IL FISCO CHIAMA, IL CONTRIBUENTE RISPONDE
Caro contribuente, c’è posta per te. In arrivo 3 milioni di lettere inviate dall’Agenzia delle Entrate per regolarizzare incerte posizioni fiscali ed evitare sanzioni. Operazione verità. Lettere di compliance, elaborate sulla base dei continui aggiornamenti delle informazioni che confluiscono nelle banche dati che costituiscono il patrimonio informativo del Fisco. Nel 2015 furono inviate oltre 300mila lettere con un recupero di circa 290 milioni di euro. Nel 2023 le comunicazioni inviate sono state tre milioni, con un recupero di 4,2 miliardi di euro. Anche per il 2025 il Fisco rilancia la sfida della compliance, muovendosi su più fronti. Il primo intervento riguarderà i titolari di partita Iva, in particolare la mancata presentazione delle comunicazioni relative alle liquidazioni periodiche. Altre comunicazioni riguarderanno le dichiarazioni omesse o infedeli, le anomalie nei dati Isa (Indicatori sintetici di affidabilità fiscale), le incongruenze rilevate fra incassi elettronici e corrispettivi dichiarati. Il Fisco invierà anche una specifica “comunicazione preventiva” a coloro che non hanno presentato la dichiarazione dei redditi, situazione sanabile entro i 90 giorni successivi, beneficiando della riduzione di sanzioni. Di fatto, l’Agenzia delle Entrate “mette a disposizione del contribuente le informazioni in suo possesso, dandogli così l’opportunità di correggere spontaneamente eventuali errori od omissioni.” Un alert per segnalare anomalie, destinato a contribuenti “distratti” che possono così regolarizzare la propria posizione mediante la presentazione di una dichiarazione integrativa, il versamento di maggiori imposte, interessi e sanzioni ridotte. Errori ed omissioni cancellati con il “ravvedimento operoso”. Tali comunicazioni hanno una natura “preliminare”, prima che il Fisco proceda a notificare il formale atto di accertamento con sanzioni intere. In parallelo, parte anche la campagna per verificare l’aggiornamento delle rendite catastali degli immobili ristrutturati con il superbonus. L’Agenzia delle Entrate è pronta a dare attuazione alle norme della Legge di bilancio dello scorso anno per individuare i soggetti che, dopo aver beneficiato della maxi agevolazione fiscale del 110%, non si sono messi in regola adeguando i valori delle rendite presenti nelle mappe catastali, tassabili ai fini Imu (seconde case), imposte di compravendita e successione. Sotto la lente del Fisco cadranno le comunicazioni dell’opzione relativa agli interventi di recupero del patrimonio edilizio, efficienza energetica, impianti fotovoltaici con le relative cessioni dei crediti, e le risultanze della banca dati catastale per gli immobili per i quali non risulta presentata, ove previsto, la domanda di variazione catastale. Operazione particolarmente importante: il totale degli immobili ristrutturati con l’agevolazione è di circa 500mila. Anche per le irregolarità catastali si persegue l’obiettivo di creare le condizioni per un rapporto basato su fiducia e trasparenza. Un rapporto che negli ultimi due anni ha visto un importante cambio di paradigma. E’ stata gettata nel cestino la vecchia logica dell’accertamento basata esclusivamente sul controllo ex post. “Un approccio, spesso accompagnato da sanzioni amministrative elevate e, talvolta, anche da quelle penali, che è stato spesso percepito come punitivo dai cittadini, portando a una insofferenza generale verso l’Amministrazione finanziaria”, ha commentato il Viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo, ispiratore della Riforma fiscale. La nuova strategia è fondata sul dialogo e sulla collaborazione preventiva con l’obiettivo di instaurare un rapporto di fiducia con il contribuente, garantendo certezza del diritto e, di conseguenza, una riduzione del contenzioso tributario. Un “patto fiscale” particolarmente innovativo. Rendere collaborativo il rapporto con il contribuente è certamente importante ma occorre mirare a una riduzione del prelievo e arrivare a un sistema semplice e razionale, senza spazi di iniquità. L’ordinamento tributario non può continuare ad essere caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio a causa delle ragioni di gettito e degli “scostamenti” di bilancio. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un...
