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L’UOVO DI PASQUA DELLA CASA BIANCA

Posted by on Apr 25, 2025 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su L’UOVO DI PASQUA DELLA CASA BIANCA

L’UOVO DI PASQUA DELLA CASA BIANCA

Tempo di Pasqua. Tempo di colomba, simbolo di pace, di riconciliazione. Tempo di uova pasquali, segno di speranza, di rinascita. E un uovo di Pasqua, con sorpresa, è stato quello che, simbolicamente, è stato aperto a Washington, nello Studio Ovale della Casa Bianca, in occasione dell’incontro tra il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump per rilanciare il dialogo sui dazi tra Italia, Ue e Stati Uniti e rafforzare le relazioni commerciali rese difficili dopo il “Liberation Day”. Molte le nubi della vigilia. Una vigilia carica di tensione con botta e risposta tra Ue e Usa con toni per niente concilianti. Una situazione fortemente critica per le bellicose dichiarazioni americane a favore di una politica protezionistica: l’Europa che propone un accordo ma minaccia ritorsioni con la web tax, gli Usa che fanno muro, alternando annunci, rettifiche e smentite. “Un momento difficile”, commenta la Premier prima della partenza. La partita in gioco è doppia: c’è l’Italia e la bilancia commerciale da difendere (67 miliardi di euro), c’è l’Europa e Meloni che, con il beneplacito di Ursula von der Leyen, si pone come “pontiere” tra le due sponde dell’Oceano. “L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più, con gli Stati Uniti c’è una relazione complicata”, ha dichiarato la Presidente della Commissione europea. Da Bruxelles quindi particolare attenzione per la missione americana di Giorgia Meloni: “ogni canale di dialogo aperto con gli Usa viene visto in modo positivo”. Nelle parole della Premier il filo conduttore della missione: “servono concretezza, pragmatismo e lucidità”. Un faccia a faccia con Trump che si annunciava difficile, non privo di insidie per i dossier in discussione, a difesa dell’interesse nazionale all’interno della cornice europea, e per la imprevedibilità del padrone di casa. Giorgia Meloni è il primo Capo di governo europeo a incontrare il Presidente degli Stati Uniti dopo la tempestosa dichiarazione del 2 aprile che tanto subbuglio ha creato nei mercati finanziari di tutto il mondo. Dall’esito dell’incontro un test per la Premier in termini di autorevolezza internazionale ma anche per Trump, per interpretarne le prossime mosse. E il viaggio istituzionale a Washington di Meloni, anche se non ha portato a risultati immediati, ed era prevedibile, è stato utile sul piano diplomatico per accantonare le schermaglie e riavvicinare le due sponde dell’Atlantico. Un bilancio positivo: toni distesi, sorrisi e abbracci, dichiarazioni concilianti, “un confronto leale e costruttivo”. Fiducia per un futuro accordo Usa e Ue per porre fine alla guerra commerciale e recuperare le relazioni transatlantiche nell’intento di arrivare a tariffe doganali “zero a zero” e a quella grande area di libero scambio vagheggiata dalla Premier. Nonostante qualche nota stonata (Ucraina), un importante riconoscimento politico da parte di Trump per l’Italia, “uno dei nostri più stretti alleati, non solo in Europa”. Un rapporto destinato a rafforzarsi con la visita del tycoon a Roma a seguito dell’invito di Giorgia Meloni, “great person”, una persona eccezionale, per un eventuale incontro con i vertici Ue. Obiettivo geostrategico: convincere Bruxelles a raffreddare i rapporti con la Cina e tenerla lontana dal Vecchio Continente. Rapportata ai volumi di produzione la Cina ha superato gli Stati Uniti di oltre un quarto nel 2024, produce il 54% dell’acciaio mondiale (contro il 4,5% degli Usa), quasi un terzo della manifattura mondiale (contro il 15% degli Usa) e il 90% delle terre rare lavorate. Il suo potere politico globale è prossimo a quello americano. Per Usa e Ue, dunque, una comune necessità di puntare su un Occidente unito e forte con una lungimirante visione strategica. Un’autarchia rispetto al resto del mondo è follia. La guerra commerciale globale non è...

