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SALARIO MINIMO E DIGNITA’ DEL LAVORO

Posted by on Giu 29, 2022 in La nostra Società | Commenti disabilitati su SALARIO MINIMO E DIGNITA’ DEL LAVORO

SALARIO MINIMO E DIGNITA’ DEL LAVORO

Prosegue il dibattito sul salario minimo dopo lo storico accordo raggiunto a Strasburgo fra Consiglio Ue, in rappresentanza dei 27 Stati membri dell’Unione, e il Parlamento europeo. Un negoziato durato oltre un anno e mezzo per scrivere le nuove regole che, negli auspici della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, “tuteleranno la dignità del lavoro e faranno in modo che il lavoro paghi il giusto compenso”. La direttiva, che dovrà essere approvata dalla plenaria del Parlamento europeo, non impone agli Stati di cambiare i sistemi nazionali esistenti sul salario minimo, ma stabilisce un quadro procedurale per promuovere salari minimi “adeguati ed equi”. Non ci sarà quindi un salario europeo valido per tutti i 27 Paesi ma sarà commisurato al costo della vita all’interno di una normativa finalizzata al superamento di ogni disuguaglianza. L’Europa chiede ai suoi partner di dare la giusta attenzione alla questione salariale proprio nel momento in cui l’inflazione rialza la testa mettendo a dura prova il potere d’acquisto di vaste fasce sociali. Sarà competenza degli Stati decidere se legiferare o meno sul livello salariale minimo. Sono attualmente 21 gli Stati membri dell’Ue nei quali esiste il salario minimo, negli altri sei vige la contrattazione collettiva, tra cui l’Italia, oltre a Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia e Cipro. La direttiva propone ai primi di verificare l’adeguatezza del salario minimo legale rapportato alle condizioni socio-economiche, al potere d’acquisto, nonché al livello di sviluppo della produttività nazionale. Ai Paesi con relazioni industriali regolamentate dalla contrattazione collettiva viene raccomandato di creare un piano d’azione per aumentare la copertura della forza lavoro, coinvolgendo le parti sociali. In Italia, in particolare, dove c’è un consolidato sistema di contrattazione collettiva che copre l’88,9% dei dipendenti di imprese del settore privato extra-agricolo, non c’è una legge che fissa un minimo legale (fermo al Senato un disegno di legge del M5S per un salario minimo a 9 euro). Allarmanti i dati dell’Inps: oltre 5 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di mille euro al mese, 4,5 milioni quelli che vengono pagati meno di 9 euro lordi all’ora, oltre 2 milioni i lavoratori che percepiscono 6 euro lordi all’ora. Assicurare diritti e dignità a chi lavora, “tenendo bene insieme salario minimo e contrattazione, l’uno in funzione dell’altro”, ha osservato il Ministro del Lavoro Orlando.    Ma sono in molti a chiedersi se l’introduzione di un salario minimo nel nostro Paese possa effettivamente avere una qualche utilità sociale in termini di aumento reale dei salari e di crescita del potere d’acquisto dei lavoratori. Tante le questioni sul tappeto. Prioritario sarebbe stabilire il “primato giuridico” fra salario minimo previsto dalla legge e i minimi tabellari inclusi nella contrattazione collettiva per evitare un deleterio contenzioso giudiziale, a scapito della certezza del diritto. Una eventuale convergenza verso l’alto dei salari minimi già previsti dalla contrattazione collettiva potrebbe generare ricadute economiche per le imprese e quindi, a cascata, per i consumatori per effetto del conseguente aumento dei prezzi. E una rincorsa fra prezzi e salari alimenterebbe pericolosamente la spirale inflazionistica.  In un contesto economico, caratterizzato da sistemi produttivi in continua trasformazione tecnologica, ed è questa l’obiezione di fondo, risulta difficile incasellare in termini generali il salario minimo a tutela delle condizioni retributive dei lavoratori. Diritti che potrebbero invece essere meglio garantiti se ancorati alla professionalità e al risultato finale, e quindi alle condizioni di maggiore flessibilità proprie della contrattazione collettiva. Per le parti sociali un intervento legislativo non è la soluzione, mortifica la contrattazione che è il cuore del sistema italiano nell’ambito della concertazione sindacale. “E opportuno non scardinare la contrattazione, secondo il Presidente di Confindustria Bonomi, ma potenziarla, affidandole il...

