MIGRAZIONI, L’EUROPA CHE NON C’E’
L’Europa che si sgretola. E’questa l’immagine legata al dramma delle migrazioni e alla sua ingovernabilità. Un’emergenza umanitaria che ha messo a nudo l’ignavia europea, l’assenza di una identità valoriale affondata da tempo nella ipocrisia e negli egoismi nazionali. E’ inquietante lo scontro in atto all’interno dell’Unione che ha creato una profonda lacerazione fra le istituzioni comunitarie e alcuni Paesi con fenomeni distruttivi, non lontani dai fantasmi del passato. L’Europa rischia di implodere, sconfitta dai populismi, dai profeti di terrore e dalla sua stessa incapacità di governare un problema strutturale, i flussi migratori, destinato a crescere per le dimensioni di una crisi geopolitica che abbraccia il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa sub-sahariana. Senza politiche condivise sarà impensabile arginare la fuga di milioni di disperati che scappano dalla guerra, dalla povertà e dal caos destabilizzante dei loro Paesi di provenienza. E intanto nel Mediterraneo si continua a morire. Ma questo non fa più notizia!… Fallimentare ogni intervento del Consiglio europeo. E’ caduto nel vuoto l’accordo sulle “quote obbligatorie permanenti” per la redistribuzione di 120mila profughi in un contesto internazionale nel quale alcuni governi si oppongono fermamente ad accogliere i rifugiati. Un pericoloso vuoto istituzionale che sta portando indietro nel tempo le lancette della storia del Vecchio Continente: ripristinati i controlli alle frontiere in mezza Europa. Minato alla base uno dei capisaldi dell’Ue: la libera circolazione delle persone. A distanza di venti anni, l’accordo di Schengen è sempre più fragile. Dopo la barriera di filo spinato della Bulgaria lungo i confini con la Turchia, il vergognoso muro dell’Ungheria lungo quelli con la Serbia, con drastiche misure detentive per chi rincorre il diritto alla vita, frontiere chiuse e controlli anche per chi si muove nell’Unione. E in prima fila, in questa operazione di basso lignaggio politico, ancora i Paesi dell’Est, quegli stessi Paesi che hanno beneficiato economicamente dell’allargamento dell’Unione, sancito ad Atene nel 2004. La cultura postcomunista dei Paesi dell’Europa centrale e orientale è di fatto refrattaria ai processi di accoglienza e integrazione. Nei loro Governi e nelle loro opinioni pubbliche non sembra prevalere un sentimento di appartenenza europea che pure è stato assai forte nell’adesione all’Unione. Non si sono ancora stemperati i nazionalismi, che anzi esplodono ora che non sono più sottoposti al giogo sovietico cessato il 9 novembre 1989, con la caduta del muro di Berlino. Ma sotto quelle macerie, non restarono sepolti solo il comunismo con i suoi errori storici e i suoi crimini, ma anche l’idea stessa della solidarietà, quella che ricompone differenze e divisioni, superando paure e timori. Manganello, detenzione, marchiature di hitleriana memoria di ogni immigrato sono la risposta di chi, rispolverando vecchi miti e riti nazionalistici, ha presto dimenticato simpatia, amicizia e aiuti ricevuti dall’Europa occidentale in questi anni di integrazione Non è questa la strada per scrivere il futuro del Vecchio Continente! Nel rispetto della legalità e dei livelli di vivibilità, ponti e non muri per riaffermare la civiltà millenaria dell’Europa, la centralità della sua missione storica. Occorre recuperare le ragioni dello stare insieme nell’Unione, i principi fondanti della costruzione europea per una risposta univoca alla crisi migratoria: fermezza di fronte al terrorismo, solidarietà consapevole, contributi allo sviluppo per i paesi in guerra sull’altra sponda del Mediterraneo. Senza una necessaria identità politica e una comune unità d’azione, finalizzata a fermare la fuga di tanti disperati, il destino dell’Europa sarà sempre più segnato da esodi biblici incontrollabili che ne cancelleranno nei prossimi decenni ogni aspirazione a svolgere un ruolo centrale nella gestione dell’ordine politico-economico mondiale per una pace...