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 I TANTI MILIARDI PERSI DAL FISCO

Posted by on Apr 3, 2025 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su  I TANTI MILIARDI PERSI DAL FISCO

 I TANTI MILIARDI PERSI DAL FISCO

Davvero impietosi i numeri della riscossione. Sono più di 22 milioni i contribuenti con una o più cartelle di pagamento per imposte e tasse non pagate, per un valore complessivo al 31 gennaio 2025 di 1.279,8 miliardi di euro. Scoppia il “magazzino” fiscale dei ruoli in carico all’Agenzia delle entrate-Riscossione. Il velo si è alzato in occasione dell’audizione alla VI commissione Finanze e Tesoro del Senato del direttore Vincenzo Carbone, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla gestione della riscossione e dell’esame parlamentare attualmente in corso del disegno di legge sulla rottamazione quinquies dei carichi fiscali. L’operazione verità ha consegnato una fotografia a tinte fosche del carico contabile dei ruoli affidati all’Agenzia: l’84% di natura erariale, ossia proveniente da Agenzie fiscali (Agenzia delle entrate, Dogane e Monopoli, Demanio) o da Amministrazioni statali (Ministeri, Prefetture, ecc.), il 12 % da Inps e Inail, il 2% dai Comuni (tributi locali), il restante 2% da altre tipologie di enti impositori (Regioni, Casse di previdenza, Camere di Commercio, Ordini professionali). Variegata la platea dei debitori, molti i seriali. I contribuenti con debiti residui da riscuotere sono 22,3 milioni, di cui circa 3,5 milioni persone giuridiche (società, fondazioni, enti, associazioni), e i restanti 18,8 milioni persone fisiche, di cui 2,9 milioni con un’attività economica soggetta a IVA (artigiani, commercianti, liberi professionisti). Le dolenti note, ha rilevato il direttore Carbone, sono connesse alla recuperabilità dei crediti. Del grosso stock di ruoli di pagamento in magazzino solo il 44,6%, cioè circa 570 miliardi di euro, hanno ancora qualche “aspettativa di riscossione”. Altri 541,36 miliardi, cioè il 42,3%, volatilizzati. Sono persi, perché crediti relativi a persone decedute, società cancellate dal registro delle imprese, soggetti con procedura concorsuale chiusa o contribuenti nullatenenti, e quindi senza beni aggredibili. C’è infine una fascia residua (il 13,1% del totale, pari a circa 167 miliardi) con incerto “profilo di riscuotibilità”. Un rebus da risolvere prima che il sistema vada in default. L’84,3% dei singoli crediti è relativo a persone fisiche (dipendenti e pensionati), mentre è pari al 13% la quota attribuibile a soggetti Iva (persone giuridiche, autonomi e liberi professionisti) che risultano debitori del 64,4% del debito complessivo, pari a 824,19 miliardi di euro. In definitiva, le persone fisiche senza attività economiche rappresentano quasi tre quarti dei crediti in carica all’Agenzie delle Entrate ma poco meno di un quarto del valore complessivo dei ruoli di pagamento. Interessante l’articolazione del magazzino emersa nel corso dell’audizione in Senato: la maggior parte dei singoli crediti (221 milioni, pari al 75,9% delle cartelle non pagate) si riferisce alla fascia fino a 1000 euro, per un totale di circa 59 miliardi di euro. Sul fronte opposto, i crediti sopra i 500.000 euro di valore unitario (circa 290 mila, pari allo 0,1%) rappresentano quasi la metà del totale delle somme da riscuotere.   La percentuale di debiti finiti in cavalleria cresce inevitabilmente con il passar del tempo. E il conto sarebbe stato ancor più alto se, come calcolato dal dipartimento Finanze, 326 miliardi non fossero stati cancellati in autotutela e altri 111,2 non fossero sfumati in stralci e nelle quattro rottamazioni, di cui 20 con il governo Renzi, 9 con il governo Gentiloni, 29 con il governo Conte e 53 con il governo Meloni. Con i continui colpi di spugna, sono stati condonati oltre 100 miliardi di euro, una somma che equivale a quattro manovre di bilancio di media dimensione. Una storia, quella del debito verso il Fisco, che non conosce latitudini: da Nord a Sud, da Bolzano a Ragusa, il non pagare cresce ovunque, con un vigore rapportato alla geografia economica nazionale. Lombardia, Lazio e Campania raccolgono da sole il...

