FARE IMPRESA PER IL RILANCIO DEL PAESE Le scelte (obbligate) della politica : lavoro e fisco
Allarmanti i dati diffusi nei giorni scorsi dal Centro Studi di Confindustria: nel manifatturiero il numero di occupati è sceso di circa il 10% e “le imprese italiane saranno probabilmente costrette a tagliare ulteriori posti di lavoro nei prossimi mesi”. Dall’inizio della crisi persi 539 mila posti! Una situazione di grande criticità all’interno della quale si colloca il dato sulla disoccupazione giovanile che ha raggiunto in Italia un tasso del 42% sull’aggregato degli occupati, con un significativo aumento nel primo trimestre dell’anno di quasi 6 punti percentuali sul corrispondente del 2012. Il nostro Paese vive da tempo un’emergenza economica con preoccupanti segnali di tensione sociale. Sul tappeto tanti problemi che si vanno sempre più aggravando, dal prelievo fiscale divenuto insostenibile alla drastica riduzione dei flussi creditizi delle banche, al crollo dei consumi. Le ricette degli economisti per il salvataggio del sistema Italia si sprecano. Ma tutte, nella prospettiva di una ripresa dell’economia reale, pongono l’impresa al centro del rilancio del Paese. Dal Governo si attende una efficace politica nei confronti delle attività produttive alle quali sono strettamente legate reddito, occupazione e….consumi. Un circolo virtuoso da riattivare attraverso una politica che deve mirare a un alleggerimento della leva fiscale, in particolare con una imposizione più soft degli utili d’impresa (esentare i redditi capitalizzati) associata a un quadro normativo chiaro e stabile nel tempo, con un minor carico di adempimenti burocratici. Il nostro sistema economico scricchiola sotto il peso della pressione fiscale e della crescente burocratizzazione. Occorre dare certezze a chi vuole fare impresa, occorre sciogliere … lacci e laccioli per liberare risorse ed energie, occorre configurare un diverso rapporto fisco-contribuente in termini di semplicità e di minore reciproca diffidenza. Nell’ottica di un equilibrato sviluppo territoriale, Nord-Sud, va disegnata una nuova road map per la ripresa del Paese, arginando l’inquietante fuga all’estero dei “cervelli” nostrani. Potenziare e valorizzare le specificità produttive delle singole aree del Paese, le loro vocazioni, con interventi mirati, non più a pioggia con un dannoso assistenzialismo che non ha sortito effetto alcuno, alimentando spesso i canali della corruzione e, ancor peggio, quelli della malavita organizzata. E’ questa l’unica strada percorribile per creare lavoro, supportando cioè lo spirito d’impresa, al di là di trite enunciazioni in odore elettoralistico! Affrontare senza indugi, con determinatezza, il nodo dell’occupazione, il problema centrale dell’attuale situazione di crisi. Creare lavoro a una condizione imprescindibile: ridurre il costo del lavoro con una progressiva eliminazione dalla base imponibile Irap del costo del lavoro (una vera assurdità!) e con una riduzione degli oneri sociali sulle imprese, in parte fiscalizzandoli e in parte armonizzando le aliquote contributive per gli ammortizzatori sociali. Questo potrebbe favorire il recupero della competitività di prezzo dei nostri prodotti, specie sui mercati internazionali, oltre a propiziare incrementi retributivi se affiancati a provvedimenti di detassazione dei salari di produttività. E per dare ampio respiro al progetto di ripresa, perseguire una politica di investimenti che incorporano ricerca e innovazione nell’ambito di un piano pluriennale finanziato da “project bonds” europei per una politica industriale moderna al passo con le economie più sviluppate. Si è perso molto tempo nell’inseguire politiche socio-economiche fallimentari, prive di ogni previsione di crescita. Occorre, in sintesi, puntare su una politica economica interna più espansiva, compatibile con l’Europa, riducendo il prelievo fiscale e riformando la macchina pubblica per essere vicini all’economia reale, far scendere il debito pubblico senza ricorrere a misure di finanza straordinaria che tanto aggiustano …. quanto rompono! Nelle emergenze è necessario recuperare il coraggio delle scelte. Presto! (giu....
