FRONTALIERI, IN ARRIVO L’ASSEGNO FAMILIARE SVIZZERO
Una brutta storia di confine quella che da mesi si sta scrivendo fra l’Italia e la Svizzera a danno di 76 mila lavoratori lombardi che, dalle province di Como, Varese, Lecco e Sondrio, si recano tutti i giorni in Svizzera, prevalentemente nel Canton Ticino. Pomo della discordia l’assegno unico introdotto in Italia dal mese di marzo, un sussidio economico che varia da 175 a 25 euro al mese in base all’Isee e all’età, in favore di chi ha figli dal 7° mese di gravidanza, fino al 21° anno di età. Nato per assicurare uniformità di trattamento, il provvedimento governativo ha dimenticato i frontalieri, causando irrisolte diatribe internazionali e forti diseguaglianze. Fino all’anno in corso, e cioè fino a febbraio, i contributi familiari per questa categoria di lavoratori erano versati in parte dal Paese di residenza e in parte da quello in cui viene esercitata l’attività lavorativa, ma ora il meccanismo si è inceppato, generando proteste sul fronte politico e sindacale. Sul banco degli imputati la solita burocrazia italiana, in primis l’Inps, del tutto latitante rispetto alle richieste delle Casse di compensazione elvetiche della certificazione dell’importo dell’assegno unico erogato in Italia, così da poter poi versare ai frontalieri la differenza tra l’assegno svizzero (200 franchi al mese) e quanto già percepito. Mesi di silenzio con diffuso malumore fra i lavoratori: nessuna risposta ufficiale dall’Italia. L’Inps ha deciso infatti di non rispondere senza una indicazione chiara da parte del Governo: il nuovo assegno unico viene considerato come una “prestazione assistenziale” e non come un classico “assegno familiare”. Una mancanza di chiarezza che lascia i frontalieri dal marzo scorso senza assegni familiari svizzeri. Un silenzio assordante che potrebbe protrarsi fino all’insediamento a Palazzo Chigi del nuovo Governo. Situazione fortemente critica che proprio in questi giorni sembra aver trovato una via d’uscita. Qualcosa sembra muoversi in riva al Lago di Lugano in attesa che da Roma si scriva la parola fine a questa brutta storia armonizzando finalmente le regole dell’Inps con le Casse di compensazione svizzere. L’Istituto delle Assicurazioni sociali (Ias), che da solo rappresenta una delle principali casse del Canton Ticino, ha deciso di intervenire per porre fine all’immobilismo italiano. Migliaia di lavoratori sono stati contattati su cellulari e anche attraverso un’informativa diffusa via social per fornire al più presto alle Casse di compensazione svizzere la copia dei pagamenti effettuati in questi mesi dall’Inps, con gli importi dell’assegno unico corrisposto, al fine di rendere più veloce la procedura dei pagamenti a saldo. Problema risolto grazie all’autocertificazione ma che non può certamente rappresentare la soluzione definitiva. Al momento però a Roma sono occupati al varo del nuovo Governo con il totoministri che impazza in tv e sui giornali. E il timore è che la soluzione non si presenti in fretta, o quanto meno prima del prossimo anno. Sul tema dei frontalieri ci sono ancora dossier aperti: dalla tassazione agli spostamenti della categoria, dallo smart working ai rapporti di lavoro, all’indennità di disoccupazione. Un complesso e articolato pianeta lavorativo che per la sua connotazione numerica meriterebbe maggiore attenzione attraverso l’istituzione di un tavolo di lavoro annuale per il monitoraggio della situazione e in particolare delle ricadute socio-economiche sul territorio. Ai rappresentanti lombardi neo eletti in Parlamento il compito di azzerare lungaggini e pastoie burocratiche per tutelare una importante economia di...