Read MoreI DUBBI DI BRUXELLES
Bruxelles chiede, Roma … risponde. Giorni decisivi per le sorti della manovra finanziaria 2017. Con una lettera firmata dal commissario agli Affari economici Pierre Moscovici e dal vicepresidente Valdis Dombrovskis, la Commissione europea ha chiesto al governo italiano chiarimenti sui saldi contabili e sulle spese eccezionali per migranti e sisma. Sotto esame, ancora una volta, la precarietà della finanza pubblica che emerge dalla Legge di bilancio con “distanze sostanziali rispetto agli impegni presi in primavera”. Non tanto per il deficit nominale al 2,3%, contro l’1,8% previsto in aprile e concordato al 2,2% con la Commissione Ue, quanto per il deficit strutturale (saldo di bilancio rettificato per gli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum) che, invece di migliorare di almeno uno 0,6% del Pil, come raccomandato dal Consiglio Ue, peggiora di uno 0,4%, passando così da -1,2% a – 1,6%. Una palese inadempienza in contrasto con il “percorso di aggiustamento” verso l’obiettivo di bilancio a medio termine (pareggio di bilancio) fissato con Bruxelles. Da qui la richiesta di informazioni sulla revisione di tale obiettivo al fine di valutare se l’Italia soddisfa le condizioni poste a base della flessibilità aggiuntiva dei conti concessa per l’anno in corso. La Commissione, nell’evidenziare la mancata riduzione del deficit strutturale, richiama il governo italiano al rispetto degli impegni assunti nel timore che l’Italia possa non adeguarsi al Fiscal Compact, in considerazione anche dell’elevato debito pubblico che le stime governative fissano per il 2016 al 132,8% del Pil, con una variazione in aumento dello 0,4%. Spetta al Ministero dell’Economia fornire nelle prossime ore i chiarimenti richiesti per evitare che la Legge di bilancio 2017 (non ancora approdata in Parlamento) torni al mittente per le conseguenti variazioni e scongiurare, in caso contrario, ogni procedura d’infrazione. Si tratta di giustificare la spesa aggiuntiva di circa 6,5 miliardi, pari allo 0,4% del Pil, non coperta con tagli o maggiori entrate, che il governo italiano ascrive a due circostanze eccezionali: i costi dell’accoglienza dei migranti per i quali l’Italia non ha avuto alcun sostegno dall’Europa e quelli per gli interventi di emergenza nelle zone terremotate, oltre ai costi della ricostruzione e della messa in sicurezza degli edifici. La Commissione, oltre a nutrire per le entrate forti perplessità sulla presenza nel Documento programmatico di bilancio (dpb) di numerose misure una tantum e di stime troppo generose di gettito fiscale, sul fronte delle uscite considera il piano nazionale di salvaguardia antisismica una misura economica strutturale e non emergenziale, e come tale non rientrante nella eccezionalità della spesa invocata da Roma, a giustificazione dello sforamento del deficit. Analoga valutazione per i migranti per la cui spesa pari a 3,4 miliardi la Commissione Ue considera fuori dal deficit strutturale soltanto 500 milioni, e quindi influenti in minima parte sulle circostanze eccezionali poste a base del mancato rispetto dei vincoli di bilancio. Anche sulla spending review, punto dolens della politica economico-finanziaria del Belpaese, i dati previsionali sono del tutto modesti e per Bruxelles non sono in grado di finanziare un serio piano di riduzione delle tasse funzionale alla crescita economica del Paese. Quindi, per evitare che il debito pubblico salga per il decimo anno consecutivo anche nel 2017, la Commissione suggerisce meno misure di bilancio in deficit e più rigore nella spesa pubblica. Perché un debito che nel 2017 non scende e un deficit di bilancio, nominale e strutturale, che sale rappresentano un pericoloso campanello d’allarme. La posizione del governo italiano è chiara: non si cambia una manovra che apre ai cittadini e non alle tecnocrazie europee, accuse di incapacità all’Ue nel gestire i flussi migratori e nell’imporre agli altri Stati una...
Read MoreREFERENDUM COSTITUZIONALE : Sì o No?