Read MoreIL VUOTO (ALLARMANTE) DELLA POLITICA
Fra aspre polemiche e forti tensioni è calato il sipario sulla Legge di bilancio, la terza dall’insediamento del Governo di Giorgia Meloni. Il disegno di legge è arrivato “blindato” dalla Camera e, malgrado le oltre 800 richieste di modifica presentate in aula, è stato approvato a scatola chiusa, senza la lettura da parte di Palazzo Madama, per scongiurare imboscate parlamentari e quindi lo spettro dell’esercizio provvisorio. E’ il replay di una consolidata prassi governativa instaurata da anni, che toglie spazio alla discussione e al confronto fra le varie forze politiche, esautorando il Parlamento delle sue prerogative costituzionali, trasformandolo di fatto in un Parlamento monocamerale. “Uno schiaffo alla democrazia parlamentare”. Nelle more di una necessaria riforma della legge di contabilità in base alle regole europee, via libera del Senato alla fiducia chiesta dal Governo sulla Manovra 2025. Misure per circa 30 miliardi di euro, 18 dei quali riservati al taglio del cuneo fiscale sugli stipendi e alla conferma dell’Irpef a tre aliquote. “Una Manovra di grande equilibrio, nel commento della premier, che tiene i conti in ordine e che sostiene i redditi medio-bassi”, scritta con “comportamento di cautela, riconosciuto da mercati e spread” (Mario Monti). Al termine del tormentato iter parlamentare, la Legge di bilancio lascia sul campo i cocci della Politica (quella con la P maiuscola) andata miseramente in frantumi sotto i colpi di una insensata rissa tra i partiti che nei mesi che ne hanno preceduto l’atto finale di approvazione è stata segnata da allarmanti episodi d’intolleranza e di mistificazione. Una penosa rappresentazione del più importante documento contabile per l’attuazione delle politiche per il Paese. Nel convulso dibattito fra maggioranza e opposizione nessuna traccia della politica vera, della sua visione, della sua incidenza, della sua mediazione, della sua lungimiranza programmatica. Le bandierine dei partiti sventolate con sguaiataggine, in aula e in tv, hanno occupato lo spazio di un serio e costruttivo confronto sul futuro sociale ed economico del Paese per la individuazione e realizzazione di obiettivi condivisi per il bene comune. Sullo sfondo di un precario scenario sociale e civile, appesantito dalla incertezza della nostra industria manifatturiera alle prese con una grave crisi internazionale e con un calo di produttività in frenata da 21 mesi, è stato clamorosamente tradito lo spirito della politica: aprirsi agli altri, ai problemi e ai bisogni della comunità per promuoverne benessere ed equità sociale e rafforzare il sistema democratico, garantendo diritti e libertà. E invece, a conferma di un inquietante vuoto della politica, soltanto improperi e insulti ad personam, interventi sprezzanti, pretestuose evocazioni del passato per demonizzare l’avversario, a danno del ruolo istituzionale rivestito e del mandato ricevuto, contribuendo così ad alimentare il vento antisistema che soffia impetuoso fra la gente con il crescente astensionismo elettorale. Questa sorta di male oscuro è il modo in cui in Italia s’intende la politica, una palese incapacità segnata dall’insofferenza per qualunque cosa dica l’avversario, dalla negazione sistematica di qualunque sua affermazione. E la “consacrazione” della non politica avviene nei talk show televisivi con la complicità di inchieste e servizi spazzatura spacciati per giornalismo. La regola è la smaccata partigianeria del conduttore e della composizione del panel degli ospiti, lo sport preferito da ognuno è perlopiù aggredire verbalmente l’altro con polemiche pretestuose. Uno squallido teatrino nel Paese delle liti. Intolleranza e faziosità al servizio di slogan e di operazioni di facciata per attirare attenzione. Un modo di fare politica poco edificante e poco educativo, condotto all’insegna della delegittimazione e di un’assenza di idee. La rissa delle serate televisive e la violenza delle piazze, sollecitata da improvvidi inviti sindacali alla “rivolta sociale”, servono così a riempire ogni...