Read MoreIL PNRR, BANCO DI PROVA DEL NUOVO GOVERNO
Corsa contro il tempo per il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza elaborato dall’Italia per superare l’impatto del Covid-19 con i suoi devastanti effetti. Nel 2020 il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione europea del 6,2. E’ partito da questi dati macroeconomici il quadro strategico di riforme strutturali da realizzarsi entro giugno 2026 per accedere alle risorse del Next Generation EU. Un volano per stimolare in modo significativo gli investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata, premessa della ripresa economica. Per l’Italia una ricca dotazione: circa 209 miliardi di euro, di cui 81,4 in sussidi. Il pagamento dei fondi comunitari è legato agli impegni che il governo Draghi ha preso in Europa. Impegni per le “riforme verticali” (nei singoli settori, come la giustizia, la scuola, la pubblica amministrazione) e per le “riforme orizzontali” (che interessano più settori). In particolare, uno degli obiettivi espliciti del Pnrr è quello di ridurre i divari territoriali. Per questo è prevista una specifica “clausola”, per cui almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente è destinato al Mezzogiorno dove, secondo un recente studio della Sda Bocconi, si registrano ritardi nell’utilizzo dei fondi stanziati “a causa della bassa qualità delle istituzioni locali”. Un campanello d’allarme che potrebbe pericolosamente suonare anche in altre zone del Paese a causa delle pastoie burocratiche. L’Italia, dopo l’incasso del primo esborso di 21 miliardi in aprile, ha ricevuto nei giorni scorsi il via libera dalla Commissione Ue per l’esborso della seconda rata di finanziamenti: 24,1 miliardi collegati ai 45 obiettivi previsti dal Pnrr per il primo semestre 2022, il cui raggiungimento è stato certificato da Bruxelles. Lo sguardo della politica è però già focalizzato sui prossimi 55 obiettivi, in scadenza il 31 dicembre, dal conseguimento dei quali dipende lo sblocco della prossima tranche, che vale 21,8 miliardi. In cantiere riforme strutturali, leggi delega, decreti attuativi. Sarà il primo vero esame europeo per il nuovo governo per la continuazione della politica attuativa del Pnrr, la verifica cioè dell’impatto del cambio di maggioranza sul cronoprogramma concordato a livello comunitario. Ci sarà spazio per rinegoziare il Pnrr come ipotizzato durante la campagna elettorale? Sul tappeto le variabili economiche innescate dal conflitto russo-ucraino: l’aumento dei prezzi dei materiali da costruzione, la crisi energetica e la forte inflazione. Extra costi che rischiano di causare rilevanti ritardi nell’assegnazione dei lavori. Procedura di revisione abbastanza complessa con valutazione da parte della Commissione e successiva approvazione del Consiglio europeo. Da Palazzo Chigi si precisa che i tempi di attuazione del Pnrr stanno rispettando la tabella di marcia. La prima fase di attuazione del Piano, dedicata soprattutto al disegno e all’approvazione delle riforme, si sta esaurendo. “Nei prossimi mesi e anni, ha commentato Mario Draghi, occorre attuare queste riforme sul campo, monitorando continuamente i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi quantitativi indicati nel Pnrr.” Centrati gli obiettivi fissati da Bruxelles, puntare ora senza indugi sugli investimenti. Passare cioè dalla programmazione all’attuazione concreta. Sono i “compiti da fare” che il premier uscente lascia alla nuova maggioranza, e più in generale alla forze politiche a pochi giorni dall’apertura della XIX Legislatura, con un preciso appello alla collaborazione: “la politica italiana sa ottenere grandi risultati quando collabora tra forze politiche di colori diversi ma anche tra Governo centrale ed enti territoriali.” Il banco di prova è il Pnrr che, sottolinea Draghi, “non è il Piano di un governo, ma di tutta l’Italia, e ha bisogno dell’impegno di tutti per garantire la riuscita nei tempi e con gli obiettivi previsti.” E senza riforme e senza Pnrr, ha avvertito l’Agenzia Moody’s, il rating dell’Italia...
