L’UNIONE EUROPEA E LA GUERRA AI RUBLI DELLO ZAR
Kiev chiama, Bruxelles risponde. In un clima di grande compattezza, linea d’azione unitaria tra gli alleati della Nato, nel G7 e tra i Paesi Ue nei tre vertici tenuti nella capitale belga, con l’intervento del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Tante le implicazioni belliche ed economiche, unico l’obiettivo: dare una svolta all’aggressione russa in Ucraina, potenziando -a oltre un mese dall’invasione- il coordinamento nella politica sanzionatoria contro Mosca per “ripristinare la pace e la stabilità e sostenere il diritto internazionale”. S’inquadra in tale ottica la conferma del forte sostegno militare e umanitario all’Ucraina e il rafforzamento dell’Alleanza a Est, oltre agli interventi sulle forniture energetiche per azzerare gradualmente la dipendenza di gas, petrolio e carbone russi, fino a giungere al totale boicottaggio bloccando ogni importazione dalla Russia e, di conseguenza, il flusso miliardario di dollari. Uscire cioè da ogni forma di ricatto. Ma il punto cruciale rimane la reale efficacia delle sanzioni finora decise contro il Cremlino quale deterrente dell’azione bellica. Di forte impatto finanziario risulta il congelamento delle riserve valutarie detenute all’estero (oltre 643 mld di dollari) da Bank Rossii, la Banca centrale della Federazione Russa, per rendere impossibile all’istituto monetario di liquidare i suoi asset, venderli per difendere il rublo, crollato del 42% a seguito dell’invasione e delle sanzioni imposte da Ue e USA. Nessuna possibilità per Mosca di finanziarsi sui mercati internazionali. Una misura degli alleati occidentali finalizzata a fare aumentare l’inflazione, paralizzare il potere d’acquisto e ridurre gli investimenti. Quello economico è il secondo fronte che si è aperto nel momento in cui Putin ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina. Un fronte insidioso per la tenuta del regime che ha generato in Europa il timore che Mosca potesse aggirare le sanzioni usando il proprio oro. Nei forzieri della banca moscovita ci sono circa 2.300 tonnellate d’oro, volumi raddoppiati dopo l’invasione della Crimea nel 2014: tesoro che vale circa 140 miliardi di dollari, difficile però da monetizzare per le restrizioni che hanno colpito la Russia. I lingotti fusi nel Paese non sono più accettati nelle maggiori piazze finanziarie, a cominciare dalla City londinese, precludendo così ogni canale di rifornimento valutario. Una situazione finanziaria che si è ulteriormente aggravata per la Russia dopo l’intervento del consorzio internazionale Swift che, su indicazione della Bce, ha inibito alle maggiori banche russe (oltre il 70% del mercato bancario del Paese) l’uso dei codici di sicurezza necessari per gli scambi Internazionali. Difficoltà a eseguire transazioni per le imprese e le istituzioni russe, con rilevanti danni economici. Bloccate le esportazioni e le importazioni per la impossibilità della regolamentazione dei relativi pagamenti. Da qui “la mossa da pokerista” di Vladimir Putin per ridare forza alla moneta nazionale e rintuzzare le sanzioni: pagamenti del gas in rubli. Gli “Stati ostili” colpiti dal provvedimento dello zar di San Pietroburgo (Italia compresa) dovranno comprare rubli prima di ottenere in cambio gas russo. Il rublo, rinfrancato, ha recuperato (parzialmente) terreno rispetto al dollaro, favorendo così maggiori profitti nelle vendite energetiche e, quindi, più mezzi per sostenere lo sforzo bellico. Un “fuoco di paglia”, secondo gli analisti, perchè non supportato da una credibile politica monetaria e da una adeguata sostenibilità economica. Per i leader europei quello di Putin è un bluff, “una violazione contrattuale” (Draghi), i contratti in euro e dollari si rispettano. Le società russe che vendono gas hanno avuto finora in cambio moneta forte, euro o dollari, rischiano di ricevere in futuro solo rubli e con il tasso galoppante d’inflazione non sarà proprio un affare. Secondo la società di rating Moody’s, il rischio di insolvenza e le potenziali perdite per gli investitori rimangono molto elevati,...
