, sia lo stesso per tutti in Paesi membri. In realtà, in Europa ci sono diverse anime e diverse sono le direttrici di marcia: I Paesi scandinavi e quelli dell’Est europeo perseguono un’integrazione esclusivamente economica, preservando la loro sovranità nazionale e ostacolando ogni processo d’integrazione politica che resta invece l’obiettivo di un gruppo di Stati dell’Europa occidentale continentale. E allora perché ipotizzare una comune (improbabile) direzione? Perché favorire una frammentazione dell’Unione che legittimerebbe scelte nazionali, senza vincoli comunitari? I soliti compromessi al ribasso che rischiano di rendere ancor più precario il quadro comunitario con istituzioni allo sbaraglio. Sarebbe forse più realistico il recupero dell’idea dell’Unione federale, abbandonando sia quella della organizzazione internazionale che dello Stato parlamentare seppure federale. Individuare cioè le politiche da condividere in un’Unione federale,...
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