Read MoreGLI EUROBOND PER IL FUTURO EUROPEO
La necessità di finanze pubbliche coese e controllate per gestire i debiti sovrani. La grande recessione e la crisi da debiti sovrani hanno reso sempre più evidente come in Europa ci sia bisogno di una gestione molto più coesa e controllata delle finanze pubbliche a supporto della gestione monetaria comune. Si pagano oggi le conseguenze di scelte poco coraggiose operate in passato con l’arrivo dell’euro sui mercati. Il progetto dell’Unione monetaria europea (Uem) proponeva una grande zona di stabilità in difesa degli interessi europei, in un quadro internazionale caratterizzato da cambi fluttuanti. Gli undici Paesi iniziali dell’Eurozona mentre furono abbastanza audaci a lanciarsi nell’avventura della moneta unica, rinunciando a una grossa fetta di sovranità nazionale, non “osarono” rinunciare anche alla sovranità del bilancio, e quindi all’idea stessa di Stato-nazione. Il forte indebitamento di tanti Paesi, con Grecia e Portogallo a rischio default, e l’assenza di ogni coordinamento comunitario, ha messo a nudo la fragilità del sistema finanziario europeo, pericolosamente esposto a manovre speculative. E l’idea di poter uscire dalla crisi dei debiti sovrani solo con la modesta crescita attuale dell’Eurozona è una pura illusione. Si è aperto negli ultimi mesi un dibattito a più voci per studiare uno schema di stabilizzazione del debito pubblico in Europa. Triplice l’obiettivo: rafforzare la solidarietà della zona euro, sterilizzare la crisi del debito, tenere a bada la speculazione. Il discorso gira attorno alla emissione di titoli del debito pubblico a livello europeo (nella proposta originaria di Jacques Delors finalizzati a finanziare gli investimenti pubblici) per consolidare la moneta unica e offrire , a costi ridotti, risorse ai Paesi in difficoltà. Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio sulle pagine del Sole 24 Ore, in piena buriana agostana, hanno proposto il varo del Ffe, Fondo finanziario europeo, che emetta Eub, gli EuroUnionBond. Il Ffe dovrebbe avere un capitale proprio conferito dagli Stati membri dell’Unione monetaria in proporzione alle quote nel capitale della Banca centrale di Francoforte. Sarà costituito dalle riserve auree dei Paesi, da obbligazioni e azioni di società pubbliche stimate a valori reali. Con mille miliardi di euro di capitale il Ffe potrebbe fare un’emissione da 3 mila miliardi con durata decennale. Per far scendere dall’attuale 85 al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di Stato dei Paesi Uem. I rimanenti 700 miliardi dovrebbero andare a investimenti per far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti. Non sono in discussione i benefici dell’eurobond per mantenere a livelli ragionevoli gli interessi richiesti dal mercato sui debiti sovrani della zona euro. “I finanziatori, ha osservato Giuliano Amato, sono messi di fronte non al solo (e debole) Stato debitore, ma a tutta l’eurozona e proprio per questo il livello di rischio che affrontano non è tale da esigere remunerazioni da capogiro”. Gli interessi cioè si abbassano e lo Stato debitore non rischia di diventare insolvibile a causa degli interessi che si cumulano a suo carico. In termini politici si arriva al suggello della moneta unica che ha bisogno di uno scudo davanti ai mercati ai quali non può essere consentito di colpire con azioni speculative. Tutti sono però consapevoli che la proposta degli Eub non deve far passare in secondo piano l’esigenza fondamentale che i diversi Paesi e in particolare quelli più indebitati debbano in primis ridurre i loro debiti, con politiche fiscali rigorose. Proprio per questa ragione, il Ffe, accollandosi una parte significativa del debito pubblico dell’Eurozona, dovrebbe poter avere un ruolo di “sorveglianza” sui processi di ristrutturazione dei debiti sovrani più delicati. Ciò implicherebbe una parziale rinuncia di sovranità da parte dei Paesi...