Read MoreIL VOTO FRA PROMESSE E ILLUSIONI
Ultimi giorni della campagna elettorale. Per i partiti battute finali per catturare consensi e convincere gli indecisi in una corsa verso il voto segnata dal tema dell’astensionismo che da anni domina il dibattito politico. Una inquietante disaffezione elettorale per protesta o indifferenza, segno di un grave deficit di rappresentanza e, dunque, di malfunzionamento del sistema democratico. Sullo sfondo la grande incertezza del momento: la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’emergenza economica. Problemi ai quali nessuna risposta, se non in termini demagogici, è venuta dai leader politici impegnati a una reciproca delegittimazione. Scarso contributo, a volte contraddittorio, sul piano programmatico. Il nuovo governo si troverà ad affrontare prove estremamente impegnative: c’è da completare il PNRR per evitare di perdere i finanziamenti europei, bisogna varare misure urgenti che evitino il rischio di fallimento di un quinto delle imprese italiane non più in grado di sopportare i costi energetici, occorre arginare il calo dell’occupazione per evitare che le difficoltà economiche delle famiglie si trasformino in una vera e propria emergenza sociale. Una bomba ad orologeria particolarmente pericolosa. E’ in gioco a livello internazionale la credibilità dell’Italia, la sua azione di governo finalizzata a riformare il sistema economico e amministrativo per renderlo stabile e affidabile. E la credibilità non è fatta solo di parole. E’ fatta di nomi, di facce, di programmi. E’ fatta cioè di coerenza e di serietà politica. In circa due mesi di campagna elettorale, condotta da coalizioni o meglio da semplici cartelli elettorali privi di una precisa identità politico-programmatica, è andata in scena una rissosa fiera della propaganda e delle promesse irrealizzabili. Centinaia di miliardi gridati al vento. Promesse e illusioni a elevato impatto mediatico, fortemente simboliche, ma lontane da una realistica visione di riordino del sistema, che rischiano di trasformarsi in boomerang per qualche pifferaio magico. In particolare, sul fisco, in attesa dell’ok alla legge delega di riforma, si è giocata la partita dei grandi proclami, fra flat tax e patrimoniali, catasto e imposta di successione. Effimere suggestioni estive. Una fastidiosa televendita quotidiana insensibile all’autunno difficile che ci attende. In primis la Legge di bilancio da scrivere con promesse elettorali mirabolanti che si infrangeranno contro il muro delle spese già maturate a causa dell’alta inflazione e indifferibili. Un’ipoteca di 25 miliardi di euro, che potrebbero salire a 40 tenendo conto della frenata dell’economia. Lo Stato, senza sciagurati scostamenti di bilancio che farebbero deragliare il percorso di risanamento dei conti pubblici, dovrà trovare le risorse necessarie per combattere l’inflazione e sostenere famiglie e imprese. Soprattutto dovrà mettere in campo le misure necessarie a far crescere il Paese, perché senza crescita e conseguente occupazione c’è il buio oltre la siepe. Non può esserci sviluppo del Paese se ogni azione che si intraprende non tiene conto di un debito pubblico che ha superato i 2.700 miliardi. Un debito che significa dover pagare circa 70 miliardi l’anno di interessi agli investitori e che richiede un quadro di finanza pubblica, il rapporto fra entrate (il fisco) e la spesa pubblica, in grado di sostenere l’indebitamento, tenendo sotto controllo il famigerato spread. Dopo una irresponsabile fuga in avanti con la caduta del Governo Draghi, occorre una prova di… responsabilità per allontanare dai palazzi romani l’instabilità politica e l’inaffidabilità finanziaria, evitando di esporre il Paese alle imboscate dei mercati. E venire meno agli impegni presi con l’Europa con una serie di riforme strutturali, cestinando il Piano di ripresa socio-economica, sarebbe il più rovinoso scivolone di una classe politica che, distratta da un anacronistico sovranismo e da un demagogico populismo, non ha certamente brillato in cultura politica, visione programmatica e accorta azione di governo. L’Italia...