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RIFORMA FISCALE, UN’OPERA INCOMPIUTA

Posted by on Giu 19, 2022 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su RIFORMA FISCALE, UN’OPERA INCOMPIUTA

RIFORMA FISCALE, UN’OPERA INCOMPIUTA

Dopo mesi di scontri e di rinvii, la irrequieta maggioranza di governo ha trovato un faticoso accordo per far ripartire l’iter legislativo del fisco del futuro. Un compromesso al ribasso sui 10 articoli del disegno di legge delega per la riforma fiscale che, nell’intento del premier Draghi, “punta ad abbassare la pressione fiscale, razionalizzare e semplificare il sistema tributario preservando la progressività impositiva e riducendo i fenomeni di evasione ed elusione fiscale”. Il 20 giugno il disegno di legge approderà in aula, alla Camera, successivamente in Senato. Dopo l’approvazione del Parlamento, la legge delega tornerà al governo che avrà 18 mesi di tempo per emanare i decreti di attuazione. A rendere operativa la riforma potrà essere l’attuale esecutivo di Palazzo Chigi o il governo che uscirà dalle elezioni politiche in primavera, con tutte le variabili e le incertezze del caso.   I principi dettati nella delega riguardano sia la riforma dell’Irpef, per alleggerire il prelievo sui redditi medio-bassi, sia quelle delle imposte sulle imprese, Ires e Irap, con il graduale superamento di quest’ultima. L’intesa tra partiti e governo archivia le addizionali comunali, sostituite da una sovraimposta. Non è stato un cammino facile. Il fisco è da sempre terreno politicamente esplosivo e divisivo, un terreno di proclami, slogan e bandierine. Un terreno per shopping elettorale. Particolarmente forti i contrasti registrati all’interno della maggioranza sul catasto, con il governo più volte sull’orlo della crisi. L’abbandono dell’originaria idea di attribuire a ogni immobile un “valore patrimoniale”, allineato ai valori di mercato, ha sgomberato dai nuvoloni neri l’orizzonte della riforma fiscale. Il “nuovo” catasto che scatterà nel 2026, al di là dei discorsi di facciata di alcuni partiti, non presenta quindi grandi novità ai fini di un riequilibrio della tassazione sugli immobili, in particolare per una pressione fiscale sulle abitazioni più equa. Il contestato “valore patrimoniale” ha lasciato il posto a una “rendita catastale ulteriore, suscettibile di periodico aggiornamento” da affiancare a quella già presente nella visura catastale. Questo “valore parallelo”, salvo sorprese legislative del futuro, non influenzerà il calcolo dell’Imu e delle altre imposte immobiliari. Non si passa dunque da un regime catastale a uno patrimoniale basato su valori reali di mercato. Resta così l’incongruenza tra le rendite e i valori commerciali, e quindi l’iniquità della tassazione in presenza di immobili accatastati in passato in zone centrali delle grandi città, con rendite da case popolari, che pagano meno rispetto a immobili di recente costruzione in periferia con rendite aggiornate. Senza ignorare gli edifici residenziali degli Anni 40 trasformati attraverso migliorie in case di lusso e ville con piscina. Ancora più deludenti i risultati sull’obiettivo di “una progressiva revisione del trattamento fiscale dei redditi personali derivanti dall’impiego del capitale”, sia mobile che immobile, verso un sistema compiutamente duale, mettendo ordine nel ginepraio delle aliquote attuali, che vanno dal 10% e dal 21% della cedolare secca sugli affitti al 26% sui capital gain, passando per il 12,5% su titoli di Stato e risparmio postale. Restano invariati quindi i regimi alternativi all’Irpef: nessuna “tassa piatta” unica, sopravvive la parcellizzazione delle imposte sostitutive che ripropone non poche disparità di trattamento di cui è davvero difficile predicare la compatibilità con i principi di uguaglianza e capacità contributiva di cui agli articoli 3 e 53 della Costituzione. Con lo svuotamento della riforma del catasto e il depotenziamento del sistema duale, sono non pochi i dubbi sulla reale idoneità di questa legge delega, privata dai partiti di buona parte della sua carica innovativa, a riportare ordine e a raggiungere quindi risultati positivi almeno nel medio periodo. Il rischio è che il sistema fiscale, nella sostanza, resti così com’è, lasciando...