Read MoreL’EUROPA E L’INVASIONE RUSSA IN UCRAINA
Riscrivere la storia del nuovo millennio e ridisegnare la carta geografica dell’Europa. E’ chiaro, nella sua drammaticità, l’obiettivo di fondo dell’invasione russa in Ucraina nella folle strategia di Putin. Al di là di ogni fallace giustificazione legata all’allargamento della Nato a Est e alle origini dell’Ucraina, “una Nazione inventata da Lenin”, la Federazione Russa del novello zar di San Pietroburgo agisce da tempo militarmente per alterare gli equilibri territoriali formatisi negli ultimi trent’anni. E’ il risultato di una precisa visione politica basata su un imperialismo che ha il “diritto” di ricostruire l’area continentale che era stata sotto il dominio dell’Unione Sovietica, la “grande Russia” pre-bolscevica. Dopo l’invasione della Georgia del 2008 e l’annessione della Crimea del 2014, l’aggressione all’Ucraina (Nazione indipendente dal 1991 grazie al 91% del voto popolare) si inserisce nella sanguinosa coerenza imperiale, in attesa di nuovi teatri di guerra nelle repubbliche del post 1990. E poco importa se per un malcelato delirio di onnipotenza del suo Presidente, la Russia continua a violare molti principi che reggono l’Onu: il rispetto della sovranità degli Stati, la regola dell’autodeterminazione dei popoli, l’obbligo di risolvere in modo pacifico le controversie e di non interferire con le competenze interne di altri Stati. Violati importanti accordi multilaterali regolarmente sottoscritti, come quelli istitutivi del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Per il diritto internazionale, la Federazione russa è uno Stato fuori legge. Ma come reagire a uno “Stato canaglia”? Uno Stato che, sconfessando la visione Kantiana della “pace perpetua” diffusa nelle leadership politiche ed economiche europee con la fine della Guerra fredda e la caduta del Muro, ha messo a nudo la realpolitik dell’Ue con i suoi errori per non aver saputo riconoscere il “senso di insicurezza” creatosi a Mosca con la fine dell’Unione Sovietica, per non aver intercettato le frustrazioni dell’ex agente del Kgb, soverchiato dalla potenza cinese e sottovalutato dalla diplomazia occidentale, e il suo desiderio di riscatto geopolitico. Un revanscismo che con il sangue e le distruzioni in Ucraina, con il ricatto energetico ai “Paesi ostili” e la minaccia nucleare segna la sconfitta dell’Unione europea. In primis, della ex cancelliere tedesca Angela Merkel la cui politica di acquiescenza nei confronti di Mosca, avallata a livello comunitario, ha portato per quindici anni a ignorare il quadro strategico dell’Europa con i suoi limiti e le sue debolezze strutturali. Prioritaria la Russia, un “vicino di oltreconfine” da pacificare con la tecnologia e le merci tedesche e con la costruzione di Nord Stream 1 e 2, il gasdotto Russia-Germania di 1234 km sui fondali del Mar Baltico, aggirando e indebolendo Ucraina, Bielorussia e Polonia, in spregio delle richieste americane di irrobustire la spesa militare. Una politica miope che ha colpevolmente ignorato i rigurgiti nazionalistici all’ombra del Cremlino, l’ostinata determinazione di Putin di tornare alla dimensione imperiale rivendicata con fermezza alla Conferenza per la sicurezza di Monaco nel 2007 (riunificazione del “Mondo Russo” smembrato dallo scioglimento dell’URSS). Anni di apparente pacificazione, autocompiacimenti nelle cancellerie europee, ospitalità dorata allo zar (Berlusconi docet), il suo coinvolgimento nel G8, con la discussione di un partenariato. Uno scenario avvolto in un velo di ipocrisia. E ora, la guerra nel cuore dell’Europa! Inaspettata, imprevista, incomprensibile. Sanguinaria. Strage di civili, donne e bambini in fuga, città devastate, obiettivi sensibili colpiti, corridoi umanitari violati, carri armati all’assalto delle istituzioni. Putin sta giocando le sue carte con cinica freddezza. L’Unione europea si è risvegliata dal torpore che l’aveva indebolita, riscoprendo i suoi principi fondanti, la sua vocazione al dialogo, all’accoglienza, alla solidarietà, nel segno della condivisione, figlia della sofferenza e del sangue europeo del Novecento. Compatta,...