Read MoreLA STRADA IN SALITA DEL PNRR
Iniziato il conto alla rovescia per l’election day del 25 settembre. Per i partiti una corsa contro il tempo per definire programmi e alleanze inseguendo con la leadership i veti incrociati e le intenzioni di voto dei sondaggi. Sullo sfondo la grande incertezza del momento: la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’emergenza economica. E non sarà facile affrontare la campagna elettorale con le tante risposte da dare, e non soltanto a livello nazionale. E’ scaduto il tempo delle televendite e delle promesse facili, è finita la stagione delle illusioni. Le sfide da affrontare nell’immediato sono molteplici: inflazione, recessione, disuguaglianze, siccità, migrazioni, pandemia. E soprattutto gli impegni del Pnrr. E’ in gioco la credibilità dell’Italia, la sua azione di governo finalizzata a riformare il sistema economico e amministrativo per renderlo stabile e affidabile. E’ particolarmente rischiosa la grande impasse politica generata da una crisi al buio sulla macchina legislativa. Cresce la possibilità di fallire gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza di fine anno e di perdere non solo i 46 miliardi in arrivo, di cui 24,1 legati agli obiettivi del 30 giugno e 21,9 a quelli del 31 dicembre, ma l’intero Piano da 191,5 miliardi. Una follia politico-finanziaria. Con lo scioglimento delle Camere, sarà infatti difficile approvare in Parlamento nei tempi previsti alcune importanti riforme, in particolare quella della concorrenza, del fisco e della giustizia tributaria. A rischio anche importanti decreti attuativi fra cui quelli relativi al codice degli appalti e al processo civile e penale. Tutti i disegni di legge che non saranno approvati entro la fine dei lavori delle Camere sciolte decadranno e si ricomincerà da zero con il nuovo Parlamento. Una strada in salita per il Pnrr e per la legislatura che uscirà dal voto di settembre, operativa non prima di metà novembre. Dovrà realizzare entro fine dicembre 55 obiettivi, legati in gran parte a deleghe legislative, per accedere alla terza tranche del contributo europeo. Tanti i dossier aperti. Un’impresa ardua se associata all’iter della Legge di bilancio da approvare entro la stessa data per scongiurare l’esercizio provvisorio con i relativi vincoli di spesa. Osservato speciale resta dunque il Pnrr. La rilevante quantità di fondi europei che il nostro Paese ha impegnato rende necessario più che mai il rispetto di condizioni e termini fissati dall’Ue nel varare il Next Genaration EU, un pacchetto di riforme e investimenti per il periodo che va dal 2021 al 2026. Come ha ricordato Draghi nel suo ultimo intervento al Senato, “il Pnrr, approvato a larghissima maggioranza dal Parlamento, ha avviato un percorso di riforme e investimenti grazie a 68,9 mld di sovvenzioni e 122,6 mld di prestiti dell’Ue che non ha precedenti nella nostra storia recente”. Un ambizioso piano finalizzato alla modernizzazione del Paese che attende di essere realizzato, sfidando le insidie della campagna elettorale. Il premier dimissionario ha ribadito l’impegno di accelerare i tempi dei lavori per non compromettere del tutto l’operazione “Italia del futuro”. Un impegno fissato nella recente circolare di Palazzo Chigi, in linea con le direttive del Quirinale: “Il Governo rimane impegnato nell’attuazione legislativa, regolamentare e amministrativa del Piano nazionale di ripresa e resilienza e del Piano nazionale per gli investimenti complementari”. Una dichiarazione che rappresenta la “bussola” che Palazzo Chigi adotta con le dimissioni per definire il perimetro della propria azione durante la crisi. L’attuazione del Pnrr viene cioè ricompresa tra gli “obblighi internazionali e comunitari” con la possibilità quindi per il Governo di poter procedere anche con l’approvazione dei decreti legislativi attuativi di deleghe e con l’adozione di regolamenti governativi o ministeriali. Ma al di là di ogni pur lodevole dichiarazione...