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EUROPA,  DA  DE GASPERI  A… MACRON   

Posted by on Mar 20, 2025 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su EUROPA,  DA  DE GASPERI  A… MACRON   

EUROPA,  DA  DE GASPERI  A… MACRON   

Promosso dalla Fondazione De Gasperi in occasione dei 70 anni dalla morte dello statista trentino, si è tenuto a Bruxelles, presso l’Istituto italiano di cultura, il Convegno “De Gasperi e il futuro della nostra patria Europa”. Con il contributo di autorevoli relatori è stato ripercorso il cammino politico e umano di uno dei protagonisti indiscussi della storia d’Italia, del suo contributo alla costruzione dell’Europa unita. Un lascito storico alle nuove generazioni di grande attualità in una fase particolarmente tormentata della integrazione europea. Venti di guerra soffiano minacciosi sul Vecchio Continente, schiacciato dall’aggressività imperialista di Putin e dal violento scisma nazionalista dell’America di Donald Trump e dal conseguente strappo delle relazioni euro-atlantiche. Una pericolosa mina vagante aleggia sui fragili equilibri geopolitici mondiali. Cancellata brutalmente la storia del XX secolo, riaffiorano i fantasmi del passato che offuscano il futuro. “L’Europa sicura e prospera è a rischio, certezze vecchie di decenni stanno crollando, i tempi sono turbolenti”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, presentando “ReArmEurope Plan”, il piano di riarmo europeo, al vertice straordinario dei Capi di Stato e di governo dei Ventisette. Dopo dubbi e incertezze (e forti tensioni al Parlamento di Strasburgo), l’Europa si prepara ad assumere l’onere della propria sicurezza, disegnando un’architettura di difesa fuori dall’ombrello americano. Non una difesa comune che, in un’Europa priva di soggettività politica, richiederebbe lunghi e difficili negoziati istituzionali con una catena di comando estremamente complicata, ma un più rapido riarmo coordinato dagli Stati. Investimenti militari per 800 miliardi di euro in quattro anni, di cui 150 finanziati con debito comune, uso discrezionale dei fondi di coesione, deroga al Patto di stabilità con la grande incognita legata alla sostenibilità dei bilanci nazionali dei Paesi più indebitati, come l’Italia. Spese aggiuntive da compensare aumentando le tasse o riducendo i servizi (sanità, istruzione, infrastrutture). A distanza di settant’anni, la tragicommedia firmata da Putin e Trump richiama alla memoria il progetto lungimirante del “visionario e costruttore” Alcide De Gasperi: la Comunità europea di difesa (CED) il cui Trattato istitutivo, nell’aprile 1954, non venne ratificato dall’Assemblea nazionale francese, cioè proprio da quel Paese il cui Presidente Macron, novello paladino, si erige oggi a difesa dell’Europa proponendo un esercito europeo e uno scudo nucleare. Amnesie francesi, fra contraddizioni, grandeur e senso di colpa con un pensiero alla clamorosa bocciatura referendaria nel 2005 del Trattato istitutivo della Costituzione europea, firmato a Roma nell’ottobre 2004. Per la Francia “corsi e ricorsi storici” di vichiana memoria.   De Gasperi con Robert Schuman e Konrad Adenauer, come è stato ricordato a Bruxelles nel corso del Convegno, è stato uno dei padri fondatori dell’Europa, “un europeo prestato all’Italia”. Ha scritto una delle pagine di storia più importanti del XX secolo, contribuendo a ricucire le sanguinose lacerazioni del passato fra gli Stati del Vecchio Continente e a gettare il seme per una “comunità spirituale di valori e di civiltà”. Il suo fu un europeismo illuminato che seppe bene interpretare le aspirazioni di pace e di democrazia dei popoli europei dopo i lutti e le distruzioni della guerra. L’integrazione comunitaria trovò nello statista trentino, nella sua lungimiranza storica uno strenuo fautore. Era convinto che il superamento dei nazionalismi e dei totalitarismi passasse attraverso valori condivisi per la costruzione di una comune casa europea. Per l’Europa non ci sarebbe stato un futuro se non si fossero spenti i focolai degli egoismi nazionali, se non si fosse avviato un processo di unificazione politica.  E le travagliate vicende comunitarie di questi ultimi tempi, segnate da una forte miopia politica con sussulti antieuropei e fughe sovraniste, ne confermano la veridicità. Comincia alla Conferenza di Pace di...