Read MoreIL PNRR E IL RUOLO DELLA POLITICA
Corsa ad ostacoli per il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza elaborato dall’Italia per superare l’impatto del Covid-19 con i suoi devastanti effetti. La pandemia ha colpito l’economia italiana più di altri Paesi europei. Nel 2020, il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione Europea del 6,2. La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento. Parte da questi dati macroeconomici il quadro strategico di riforme strutturali da realizzarsi entro il 2026 per accedere alle risorse del Next Generation EU. Un volano per stimolare in modo significativo gli investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata, premessa della ripresa economica. Sul tappetto una ricca dotazione: per l’Italia risorse quantificabili in circa 209 miliardi di euro, di cui 81,4 in sussidi. Il pagamento dei fondi comunitari è sottoposto al conseguimento di risultati nel rispetto degli impegni che il governo ha preso a livello europeo lo scorso dicembre. Impegni per le “riforme verticali” (nei singoli settori, come la giustizia, la scuola, la pubblica amministrazione) e per le “riforme orizzontali” (che interessano più settori, come la riforma fiscale e del mercato del lavoro). Superata entro l’anno la fase iniziale con i vari passaggi di natura principalmente legislativa e regolatoria, lo step successivo, quello che verosimilmente inizierà nel 2023, riguarderà l’operatività del piano (implementazione delle riforme e realizzazione degli investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi). Ma con le elezioni politiche della primavera 2023 cosa succederà al Piano italiano? Quale maggioranza parlamentare uscirà dalle urne? Continuità o discontinuità d’azione? Certamente, l’attuale Pnrr con l’imprimatur della Commissione Ue rappresenta il programma del governo Draghi, il faticoso risultato di compromessi raggiunto all’interno della composita squadra di Palazzo Chigi. Sacrifici elettorali che ogni partito della coalizione ha accettato di fare per salvaguardare la convergenza nazionale intorno al premier. Una linea politica unitaria sollecitata dal Presidente Mattarella nel suo discorso al Parlamento in occasione del giuramento. E’ ipotizzabile, però, che già nella campagna elettorale dei prossimi mesi, possano registrarsi le prime schermaglie: ogni forza politica, per calcoli elettorali, potrà disconoscere le scelte operate in ambito governativo. Facile immaginare le conseguenze politiche all’indomani del voto del 2023. Il Pnrr, nel pieno della sua operatività, correrebbe il rischio di impantanarsi nelle stucchevoli diatribe fra partiti arrestando il flusso finanziario di Bruxelles. Addio ripresa economica, addio sogni di gloria legati alla innovazione e alla modernizzazione del Sistema Paese. Una ipoteca pericolosa, piena di incognite. Futuro incerto. In questo contesto emergenziale la politica è chiamata a fare presto e bene per superare la discordanza tra ciclo elettorale e ciclo del Pnrr. E la situazione non volge al meglio, sia per i venti guerra che soffiano impetuosi ai confini dell’Ue, sia per il rimbalzo dell’inflazione e del caro energia. Entro il 30 aprile il governo deve presentare il Def, Documento di economia e finanza, e deve scriverci i numeri programmatici per il prossimo triennio, quindi le quantità e la qualità delle stesse riforme. Serve chiarezza per riforme credibili su fisco, giustizia, concorrenza e P.A., con tempi di attuazione certi. Il rispetto delle scadenze è uno degli indicatori cui le istituzioni europee valutano l’operato degli Stati membri. Con queste riforme la crescita italiana si attesterebbe tra il 3 e il 4%, dando sostenibilità al debito pubblico che in rapporto al Pil scenderebbe di circa il 5% all’anno....