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IL FISCO CHIAMA, IL CONTRIBUENTE RISPONDE

Posted by on Mag 30, 2022 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su IL FISCO CHIAMA, IL CONTRIBUENTE RISPONDE

IL FISCO CHIAMA, IL CONTRIBUENTE RISPONDE

Per oltre trenta milioni di contribuenti si è aperta la stagione dei redditi 2022. Sul sito web dell’Agenzia delle Entrate, con alcuni giorni di ritardo rispetto agli anni precedenti, è disponibile la dichiarazione precompilata che, nelle parole del Direttore Ruffini, “rappresenta un cambio di paradigma nel rapporto tra i cittadini e il Fisco”.  In questa prima fase, entrando nella propria area riservata sul sito dell’Agenzia tramite Spid, Carta d’identità elettronica o Carta nazionale dei servizi, sarà possibile controllare nel dettaglio i dati precaricati dal Fisco sulla propria dichiarazione, dalle spese mediche alle voci della certificazione unica, dai premi assicurativi alle spese per l’istruzione, dai contributi previdenziali e assistenziali agli interessi su mutui, e molti altri. Sono in costante aumento i dati che troveremo: nei modelli 2022 l’Agenzia ha già inserito oltre 1,2 miliardi di informazioni. E cresce anche il numero di cittadini che, negli anni, ha gestito in autonomia la propria dichiarazione: lo scorso anno il dato ha raggiunto quota 4,2 milioni, il triplo rispetto al 2015 (1,4 milioni), il primo anno del “progetto precompilata” avviato in via sperimentale. Bilancio certamente positivo se rapportato al numero delle dichiarazioni mod. 730 inviate dai contribuenti senza modifiche che sono passate dal 5,8% del primo anno al 22,3% del 2021. In pratica, come rileva Fisco Oggi, la rivista online dell’Agenzia delle Entrate, quasi 1 contribuente su 4 ha inviato la dichiarazione così come predisposta dal Fisco. Le dichiarazioni 2022 (mod.730, Redditi PF) fanno il pieno di dati, la maggior parte dei quali è riferita alle spese sanitarie (alcune con il vincolo della “tracciabilità”) che balzano a oltre 1 miliardo (+40% rispetto alla stagione 2021). Incremento significativo (+ 36% sullo scorso anno) per i dati relativi a “bonifici per ristrutturazioni edilizie”, con oltre 10 milioni di dati (che finiranno sotto la lente d’ingrandimento del Fisco). Se la “precompilata” viene accettata senza modifiche non ci saranno controlli sui documenti relativi alle spese inserite. Se, invece, il contribuente apporta modifiche l’Agenzia potrà eseguire il controllo unicamente sui dati variati e non anche (come accadeva in passato) su tutti gli altri dati non modificati. Qualora dalla dichiarazione emerga un credito o un debito, il relativo rimborso o trattenuta sarà operato dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico nella busta paga o nella rata di pensione a partire, rispettivamente, da luglio e agosto/settembre. Per chi accelera le operazioni di invio della dichiarazione, in presenza di imposta a rimborso, la busta paga di luglio sarà maggiorata con il bonus da 200 euro, l’una tantum introdotta dal Decreto Legge “Aiuti” 50/2022 per i soggetti con reddito annuo non superiore a 35mila euro lordi. La stagione dichiarativa 2022 si chiuderà il 30 settembre per chi presenta il mod.730 e il 30 novembre per chi invece utilizza il Mod. Redditi PF (contribuenti soggetti a ISA, titolari di redditi di partecipazione, soggetti IVA).      Tutto ok? Non proprio. Sul tappeto il problema di sempre: la complessità del nostro ordinamento tributario con un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione. Un quadro fortemente critico  che, alla vigilia delle nuove scadenze fiscali, impone una riflessione per una seria riforma fiscale, non più differibile. Ancora inascoltato l’appello di Ezio Vanoni, storico Ministro delle Finanze degli Anni Cinquanta, per “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto e del conseguente contenzioso tributario. Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici...