Read MoreAUTONOMIA DIFFERENZIATA, TUTTO DA RIFARE
Autonomia differenziata in stand by. Con il deposito della sentenza sulle questioni di costituzionalità della Legge 86/2024 promosse da alcune Regioni, la Corte costituzionale, pur ritenendo non fondata la questione di costituzionalità dell’intera legge, ha giudicato illegittime specifiche disposizioni del testo, con invito al Parlamento, “nella sua discrezionalità”, di intervenire per colmare il vuoto legislativo che si è creato. Sotto esame dei giudici l’elenco delle materie, o meglio delle funzioni, la definizione dei Lep, il ruolo del Parlamento, la stabilità finanziaria. Il responso della Consulta, con riferimento al dettato costituzionale, pone chiari paletti all’impianto della legge. Le forme particolari di autonomia riconosciute alle Regioni dall’art.116 della Costituzione su 23 materie, per effetto della Riforma del Titolo V approvata nel 2001 dall’allora centrosinistra, devono coordinarsi con gli altri principi costituzionali: unità della Repubblica, solidarietà tra le Regioni, eguaglianza e garanzia dei diritti dei cittadini, equilibrio di bilancio. L’autonomia differenziata deve essere funzionale a migliorare l’efficienza degli apparati pubblici, ad assicurare una maggiore responsabilità politica e a meglio rispondere alle attese e ai bisogni dei cittadini. “I Giudici ritengono che la distribuzione delle funzioni legislative e amministrative tra i diversi livelli territoriali di governo non debba corrispondere all’esigenza di un riparto di potere tra i diversi segmenti del sistema politico, ma debba avvenire in funzione del bene comune della società e della tutela dei diritti garantiti dalla Costituzione.” A tal fine, è il “principio costituzionale di sussidiarietà” che regola la distribuzione delle funzioni fra Stato e regioni. Tutto da rifare? Certamente, la Consulta impone modifiche sostanziali alla legge per eliminarne i profili illegittimi, una Legge che, secondo il Governatore della Puglia Emiliano, ex magistrato, “tecnicamente non esiste più”. Sarà ora possibile valutare l’impatto della pronuncia sui referendum abrogativi. La Corte, nel recuperare all’iter legislativo la centralità del Parlamento, ha cancellato, perché incostituzionali, alcuni punti fondamentali della legge. In particolare, la devoluzione di funzioni alle Regioni non può avvenire per materie o ambiti di materie ma deve riguardare specifiche funzioni legislative e amministrative, e giustificata, in relazione alla singola Regione, alla luce del richiamato principio di sussidiarietà. “Vi sono delle materie, precisa la Corte, cui pure si riferisce l’art. 116 della Costituzione, per le quali vi sono motivi di ordine sia giuridico che tecnico o economico che ne precludono il trasferimento, materie in cui predominano le regolamentazioni dell’Unione europea”, come la politica commerciale comune, la tutela dell’ambiente, la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e le grandi reti di trasporto, ma anche le “norme generali sull’istruzione che hanno una valenza necessariamente generale e unitaria”, le funzioni relative alla materia sulle “professioni” e i sistemi di comunicazione. Un punto cruciale della sentenza riguarda i Lep, che stabiliscono il livello essenziale delle prestazioni per la tutela dei diritti che devono essere uguali, per tutti i cittadini, “uno standard uniforme delle stesse prestazioni in tutto il territorio nazionale”. Secondo la Consulta, è incostituzionale “il conferimento di una delega legislativa per la determinazione dei Lep priva di idonei criteri direttivi, con la conseguenza che la decisione sostanziale viene rimessa nelle mani del Governo, limitando il ruolo costituzionale del Parlamento”. I criteri della delega non possono cioè essere vaghi e non possono riguardare genericamente più settori, ma devono essere specifici per singolo settore. La funzione costituzionale cui devono rispondere è quella di garantire una tutela uniforme e non parziale dei diritti civili e sociali, in termini di prestazioni perequative. Altro punctum dolens della Legge Calderoli è quello relativo alla previsione che sia un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri a determinare l’aggiornamento dei Lep, e non, come ritiene legittimo la Corte, il Parlamento. Stesso profilo...