Conto alla rovescia per il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Entra nel vivo il dibattito sulla controversa riforma della Costituzione. Giornali e televisione impegnati da giorni a dare voce agli esponenti del “sì” e del “no” per conoscerne le rispettive ragioni. Nelle piazze sono in azione i comitati referendari per catturare, con manifestazioni a volte folcloristiche e improvvisate, il voto degli indecisi. In discussione la riforma costituzionale, un tema di grande rilevanza per il futuro dell’Italia che dovrebbe tenere lontano ogni pregiudizio politico, ogni polemica partitica, ogni riserva sull’azione del governo. Ma così non è, con il rischio di trasformare il voto popolare in un sondaggio di opinione sull’attuale governance del Paese e sul suo premier. Un redde rationem preelettorale alimentato da un ostruzionismo populista, da misere schermaglie personali e dallo spirito di rivalsa dei dinosauri della politica nostrana che non vogliono arrendersi dinanzi al nuovo che avanza in una realtà socio-economica, ma anche storica, che non è più quella dei Padri costituenti. Particolarmente significativa sul tema l’intervista rilasciata da Sabino Cassese, giurista e accademico, giudice emerito della Corte costituzionale. Una voce fuori dal coro per l’originalità del pensiero e l’obiettività delle tesi. Perentoria l’affermazione di apertura: “Giuste le modifiche alla Carta, nessun rischio autoritario!”. Perché riformare la Costituzione? “L’esigenza di riforma è stata avvertita circa quarant’anni fa. Sono stati fatti molti tentativi, tutti abortiti. La ragione sta nel mutamento del contesto istituzionale generale. Nel 1947, quando la Costituzione fu approvata, non esisteva l’Unione europea e non si era neppure avviata la globalizzazione. Oggi governi e parlamenti nazionali debbono rispettare standard sovranazionali. Il mondo è cambiato.” Nodo centrale del dibattito è il superamento del bicameralismo. “Le migliori menti tra i costituenti, dichiara Cassese, erano favorevoli al monocameralismo o a un bicameralismo differenziato. L’esperienza concreta ha mostrato che le due camere hanno operato come un doppione, con maggioranze simili. La funzione di riequilibrio, di bilanciamento, di condizionamento che si vorrebbe svolta dalla doppia rappresentanza è molto meglio svolta oggi dal Parlamento europeo e dai consigli regionali. La semplificazione del procedimento legislativo ordinario consentirà anche di evitare l’abuso della decretazione d’urgenza e di rimettere su basi più corrette il rapporto tra governo e Parlamento”. E’ anche una questione di contenimento dei costi? “Quello della riduzione dei costi diretti non è l’argomento principale a favore della riforma costituzionale. Lo è piuttosto la riduzione dei costi indiretti , quelli che paghiamo per la lentezza del procedimento legislativo con due camere-doppione”. Sull’accentramento di molte materie sottratte alle Regioni, nodo centrale del dibatto in corso, questa l’opinione del giurista Cassese. “Il punto di partenza non è solo la riforma del Titolo quinto della seconda parte della Costituzione, fatta nel 2001, bensì anche la giurisprudenza quindicennale della Consulta su tale riforma. Ora, la Corte, dinanzi alle violazioni costituzionali delle Regioni, ha dovuto fortemente contenere l’espansione regionale in aree di interesse nazionale e ridefinire i confini relativi alle materie sulle quali legislazione regionale e legislazione nazionale concorrono. La riforma del 2001 operò una scelta, quella di eliminare le materie di legislazione concorrente: lo Stato adotta le norme generali e comuni, le Regioni quelle differenziate e locali. L’esperienza ha poi mostrato che alcune materie erano state trasferite alle Regioni senza considerare il loro carattere nazionale, con conseguenti conflitti istituzionali. La riforma 2016 ridefinisce la linea di confine tra centro e periferia anche sulla base dell’esperienza degli ultimi quindi anni.” E’ fondato l’allarme democratico lanciato da costituzionalisti e da alcune forze politiche? “La riforma costituzionale riguarda due punti del sistema costituzionale: Senato e Regioni. Non tocca il sistema parlamentare, che rimane immutato. Né tocca il sistema elettorale, che...