Read MoreL’ EURO E’ IN CRISI? Unione politica dell’ Ue e Governo economico per il futuro della moneta unica
L’Unione monetaria può essere sicura solo se si arriva all’Unione politica. Non ci sono scorciatoie. E’ questo il messaggio che arriva dalle turbolenze dei mercati che stanno mettendo a dura prova la tenuta di Eurolandia. A essere in crisi non è l’euro! Ha dietro un mercato di circa 450 milioni di persone, economie che nonostante le tante difficoltà del momento rimangono forti. In questi dodici anni, come ha commentato sul Corriere Mario Monti, l’euro non manifesta nessuno dei due sintomi di debolezza di una moneta. “E stabile in termini di beni e servizi (bassa inflazione) ed è stabile (qualcuno direbbe, anzi, troppo forte) in termini di cambio con il dollaro.” Gli attacchi speculativi che stanno creando gravi tensioni in Europa non sono contro l’euro, ma si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi dell’eurozona che sono gravati da alto debito pubblico con il timore di un pericoloso effetto domino. Il problema dell’euro consiste nell’essere una moneta senza un governo, senza uno Stato, senza una banca capace di garantire un intervento illimitato in caso di difficoltà. Una banderuola al vento. E’ il difetto di origine, l’anomalia di un’Europa unita sotto il segno della moneta, con la Banca centrale europea, unica istituzione federale, senza il sostegno di una vera politica economica comune e un coordinamento delle politiche fiscali e previdenziali. Manca cioè un Governo dell’economia europea espressione di una governance politica unitaria. Una situazione di grande volatilità che rischia di polverizzare il lungo e faticoso processo di integrazione monetaria del Vecchio Continente. Il futuro della moneta unica e quindi dell’economia dell’area euro richiede una soluzione europea soprattutto in termini politici. Negli ultimi mesi la scarsa chiarezza delle istituzioni comunitarie ha costretto la Bce a supplire al ruolo guida della politica economica, come dimostra la lettera per suggerire le riforme inviata al Governo italiano. La strada per disinnescare la crisi del debito sovrano e ridare fiducia a mercati e risparmiatori passa dunque attraverso un rilancio della costruzione politica dell’Europa. Una strada però che si presenta non facile a causa dei soliti particolarismi nazionali e delle resistenze franco-tedesche. L’unità dell’Europa era più facile da difendere per i nostri predecessori: c’erano l’esperienza della guerra e la divisione del continente, la Guerra Fredda. Il loro superamento attraverso l’integrazione comunitaria era una motivazione forte per volere l’Europa. Questo oggi non c’è più. L’Europa per i giovani di oggi, ma anche per la generazione precedente, è un fatto scontato, una normalità che non si può più motivare con il passato. Oggi abbiamo bisogno di costruire un argomento in favore dell’Europa, che non sia più emotivo ma razionale: quali sono il suo ruolo e il suo compito in un mondo globalizzato? A quali condizioni? E’ questo il quadro storico-politico entro il quale la classe politica europea dovrà muoversi per trovare nuovi equilibri, nuovi stimoli per disegnare, in concreto, il futuro dell’Europa partendo dall’euro e quindi dal sistema economico-monetario che rappresenta: o ci si salva insieme o si precipita tutti, uno dopo l’altro. La salvezza dell’euro dipende anche dall’unità nazionale e dalla coesione politica e sociale che i Paesi europei sapranno dimostrare per una sfida che riguarda tutti. Più cooperazione, più integrazione! Il problema di fondo dunque è quello politico: rivedere in primis il Trattato di Lisbona, frutto di un compromesso dopo la mancata ratifica della Costituzione nei referendum francese e olandese. Maggiori poteri alla Commissione europea e soprattutto un ruolo più pregnante per la Bce il cui obiettivo non è più solo il mantenimento della stabilità dei prezzi ma anche la tenuta del sistema economico-finanziario e il sostegno alla crescita. Tra gli obiettivi prioritari della Banca...