Read MoreRIFORMA FISCALE E RILANCIO DELL’ECONOMIA
Strada in salita per la riforma fiscale. La legge delega approvata dal Governo lo scorso 5 ottobre e ora all’esame della commissione Finanze alla Camera è finita sotto il tiro incrociato dei partiti con la presentazione di 467 emendamenti. Proposte correttive in forte odore di “populismo fiscale” che rischiano di mettere a dura prova la tenuta politica della maggioranza in giorni di grande fibrillazione per le incertezze che accompagnano il cambio della guardia al Quirinale. Nel corso di quasi cinquant’anni dalla sua introduzione (1974), il sistema fiscale italiano è stato oggetto di numerosi interventi modificativi che, in assenza di una riforma organica, ne hanno causato una generale frammentazione normativa non sempre di facile interpretazione, rendendo conflittuale il rapporto fra contribuenti e fisco. L’ordinamento tributario appare sempre più come una giungla inestricabile in cui è difficile avventurarsi, irta di norme e provvedimenti a volte contraddittori generati da una ipertrofia legislativa. Il nostro Paese ha il non invidiabile record della onerosità degli adempimenti fiscali con un basso rapporto costo-beneficio in termini di contrasto all’evasione. Un problema che ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese e che va affrontato con una normativa chiara e semplice, senza fastidiosi orpelli. Più complicato è un sistema fiscale, più facile è nascondere reddito nelle sue pieghe oscure e sottrarsi a ogni pagamento. Da tempo si parla di riforma fiscale, di semplificazione, di taglio netto di balzelli e inutili adempimenti per puntare su un’equa distribuzione del carico impositivo con meno burocrazia e più qualità. Azzerare cioè antiche distorsioni nel segno di un moderno ordinamento tributario. Un salto di qualità, accantonando strategie elettoralistiche per privilegiare nell’azione di governo l’autentico senso dello Stato. Muove da queste criticità la legge delega governativa contenente in dieci articoli i principi e i criteri direttivi generali ai quali il fisco del futuro deve essere orientato: la riduzione del carico fiscale per il rilancio dell’economia, la razionalizzazione e semplificazione del sistema tributario, il mantenimento della progressività impositiva, la riduzione dei fenomeni di evasione ed elusione fiscale. Una proposta di rinnovamento significativa che prevede la revisione del sistema di imposizione sul reddito delle persone fisiche secondo un modello di “tassazione duale” con l’applicazione della medesima aliquota proporzionale di prelievo sui redditi derivanti dall’impiego del capitale anche nelle attività d’impresa e di lavoro autonomo svolte da soggetti diversi da quelli a cui si applica l’imposta sul reddito delle società (Ires). Per effetto di tale modifica, la tassazione progressiva resterebbe applicabile ai redditi da lavoro dipendente (taglio al cuneo fiscale) e da pensione e a quelli relativi al contributo lavorativo dell’imprenditore individuale e del lavoratore autonomo. In particolare, la revisione dell’Irpef deve garantire la graduale riduzione delle aliquote medie effettive al fine di incentivare l’attività imprenditoriale e l’offerta di lavoro, il riordino delle deduzioni e delle detrazioni e l’armonizzazione dei regimi di tassazione del risparmio. Un primo tassello della riforma è stato inserito nella Legge di Bilancio 2022 con la rimodulazione delle aliquote e degli scaglioni di reddito da cinque a quattro con contestuale modifica delle detrazioni per lavoro dipendente/autonomo e pensioni. Resta ancora da sciogliere l’annoso nodo delle numerose imposte sostitutive che distorcono la progressività della tassazione dei redditi delle persone fisiche e che, in considerazione della maxi estensione dei redditi degli italiani fuori dal sistema Irpef, non favoriscono un’equa ridistribuzione del carico fiscale. Altri punti importanti della riforma in cantiere sono gli interventi sull’imposta sul reddito delle società, (armonizzazione dei valori civili e fiscali, semplificazione delle variazioni in aumento/diminuzione del conto economico, riduzione delle differenze tra i vari sistemi di tassazione delle imprese), sull’Iva (razionalizzazione del numero e dei livelli delle...