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LA ZAVORRA DEL DEBITO PUBBLICO                   

Posted by on Feb 17, 2025 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su LA ZAVORRA DEL DEBITO PUBBLICO                   

LA ZAVORRA DEL DEBITO PUBBLICO                   

Come abbattere il mostro, ovvero il debito pubblico. E’ uno dei problemi più discussi negli ultimi anni, il “male oscuro” della finanza pubblica che ha messo a rischio la stabilità finanziaria e la crescita economica dell’Italia. Numerose le crisi, da quella del 1976, quando nel giro di pochi giorni la caduta di fiducia dei risparmiatori causò precipitose fughe di capitali che azzerarono le riserve valutarie nazionali, a quella dello spread del 2011, la crisi del debito sovrano, generata dal crack finanziario dei mutui subprime degli Stati Uniti. Il 9 novembre, a causa della speculazione politico-finanziaria sui titoli di Stato (rigidità tedesca, superficialità delle agenzie di rating, ostilità europea), lo spread s’impennò toccando i 575 punti, portando l’Italia sull’orlo del default. Si parlò di complotto internazionale. Seguirono le dimissioni di Berlusconi e l’insediamento a Palazzo Chigi del governo tecnico di Mario Monti per contenere l’allarme tra gli investitori internazionali e rispondere alla famosa lettera Trichet-Draghi che intimava all’Italia di fare riforme e intervenire sul pareggio di bilancio. Situazione che migliorò dai primi mesi del 2015 a seguito del programma di acquisto di titoli della BCE (“quantitative easing”) con conseguente attenuazione della percezione del “rischio sovrano” da parte degli investitori. Ma per il Belpaese, già colpito da gravi crisi in passato, i problemi sul tappeto sono rimasti sempre gli stessi: scarsa crescita economica, tasso d’interesse non in linea con il tasso di crescita, spesa pubblica priva di adeguata copertura finanziaria, minori introiti per l’evasione fiscale, mancanza di riforme strutturali. E’ peggiorata così la situazione debitoria: per la prima volta, il debito pubblico italiano, dopo una leggera flessione registrata in dicembre, secondo i dati diffusi da Bankitalia supererà nel corso dell’anno la soglia dei 3mila miliardi di euro (135,8% del Pil), circa 97 in più rispetto a dodici mesi prima, con una cambiale in scadenza da rinnovare di circa 350 miliardi di euro. A spingere in alto l’asticella è il debito consolidato delle amministrazioni centrali per l’effetto fabbisogno, alimentato parecchio dalle ricadute del Superbonus 110%. Una montagna d’interessi: negli ultimi dieci anni, tenendo conto dell’inflazione, l’Italia ha speso quasi 800 miliardi in interessi sul debito, un importo annuale più alto rispetto a quanto investito nella istruzione. Ma, pur con un debito pubblico off-limits, i Btp sono considerati fra i titoli di Stato più appetibili in Europa, come dimostrano le ultime aste record promosse dal Mef. Boom di ordini per i BTP a 15 anni della scorsa settimana: l’importo emesso è stato pari a 13 miliardi di euro a fronte di una domanda di oltre 130 miliardi di euro. Oltre 300 investitori, in rappresentanza di 32 Paesi (76,3%), con forte presenza europea.  Una quota rilevante è stata sottoscritta da investitori statunitensi (12%). E’ la stessa Banca d’Italia a spiegare l’apparente anomalia: “dal punto di vista economico, ciò che rileva per valutare lo stato di salute delle finanze pubbliche di un Paese non è tanto il debito pubblico in termini nominali, quanto il suo andamento in relazione alla capacità del paese di fare fronte ad esso.” Questa capacità, secondo il Ministro Giorgetti, è connessa al “piano strutturale di rientro del debito, accettato e condiviso dall’Ue con l’approvazione della Legge di bilancio 2025”. Un percorso di aggiustamento ritenuto “credibile” e “sostenibile” nel medio termine. L’Italia viene cioè considerata più affidabile rispetto al passato in un contesto europeo di maggiore instabilità politica. Grazie alla discesa dello spread Btp-Bund e quindi dei tassi d’interesse, nel 2025-2026 si pagheranno circa 10 miliardi di euro di interessi sul debito in meno rispetto al previsto. Resta la grande incognita dell’elevato stock di debito pubblico e delle sue gravi conseguenze sul...