Read MoreTRUMP E L’EUROPA, QUALE FUTURO?
A due mesi dall’ “inauguration day” il dibattito politico gira attorno al nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ai tanti interrogativi sulla sua futura Amministrazione, dalla politica economica alla politica estera, dai rapporti con l’Europa a quelli con la Nato. Tutto è di nuovo in gioco. Il voto americano traghetta le relazioni degli Stati Uniti in un mare di incertezza. La seconda Amministrazione Trump dal 20 gennaio 2025, dopo il solenne giuramento del tycoon sulla Costituzione a Capitol Hill, sulla scalinata dei giardini, affronterà un mondo in grande subbuglio, fra focolai di guerra e forti tensioni territoriali. La mappa politica è disegnata. “Trump respinge il vecchio modello del liberalismo economico guidato da democrazie aperte e liberali, di cui l’America è stata il grande portabandiera nel Dopoguerra, ora cavalca quello della superpotenza che pretende molto e concede il minimo”. In prima battuta, il conflitto commerciale con la Cina e con l’Europa con l’adozione delle annunciate misure protezioniste (dazi all’importazione dal 20 al 40%), finalizzate ad arginare il deficit import/export. L’America importa molto più di quanto esporta a conferma di un mercato di rilevanza mondiale. Significativi i dati della bilancia europea dei pagamenti in relazione all’economia americana: lo scorso anno l’Ue ha accumulato un surplus di 157 miliardi di euro nello scambio di beni, con un surplus italiano di circa 40 miliardi di euro (manifatturieri, alimentari, medicamenti). Per Trump, la questione dei dazi, è stata una carta vincente (“America first”) nella corsa presidenziale. Con un marcato protezionismo economico potrebbe tramontare la posizione di rendita dell’Europa nell’interscambio con l’America, un protezionismo che farà molto male a tutti e che metterà il nuovo Presidente USA in una posizione negoziale fortissima, anche per la preminenza dell’economia americana nel mondo. E sarebbero di scarsa portata sul mercato interno le conseguenze dell’inflazione eventualmente generate da una politica commerciale improntata sui dazi. Altro tema scottante è la riduzione dell’impegno militare americano nel mondo, in primis nell’area atlantica, in particolare con un minore sostegno all’Ucraina. Campanello d’allarme per la Nato. Fa discutere la richiesta di Trump agli alleati fatta nella campagna elettorale di spendere di più nella difesa per integrare l’ombrello di protezione americano. In gioco, con la visione dell’alleanza transatlantica, la sicurezza dell’Europa oggi fortemente minacciata ad est dall’espansionismo aggressivo di Putin. Negli Stati Uniti la sensazione è che la Nato sia una sorta di coperta americana per l’Europa ma per la quale l’Europa non paga abbastanza. Certamente meno del 2% del Pil fissato per il 2024 dagli accordi dell’Alleanza, mentre gli USA versano il 5%. L’Unione europea verrebbe messa di fronte, in maniera anche violenta, a una delle sue grandi debolezze, cioè l’assenza di una politica di difesa comune, invano auspicata da De Gasperi negli Anni Cinquanta. Un passaggio molto delicato che trova impreparata Bruxelles, in forte ritardo nella costruzione di una precisa identità politica. Oltre due anni di guerra alle frontiere non sono bastati ai (litigiosi) Stati membri ad assemblare una parvenza credibile di difesa comune europea. Sempre più debole l’Europa sotto tutti i profili, incluso quello politico, con i sistemi di governo di Francia e Germania profondamene in crisi, percorsi da una instabilità che non si vedeva da decenni. Il trionfo elettorale di Donald Trump coglie l’Unione europea nel suo momento di massima fragilità istituzionale. Un progetto unitario in perenne costruzione. E notizie poco rassicuranti anche per la crescita economica che viaggia poco sopra lo zero, con valori al ribasso in Germania, a rischio di recessione. Un quadro, quello dell’Unione europea, particolarmente complesso che dovrà fare i conti con la presidenza Trump. Muteranno in profondo i rapporti tra gli Stati Uniti e...