Read MoreCRISI DI GOVERNO E CRISI ECONOMICA
A Bruxelles si guarda alla crisi di governo italiana con “preoccupato stupore”. In un momento particolarmente difficile per le tensioni geopolitiche, per lo shock energetico e per la forte impennata dell’inflazione viene meno la stabilità di governo che andrebbe invece supportata con la coesione e grande senso di responsabilità. E proprio nelle ore in cui il Governo Draghi entra nel tunnel di una pericolosa crisi, la Ue ha tagliato le stime di crescita per l’Italia. Secondo Bruxelles l’andamento della nostra economia, esaurito il trend positivo “di rimbalzo” per l’anno in corso, subirà una brusca frenata nel 2023: il prodotto interno lordo (pil) si fermerà allo 0,9% rispetto all’1,9-2,3% % precedentemente stimato. Previsioni in linea con quelle fatte dal premier Draghi (“un futuro economico pieno di rischi”) nella dichiarazione al termine dell’incontro con i sindacati. Un momento di grande incertezza sul fronte politico per il travaglio interno al M5S post scissione con ricadute sulla tenuta del Governo e sul fronte economico per le prospettive negative legate all’invasione russa in Ucraina. Una incertezza resa ancor più grave dagli eccessivi squilibri macroeconomici che caratterizzano il Belpaese: elevato rapporto tra debito pubblico e Pil, bassa crescita della produttività, debolezza strutturale dei mercati del lavoro e finanziari, fisco e giustizia da riformare. E i venti di crisi del governo pesano non poco sul differenziale tra Btp e Bund tedesco con lo spread che è tornato sopra la soglia critica dei 200 punti base, toccando quota 223. Sui mercati c’è attesa per le decisioni della Bce del 21 luglio che, dopo anni di tassi d’interesse zero, comunicherà il primo rialzo (almeno lo 0,25%). Una misura che, nella forte interazione che esiste tra politiche di bilancio e politiche monetarie, diventa sostenibile solo se c’è crescita economica. Ripercussioni negative anche in Borsa con Piazza Affari in pesante calo rispetto alle altre piazze finanziarie europee, mentre si riaccendono i timori degli investitori per una nuova recessione. Quali i rischi per l’Italia? Con l’aumento dello spread l’Italia è costretta a emettere nuovi titoli di stato per finanziare il debito, con interessi più alti, non potendo più contare sugli interventi della Bce con i generosi acquisti dei titoli made in Italy. E qualche partito della maggioranza, “benefattore” poco responsabile del debito pubblico (circa 300 miliardi quello maturato nel biennio 2020-2021) avanza la richiesta di nuovi “scostamenti di bilancio”: bandierine da sventolare nella campagna elettorale di primavera. Davvero difficile da spiegare a livello europeo il rebus politico italiano, un mix in chiaroscuro. L’Italia è alle prese con squilibri che destano preoccupazioni a livello internazionale. Il Piano di ripresa e resilienza sta affrontando le vulnerabilità del sistema Paese, anche stimolando la competitività e la produttività. “Tuttavia, a parere della Commissione europea, è probabile che l’effetto di potenziamento della crescita degli investimenti e delle riforme richieda tempo per svilupparsi e dipende un modo cruciale da un’attuazione rapida e corretta.” All’Italia, in particolare, si raccomanda di “limitare la crescita della spesa corrente finanziata su base nazionale al di sotto del potenziale di crescita del medio termine”, e cioè al di sotto dello 0,4%. Un chiaro appello per una politica di bilancio prudente in presenza della sospensione del patto di stabilità e dei suoi vincoli per deficit e debito anche nel 2023. Nessuna liberatoria per “spese fuori registro”.Un messaggio di rigore rivolto al Paese che ha più beneficiato dei fondi del Recovery fund, e che ha aumentato le sue spese correnti in modo non sufficientemente limitato. In autunno è previsto un primo esame dei nostri conti pubblici da parte di Bruxelles con la presentazione della manovra finanziaria. Teoricamente si potrebbe aprire una procedura di infrazione...
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