Read MoreLEGGE DI BILANCIO 2017, LA GUERRA DEI DECIMALI
Legge di bilancio 2017 in dirittura d’arrivo. Giorni decisivi per la manovra economica di 23 miliardi di euro che il governo dovrà varare entro il prossimo 17 ottobre (il giorno 15, termine ordinario, cade di sabato). E saranno giorni particolarmente impegnativi per il Ministro dell’Economia Padoan che dovrà sciogliere il nodo sulla solidità delle previsioni di crescita del Pil all’1% scritte nella nota aggiuntiva al Documento di economia e finanza (Def). Una previsione ritenuta “ambiziosa” dalla Banca d’Italia, “non realistica” dalla Corte dei Conti per i “rischi al ribasso dovuti agli elementi del quadro economico collegato alla finanza pubblica”. Ma l’esame più insidioso da superare sarà quello dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), organismo che vigila sull’applicazione del pareggio di bilancio inserito nella Costituzione, secondo il quale “le previsioni governative di crescita per il 2017 appaiono contrassegnate da un eccesso di ottimismo”. Sulla stessa linea il Fondo Monetario Internazionale che ha assegnato all’Italia per il 2017 un Pil non superiore allo 0,9%! Un vero rompicapo per i tecnici di Via XX Settembre che dovranno fornire “giustificazioni analitiche degli obiettivi programmatici” per consentire in settimana l’approvazione in aula del documento governativo. Una battaglia sul filo dei nervi e dei … decimali : lo 0,1% del Pil vale 1,6 miliardi di euro! Incombe minacciosa la “clausola di salvaguardia”, ovvero l’aumento dell’l’IVA (l’aliquota ordinaria dal 22 al 24%, quella ridotta dal 10 al 13%), una controversa norma introdotta per la prima volta nella manovra di luglio 2011 per garantire gli obiettivi concordati in sede comunitaria sul contenimento del deficit e del debito e avere quindi da Bruxelles il via libera alla Legge di bilancio. L’incremento del carico fiscale per il 2017 sarebbe nell’ordine di 15 miliardi di euro con il rischio di deprimere la già bassa crescita economica. L’aumento dell’IVA ridurrebbe infatti il reddito disponibile delle famiglie a danno dei consumi e quindi della produzione e dei relativi livelli occupazionali. Tutto ruota dunque attorno alla quantificazione degli obiettivi di bilancio, alla loro reale sostenibilità finanziaria e alla necessità di abrogare il ricorso alle clausole di salvaguardia (una “cosmesi dei conti pubblici”) senza ulteriori rinvii ad anni successivi, individuando soluzioni strutturali (lotta all’evasione, spending review, investimenti pubblici e privati). Resta ora da capire se le “informazioni integrative” in arrivo dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) basteranno per dissolvere perplessità e dubbi fin qui manifestati da più parti sulla crescita all’1% nel 2017 e sul deficit programmato del 2,4%, ridotto al 2% per la flessibilità sui vincoli di spesa chiesta a Bruxelles per l’emergenza terremoto e immigrazione. Quella con la Commissione europea sarà la vera sfida per le sorti del bilancio. Il commissario per gli affari economici e monetari Moscovici ha confermato una cauta “apertura” di Bruxelles, ma -in chiave prospettica- resta sul tappeto il problema di sempre: il taglio del debito (continua a crescere: oltre 2252 miliardi di euro a luglio) che doveva partire quest’anno, e rinviato al 2017. Un iter molto delicato attende il Documento programmatico di bilancio dalla cui approvazione dipendono in concreto gli spazi della manovra a disposizione e quindi i conseguenti interventi legislativi sia per supportare la crescita (infrastrutture, detassazione dei salari di produttività, riduzione della pressione fiscale sulle imprese), sia per rispettare gli impegni presi a favore dei pensionati (anticipo pensionistico, quattordicesima) e delle famiglie numerose in difficoltà economica (un bonus legato all’Isee). Il quadro macroeconomico e finanziario del Paese non consente errori: il rischio è che potremmo essere “costretti” a ripianare buchi di bilancio con manovre correttive dure da assorbire. Si impongono scelte serie e coraggiose, proiettate nel futuro. Non misure tampone, ma finalmente una rigorosa politica...
Read MorePENSIONI, SI VOLTA PAGINA Un articolato “pacchetto previdenziale” nell’accordo governo-sindacati.