Read MoreLEGGE DI BILANCIO, UNA STRADA IN SALITA
Imperversa da giorni sui giornali e in tv la stucchevole bagarre dei partiti sul disegno di legge del Bilancio2025 in un clima di grande tensione e forti contrasti che preannunciano un iter parlamentareparticolarmente tempestoso. Una polemica infinita che, azzerato ogni costruttivo e civile confronto, sialimenta di mediocrità dialettica a supporto di interventi in odore di pregiudizi lontani da un realismopolitico ed economico. Parole e numeri in libera uscita, sterili azioni di protesta, pretestuose dichiarazioni:rischio di una deflagrazione sociale. Accantonando ogni impulso demagogico, sarebbe tempo di ritrovaresobrietà e restituire al dialogo fra maggioranza e opposizione toni responsabili su un tema, la Legge diBilancio, di estrema importanza per il futuro del Paese. “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”,ammoniva Luigi Einaudi.In discussione una Manovra di Bilancio condizionata da un quadro economico complesso, appesantito suiflussi finanziari dei conti pubblici dagli effetti negativi dei crediti d’imposta accumulati negli anni scorsi acausa dei bonus immobiliari, un “grande buco” da oltre 160 miliardi di euro ancora da assorbire. Banche,imprese e famiglie stanno beneficiando del mancato versamento d’imposte compensate con i numerosibonus legati agli interventi edilizi. Un impatto negativo per le casse dello Stato con minori entratetributarie. Una contrazione del gettito fuori da ogni previsione, in aggiunta ai crescenti oneri per interessi(circa 85 miliardi all’anno) su un debito pubblico senza freni, che sfiora i 3000 miliardi di euro, pari al 143% del Pil.Un mix allarmante. Alto debito e spesa pubblica elevata rendono sempre più corta la coperta delle risorsedisponibili da destinare alla manovra. Il nodo centrale resta sempre quello delle coperture. Per nonaggravare ulteriormente i conti pubblici, senza inasprire il prelievo fiscale, puntare dunque sulla crescitaeconomica e quindi su un aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezza,consumi, produzione, innovazione, investimenti privati. Rilanciare cioè l’economia per generare ricadute sui conti pubblici, rendendo coerente il quadro macroeconomico rispetto agli impegni presi con Bruxelles per il rispetto del nuovo Patto di stabilità e crescita, entrato in vigore quest’anno.Pur in presenza di un rallentamento della crescita rilevato dall’Istat nell’ultimo trimestre, e di un timidosegnale di Bankitalia (+0,8%), “l’Italia è tornata a crescere, il Pil nazionale è aumentato percentualmente più di quelli francesi e tedesco, l’occupazione cresce, e così i contratti di lavoro a tempo indeterminato.” Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricevendo al Quirinale i Cavalieri e gli Alfieri del lavoro. Un esplicito invito alle agenzie di rating a “validare prospettive e affidabilità dell’economia italiana”, a riconoscere cioè una mutata posizione patrimoniale del Belpaese anche in relazione allo spread con i Bund tedeschi. Un differenziale di rendimento al ribasso.Gira attorno al rapporto reperimento/impiego delle risorse pubbliche il Bilancio di previsione in strettacorrelazione con l’andamento dell’economia nazionale. Dagli effetti del Pnrr, e più in generale da una netta ripresa della produttività, dovranno arrivare i segnali di una nuova stagione per i conti pubblici, ma la strada è ancora in salita. La Manovra di Bilancio varata dal Governo e trasmessa alle Camere è palesemente restrittiva. Non è una Manovra che cambierà il corso della storia economica del Paese. Prudenza e responsabilità sono le linee guida del disegno di legge del Bilancio che ha già superato il test dei mercati in termini di credibilità e sostenibilità. Espressione di “una politica economica seria e responsabile”, ha dichiarato il Ministro Giorgetti. Alle forze politiche e alle parti sociali la replica per i miglioramenti del testo.I numeri della Manovra, nel suo complesso, parlano di 30 miliardi per il 2025, di cui 21 coperti da minorispese o maggiori entrate e 9 miliardi a deficit, che servono a confermare alcuni provvedimenti già in vigore e per introdurne di nuovi. Fra le altre misure, riduzione...
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