Read MoreEURO: DELUSIONE O SPERANZA Dopo il rigore la crescita e lo sviluppo
La crisi finanziaria ed economica degli ultimi dodici mesi, generata dal blackout tra debiti sovrani e sistema bancario, ha evidenziato nell’area dell’euro una pericolosa asimmetria fra politica monetaria e politica economica. Le turbolenze finanziarie legate all’indebitamento di alcuni Paesi dell’Eurozona hanno messo a nudo i limiti strutturali del sistema europeo: un sistema monetario comune privo di un unico quadro economico, fiscale, di bilancio, e soprattutto politico. Il problema dell’euro consiste nell’essere una moneta senza un governo, senza uno Stato, senza una banca in grado di intervenire come prestatore di ultima istanza per salvaguardare la solvibilità dei titoli di Stato. Una banderuola al vento. E’ il difetto di origine, l’anomalia di un’Europa unita sotto il segno della moneta, con la Banca centrale europea, unica istituzione federale, senza il sostegno di una vera politica economica comune e un coordinamento delle politiche fiscali e previdenziali. Manca cioè un Governo dell’economia europea espressione di una governance politica unitaria, capace di imporre agli Stati membri il rispetto degli equilibri dei conti pubblici e la realizzazione delle riforme strutturali interne previste dal Trattato di Maastricht Una situazione di grande volatilità che rischia di azzerare il lungo e faticoso processo di integrazione monetaria del Vecchio Continente. La strada per disinnescare la crisi del debito sovrano e ridare fiducia a mercati e risparmiatori passa dunque attraverso un rilancio della costruzione politica dell’Europa. Una strada però che si presenta non facile a causa dei soliti particolarismi nazionali e delle resistenze tedesche. Alla base della crisi c’è una moneta comune ma con sovranità multiple e debiti sovrani incontrollati! Nell’Eurozona una sola moneta ma … 18 politiche di bilancio non coordinate fra loro! Una situazione anomala che ha causato una grave frammentazione del mercato finanziario e la “polverizzazione” della politica monetaria con una pericolosa ricaduta sulla tenuta del sistema. E il salvataggio dell’euro ha comportato politiche di austerità particolarmente “aggressive”. Un mix di rigore fiscale e finanziario imposto da Bruxelles per ricondurre i conti pubblici di taluni Paesi a una condizione di sostenibilità nel tempo. Ma che ha causato una recessione economica con il crollo della produzione e dei livelli occupazionali. E per l’Italia, al di là di qualche debole segnale di ripresa, è forte il rischio “deflazione” che potrebbe aggravare la recessione in atto con la conseguente caduta dei prezzi e della redditività delle imprese. Stop al rigore senza crescita e sviluppo! Rivedere con realismo i vincoli di bilancio, in primis il “Fiscal compact”, un pericoloso freno per la ripresa economica. L’euro e l’Europa rischiano di diventare la bandiera dei risentimenti, dei disagi sociali, del populismo, della facile demagogia. L’Europa è vista come il feroce guardiano dei conti pubblici nazionali, il fautore di tasse e balzelli. Salvare l’euro è una questione irreversibile! In una economia globalizzata, l’euro è un punto di non ritorno! Nessuno oggi può permettersi il lusso di affondare la moneta unica e illudersi di uscirne indenni. Nemmeno la grande Germania che continua a esportare oltre il 60% nell’Unione e a detenervi il grosso dei suoi sei mila miliardi di assets esteri! L’uscita dall’euro e un ritorno alla sovranità monetaria nazionale avrebbe forti probabilità di risolversi in una catastrofica dissoluzione di quasi tutto ciò che è stato costruito in oltre sessant’anni di integrazione europea. Per il nostro Paese sono imprevedibili le conseguenze sul piano economico: disallineamento degli spread, insostenibilità del debito pubblico, esplosione dei costi energetici, illusione di maggiore export, inflazione a doppia cifra! L’Italia si ritroverebbe nelle condizioni di una … zattera alla deriva nel Mediterraneo, con gravi rischi per la coesione sociale e per la stessa democrazia. La fine dell’euro sarebbe la fine dell’Europa! A...