Read MoreLA RIFORMA DEL PATTO DI STABILITA’
Unione europea, work in progress. Dopo il Recovery Plan for Europe con l’ambizioso progetto Next Generation EU varato per fronteggiare la recessione pandemica, due nuovi capitoli si aggiungeranno nel 2022 alla complessa storia comunitaria: l’atto finale della Conferenza sul futuro dell’Europa in corso dallo scorso 9 maggio e la riforma del Patto di stabilità e crescita. Un tema quest’ultimo di grande rilevanza nella politica di bilancio dei Paesi europei. Un accordo tra i Paesi membri dell’Ue che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: il deficit pubblico (differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) che non deve superare il 3% del Pil e il debito pubblico che non deve superare il 60% del Pil. Parametri molto rigorosi, più volte terreno di scontro fra i falchi del Nord e i Paesi cicala del Sud Europa. Le norme del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi contenuti nel Trattato di Maastricht del 1992, “mirano a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche e a correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi.” Di fatto si vuole evitare che gli squilibri interni e la mancanza di rigore di un singolo Stato per allegra finanza possano mettere a rischio la sua stessa tenuta e quella dell’Ue. Per i Paesi “trasgressori” la Commissione Ue può promuovere una procedura d’infrazione che attraverso un avvertimento preventivo e una serie di raccomandazioni si conclude con una sanzione. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva proposto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di raccomandazioni correttive o di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica per sostenere l’economia durante la crisi, tutelando imprese e famiglie. Nella previsione di condizioni economiche dell’Ue ante crisi per il 2023, il Meccanismo europeo di stabilità (MES) lo scorso ottobre è intervenuto nel dibattito lanciato dalla Commissione europea per la revisione del Patto di stabilità con una importante proposta: tetto del deficit sempre al 3%, ma limite del rapporto tra debito pubblico e Pil al 100% (invece dell’attuale 60%). In un panorama economico radicalmente stravolto dalla crisi pandemica, il MES sostiene che nel medio termine il nuovo parametro del Patto, con un allentamento ragionato e motivato dei vincoli sul debito, possa favorire la graduale eliminazione delle misure fiscali discrezionali legate alla pandemia, rilanciare l’economia e nel lungo termine rafforzare l’impegno del singolo Stato verso posizioni di bilancio sostenibili. Ridurre cioè l’indebitamento senza ricorrere a tasse più alte e a tagli alla spesa sociale. Tornare all’obiettivo pre-crisi di debito del 60% del Pil potrebbe minare la ripresa economica e potenzialmente indebolire l’impegno verso le regole comunitarie. “Abbiamo bisogno di più spazio di manovra e di margini di spesa sufficienti per prepararci al futuro e per garantire la nostra piena sovranità.” Lo hanno scritto di recente in una lettera congiunta sul Financial Times il premier Draghi e il presidente francese Macron. A distanza di anni, arriva dunque la conferma di un parametro, quello del debito al 60% del Pil, “irrealistico”, reso ancor più inaccettabile dagli effetti devastanti della crisi. A certificare il flop dell’austerità è il MES e cioè il suo direttore generale, il tedesco Klaus Peter Regling, il “falco della Troika”. Con buona pace della Grecia e di tutti quei Paesi, Italia di Mario Monti compresa, che hanno dovuto fare i conti in passato con i severi diktat di Bruxelles: misure lacrime...
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