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RIFORMA DEL CATASTO, UNA CORSA AD OSTACOLI

Posted by on Mag 30, 2022 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su RIFORMA DEL CATASTO, UNA CORSA AD OSTACOLI

RIFORMA DEL CATASTO, UNA CORSA AD OSTACOLI

Restyling dai contorni incerti quello sul Catasto, nodo centrale della Legge delega per la Riforma fiscale. Dopo settimane di tensione e minacce di crisi, il faticoso accordo (o compromesso?) raggiunto nella maggioranza di governo rilancia la nuova mappa del fisco che, salvo imprevisti e imboscate parlamentari, dovrebbe essere approvata entro fine giugno, tale da consentire a Palazzo Chigi di lavorare ai decreti delegati, nel rispetto dei tempi fissati dal calendario del Pnrr.  Il nuovo Catasto, superando la strettoia di fine legislatura, scatterà nel 2026. Al di là di slogan e propaganda di alcuni partiti, non presenta grandi novità ai fini di un riequilibrio della tassazione sugli immobili, in particolare per una pressione fiscale sulle abitazioni più equa. Cancellata l’attribuzione esplicita di un “valore patrimoniale” agli immobili, ma sopravvive all’ultima limatura politica l’indicazione di una “rendita catastale ulteriore suscettibile di periodico aggiornamento”, da affiancare a quella già presente nella visura catastale. Questa rendita bis sarà determinata in base ai criteri di mercato previsti dal DPR 138/1998, quello che già consente ai Comuni di aggiornare i parametri catastali, e quindi le tariffe d’estimo, alle mutate condizioni degli immobili, rapportate anche alla revisione delle zone censuarie. In questa ottica, e ai soli fini informativi, per il Fisco sarà sempre possibile accedere ai valori Omi (Osservatorio del mercato immobiliare) che indicano i prezzi di mercato divisi per zone. Tramontata l’ipotesi di un archivio catastale basato sui metri quadrati delle singole unità immobiliari, più aderente alla realtà rispetto al vecchio e controverso criterio dei vani catastali. Non si passa dunque da un regime catastale a uno patrimoniale basato su valori reali di mercato. Resta cioè l’incongruenza tra le rendite e i valori commerciali. Il Catasto italiano verrà progressivamente aggiornato, ma senza cambiamenti rispetto ai criteri attuali. Le risultanze catastali saranno le uniche utilizzabili per la determinazione della base imponibile dei tributi.  Di fatto la riforma del Catasto è “svuotata” e perde ogni efficacia in termini di maggiore gettito previsto. “Si cambia tutto, per non cambiare nulla”: nelle grandi città immobili in zone centrali accatastati come case popolari che pagano meno rispetto ad abitazioni moderne di periferia che hanno rendite aggiornate. L’iniquità resta. Di certo arriverà una rinnovata caccia alle “case fantasma”, con una semplificazione delle comunicazioni e delle azioni di accertamento ai fini dei controlli sul territorio da parte degli enti locali. Il maggiore gettito scovato dall’evasione potrà essere utilizzato per ridurre le imposte sugli immobili regolari dello stesso Comune, in primis l’Imu. L’Agenzia delle Entrate ritiene che attualmente ci siano oltre 1,2 milioni di unità immobiliari urbane non censite in Catasto, senza contare i terreni edificabili classificati come agricoli. Una situazione fortemente critica che genera un’evasione fiscale delle imposte immobiliari di circa 6 miliardi di euro.  La mappatura degli immobili, e dunque la rilevazione dei beni non censiti, rappresenta il primo passaggio per il Catasto del futuro: l’obiettivo resta quello di dotare l’Agenzia delle Entrate di strumenti in grado di facilitare e accelerare l’individuazione e il corretto classamento degli immobili attualmente non censiti o che non rispettano la reale consistenza di fatto, la relativa destinazione d’uso, ovvero la categoria catastale attribuita. Le abitazioni sono suddivise in categorie e classi che riflettono ancora la situazione di quando la rendita è stata attribuita senza tenere conto di eventuali migliorie intervenute nel tempo. Basti pensare che 3,5 milioni di edifici residenziali tuttora esistenti sono stati costruiti prima del 1940 e la maggior parte ha subito importanti opere di riqualificazione. Ruderi diventati case di lusso, ville con piscina. Considerando che l’ultima revisione importante del sistema di rilevazione catastale risale al biennio 1988-89, in previsione dell’arrivo dell’Ici, e...