Read MoreQUALE VOTO PER L’EUROPA?
Luci e ombre sul processo di costruzione politica europea – Una scelta politica responsabile per il nuovo Parlamento europeo – Sconfiggere la deriva populista e superare la crisi economica – E’ iniziato il conto alla rovescia per le elezioni europee. Dal 22 al 25 maggio, nei 28 Stati membri dell’Ue, si voterà per rinnovare l’europarlamento di Strasburgo: 751 deputati in rappresentanza di circa 500 milioni di abitanti. In Italia, domenica 25 maggio, sono 73 i deputati da eleggere.Un appuntamento elettorale che, nella prospettiva della integrazione politica dell’Europa, dovrebbe costituire un passaggio fondamentale per rafforzare una coscienza europeistica e rilanciare il faticoso processo di costruzione della comune casa europea. Ma, su tutto il continente, soffia forte il vento dell’euroscetticismo. La crisi finanzia ed economica legata ai debiti sovrani che ha sconquassato mezza Europa ha messo a nudo la debolezza di un sistema monetario senza un’unione politica e fiscale. Sulla strada del salvataggio dell’euro sono risultate aggressive le politiche di austerità imposte dall’Ue per ricondurre i conti pubblici di taluni Paesi a una condizione di sostenibilità nel tempo. Un mix di rigore fiscale e finanziario che ha causato una recessione economica con il crollo dei consumi, della produzione e dei livelli occupazionali. L’Europa paga i suoi ritardi per non aver definito in tempo una strategia imperniata su una reale integrazione economica. Sono anni che lo spirito europeo è andato affievolendosi nelle coscienze dei cittadini e nell’azione dei governanti. Una deriva che ora, a poche settimane dal voto, sta facendo un inquietante salto di qualità: da diffuso stato d’animo si sostanzia in “movimenti” anti-europei e anti-mercato unico. Si pagano cioè le conseguenze di un’opera incompiuta. L’architettura europea è rimasta a metà. L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere e l’agire insieme siano un autentico collante. I Governi nazionali appaiono divisi e privi di volontà comune, intenti solo a difendere anacronistiche rendite di posizioni. E sullo sfondo emerge chiara l’incapacità delle istituzioni comunitarie nell’affrontare i problemi economici, sociali e politici di dimensione europea e globale. Istituzioni prive di legittimazione costituzionale sancita dal voto dei cittadini europei. Un’Europa ancora senza una bussola istituzionale, alla ricerca di una propria identità politica, sempre più esposta ai rischi di una prolungata latitanza sul piano internazionale. Con l’aggravante che l’originario spirito unitario con le sue spinte federaliste è stato soppiantato da crescenti pulsioni nazionaliste. L’Europa è vista come il feroce guardiano dei conti pubblici, il fautore di tasse e balzelli, divenendo di fatto la bandiera dei risentimenti e dei disagi sociali. Invece di rafforzare il “progetto europeo” per una governance credibile vicina ai bisogni e agli interessi dei cittadini, si continua a scaricare sull’Europa colpe e responsabilità che sono invece delle politiche nazionali. E il recente successo in Francia del Fronte nazionale di Marine Le Pen è un significativo campanello d’allarme: un messaggio di esasperazione populista, di rigetto della politica, di paura dell’Europa. Un’Europa sempre più lontana, irriconoscibile rispetto agli ideali per cui è stata concepita e sognata dai Padri fondatori. Cresce così l’euroscetticismo e con esso un sentimento antieuropeo alimentato da un inquietante populismo, inaccettabile sul piano storico-politico-economico. Non si costruisce così l’Europa del futuro, ma si rischia di evocare i tragici fantasmi del passato!… Che quello di maggio sia dunque un voto responsabile e consapevole per rilanciare l’Europa dei popoli, fondata su una precisa identità culturale ed economica, fatta di coesione sociale, di qualità e dignità del lavoro, di una visione dei processi economici che riconosce una funzione insostituibile al mercato ma pronta a correggerne e orientarne le dinamiche. L’Europa unita non può essere...
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