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EUROPA, SVEGLIATI !

Posted by on Feb 5, 2025 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su EUROPA, SVEGLIATI !

EUROPA, SVEGLIATI !

Da Davos a Bruxelles. Dopo il discorso incendiario del neo Presidente americano Donald Trump al Forum economico mondiale sulle Alpi svizzere, le diplomazie europee, nella capitale belga, sono al lavoro per preparare il vertice dei Capi di Stato e di governo in programma lunedi 3 febbraio nello Chateau di Limont.  In agenda “la risposta” alle relazioni transatlantiche con il nuovo inquilino della Casa Bianca, e in particolare la guerra commerciale con la minaccia dei dazi doganali e dumping fiscali, la protezione militare con l’aumento della spesa per la difesa, il 5% del Pil. Obiettivo insostenibile per i bilanci dei 32 partner della Nato. Dal tycoon newyorkese messaggi aggressivi. Sotto accusa i mali dell’Europa: le follie del “ridicolo” Green deal, la scommessa sulle rinnovabili, la burocrazia ipertrofica, le tasse troppo alte e gli scompensi commerciali con l’economia a stelle e strisce. Toni minacciosi contro il Vecchio continente che, privo di una propria identità politica, rischia ulteriormente di disunirsi non avendo argini sufficienti a frenarne unitariamente ogni impatto. L’Europa paga i ritardi accumulati lungo il difficile percorso della sua integrazione politica, rimasta intatta nei sogni di Altiero Spinelli in quel di Ventotene. La realtà è ben diversa: non una federazione disegnata nello storico “Manifesto” del 1941, ma una Unione intergovernativa dentro cui la maggior parte delle competenze è degli Stati sovrani, Stati spesso divisi per interessi diversi. Davvero Illusorio pensare, in un contesto geopolitico in crisi, a una “Europa con una voce sola” senza una costruzione di un’Europa federale con sovranità condivisa tra gli Stati nazionali e le istituzioni sovranazionali. Le dirompenti dichiarazioni di Trump a Davos sono un “campanello d’allarme” per l’Europa. “E’ una grande sveglia, è il momento di passare all’azione”, ha dichiarato il presidente della BCE Christine Lagarde. Un responsabile appello ai 27 membri dell’Unione a ritrovare unità d’azione: “collaborare e rispondere alle minacce esterne per affrontare le sfide globali e rafforzare la sicurezza comune”. E rilanciando il rapporto Draghi, Lagarde ha parlato di “crisi esistenziale dell’Ue”. “L’Europa deve superare le sue debolezze per riconquistare competitività, servono rapidità e unità.” Da soli gli Stati europei non reggono le sfide presenti. Serve una “coscienza politica di un’Europa integrata che non si riduca alla semplice sommatoria delle diverse sensibilità nazionali, ma che sia espressione di una interazione tra parlamenti nazionali e sovranazionali”.   E’ in questa ottica che s’inquadra il “Piano per la competitività Ue” presentato dalla Commissione europea alla vigilia del Consiglio europeo, una “bussola strategica” per rilanciare l’economia dell’Unione. Un documento che nasce dalla necessità di recuperare il divario accumulato dall’Ue negli ultimi vent’anni con le altre potenze economiche globali a causa di una ridotta crescita di produttività. In 21 pagine è sintetizzato il programma di legislatura, con una trentina di provvedimenti da adottare entro il 2026, con il dichiarato intento di rafforzare la sicurezza interna e la competitività industriale in un contesto globale di crescente instabilità. Riaccendere cioè il dinamismo dell’economia dell’Ue ed evitare di soccombere di fronte a Stati Uniti e Cina.  Un piano d’azione concreto ed efficace o un altro libro dei sogni? La risposta arriverà dalla reale collaborazione degli Stati membri, dalla loro volontà di superare egoismi e interessi particolari. La Commissione non lo nasconde: “La Ue deve scegliere se agire all’unisono per un futuro di prosperità sostenibile o accettare le divisioni e il declino economico”. Coordinamento, innovazione e semplificazione sono le tre parole chiave del documento. Guerra alla burocrazia e alla frammentazione delle politiche industriali per potenziare il mercato unico, in primis quello dei capitali, sviluppare progetti di interesse comune, incrementare partnership efficaci. I finanziamenti arriveranno dal bilancio Ue, da quelli nazionali e...

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