“Abbiamo recuperato alcune iniquità della Legge Fornero, in direzione della coesione sociale”. In questa dichiarazione di Annamaria Furlan, Segretario generale CISL, è racchiusa la chiave di lettura dell’accordo firmato da governo e sindacati sulla riforma del regime pensionistico da introdurre nella prossima legge di bilancio. Dopo quattro mesi di confronto gettate le basi per importanti modifiche previdenziali: un pacchetto di misure per le quali il Governo destinerà sei miliardi di euro in tre anni. Nella “fase 1”, decorrenza 2017, il perno dell’operazione: l’Ape (Anticipo pensionistico). A tutti i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, over 63 anni, nati tra il ‘51 e il ‘53 (e tra il ‘52 e il ‘55 dal 2018) sarà consentito di lasciare il lavoro tre anni e sette mesi prima sui requisiti di vecchiaia standard con un taglio dell’assegno pensionistico di circa il 6% per ogni anno di anticipo, attraverso un prestito bancario assicurato con rimborso ventennale, interessi compresi, che scatta con la pensione. In caso di premorienza il capitale residuo sarà restituito dall’Ente assicuratore senza alcun riflesso sull’assegno di reversibilità per gli eredi. L’anticipo pensionistico sarà esente da imposte e, per chi lo richiederà, sarà erogato mensilmente. Una variante dell’Ape volontaria è l’Ape social, l’uscita dal mondo del lavoro a costo zero, un privilegio riservato ai lavoratori in condizioni svantaggiate: disoccupati senza ammortizzatori sociali, disabili, inabili a causa di infortunio, usuranti e bisognosi di cure. Il costo del pensionamento anticipato sarà completamente a carico dello Stato. Resta da definire la platea dei beneficiari nonché il tetto sotto il quale potrà essere richiesta l’Ape social (tra i 1300 e i 1500 euro lordi mensili). In caso di ristrutturazioni aziendali il costo dell’Ape, salvo modifiche, resterà a carico delle stesse imprese, senza gravare né sulle casse dello Stato né sul lavoratore. Altro capitolo di rilevante interesse è quello dei lavori usuranti: si consente l’anticipo del pensionamento di 12 o 18 mesi eliminando le “finestre” di uscita della Riforma Fornero. L’accesso alla pensione anticipata potrà avvenire se si è svolta un’attività usurante per almeno sette anni negli ultimi dieci o per un numero di anni pari alla metà dell’intera vita lavorativa. Particolarmente attese anche le altre misure del “pacchetto previdenza”, in primis quella relativa alla quattordicesima per rafforzare gli assegni pensionistici più bassi per i soggetti con più di 64 anni. L’intervento avverrà attraverso un aumento della mensilità aggiuntiva, oscillante fra 336 e 504 euro in base agli anni di contribuzione, a chi ne beneficia già attualmente (oltre 2 milioni di pensionati) con redditi che vanno fino a 1,5 volte il trattamento minimo annuo INPS (9786,86 euro), nonché mediante l’erogazione della quattordicesima ai pensionati che hanno reddito fino a due volte il trattamento annuo minimo INPS, (1000 euro lordi al mese). Riguarderà circa 1,2 milioni di pensionati. Non sono ipotizzati interventi diretti sulle pensioni minime. Via libera invece alla no tax area, la soglia al di sotto della quale non si pagano imposte. Salirà per tutti i pensionati a 8125 euro lordi l’anno, come per i lavoratori dipendenti. Nell’accordo governo-sindacati viene inoltre prevista la ricongiunzione gratuita (oggi molto costosa!) di tutti i contributi previdenziali non coincidenti maturati in gestioni pensionistiche diverse, compresi anche i periodi di riscatto della laurea; questo sia ai fini delle pensioni di vecchiaia che delle pensioni anticipate. Il cumulo contributivo sarà senza oneri per tutti gli iscritti presso due o più forme di assicurazione obbligatoria dei lavoratori dipendenti, autonomi e degli iscritti alla gestione separata oltre che alle forme sostitutive della stessa, affinchè si possa arrivare a percepire un’unica pensione anche nei casi in cui sia già stato maturato un autonomo diritto alla...
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