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LA GUERRA DI PROPAGANDA IN UCRAINA

Posted by on Apr 16, 2022 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su LA GUERRA DI PROPAGANDA IN UCRAINA

LA GUERRA DI PROPAGANDA IN UCRAINA

Orrore senza fine nella guerra della Russia di Putin in Ucraina. Dopo il massacro di Bucha, un fine settimana di atrocità: la strage alla stazione di Kramatorsk e il ritrovamento a Makariv di 132 corpi di persone torturate e uccise. Delitti contro l’umanità. Immagini satellitari e tv, testimoni diretti, video sui social rivelano ogni giorno al mondo intero i crimini di guerra in terra ucraina: fosse comuni con civili ammazzati con le mani legate dietro la schiena, cadaveri buttati lungo le strade, donne stuprate e carbonizzate, anziani torturati dopo feroci interrogatori, bambini uccisi, missili su tanti disperati in fuga. Stragi di inermi, un massacro all’insegna del terrore con città e villaggi distrutti, rasi al suolo da continui bombardamenti. Ogni singola immagine racconta una storia. Un cane veglia il cadavere di un uomo, forse il suo padrone, ucciso mentre andava in bicicletta per un riparo, una ciabatta fucsia che spunta dalla terra, la mano di una donna con le unghie smaltate, una busta di plastica con delle patate accanto a un anziano riverso al suolo. Scene di profonda disumanità. E Mosca continua a negare ogni responsabilità: “messa in scena dell’Occidente, intollerabili provocazioni di Kiev”. Uno squallido ribaltamento delle responsabilità da parte della perfetta macchina della disinformazione del Cremlino, già ben collaudata dopo il bombardamento del teatro di Mariupol. E se la negazione di ogni responsabilità non funziona a livello mediatico, si può sempre fare una chiamata in correità dicendo che gli altri, gli americani, la Nato o gli ucraini hanno fatto ben di peggio.  Sull’asse Mosca-Kiev, con perfida crudeltà, si rincorrono le fake news per alimentare la fabbrica dei dubbi. Un’operazione abilmente condotta dal ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, con i suoi deliranti moniti: “una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”. Le fake news usate come armi, al pari di quelle vere sul campo. E a nulla vale la replica dell’Onu che, attraverso l’Ufficio per i diritti umani, ha rilevato che i corpi scoperti a Bucha “sollevano serie domande su eventuali crimini di guerra”.   Indignazione e sgomento per la lettura che Mosca dà dell’aggressione e dei suoi misfatti bellici in Ucraina. Una lettura che trova consensi nel Belpaese da parte di impenitenti “primedonne” della scena televisiva. Con la solita spocchia è intervenuto l’ex direttore di Rai2, Carlo Freccero: “Certe immagini possono essere funzionali a un’escalation voluta del conflitto, permangono dubbi sui commenti giornalistici, non si può dir niente di definitivo sino a che non saranno svolti accertamenti”. In estrema sintesi, le stragi di Mariupol, Bucha, Kramatorsk e Makariv  “è propaganda di guerra”, set cinematografici per una fiction di successo. Pura invenzione degli inviati di guerra. Allucinante. Non sono mancate proteste e reazioni nei confronti di una tesi così imbarazzante sostenuta da “uno sciacallo, disposto a qualsiasi nefandezza, anche davanti al massacro di civili inermi, per pasturare la sua pozzanghera di seguaci” (Fazzolari, FdI). Quando un noto personaggio televisivo afferma che in Ucraina sono in corso le riprese di una fiction non esprime una opinione, ma si rende protagonista di un infelice intervento, un misero tentativo di mistificazione per giustificare, attraverso contorsioni intellettuali, i crimini della Russia di Putin e del suo folle imperialismo. Un oltraggio a poveri cadaveri. Ma anche un attacco al lavoro difficile dei tanti giornalisti che in condizioni di estremo pericolo operano sul territorio rendendo un grande servizio al diritto d’informazione attraverso reportage e testimonianze puntuali. Una finestra aperta su una drammatica realtà nel cuore dell’Europa. Lasciamola sempre aperta per evitare che la guerra di propaganda faccia un’altra clamorosa vittima: il giornalismo, libero e indipendente. Sarebbe stato più opportuno mettere sotto accusa chi ha...

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